L’ignoranza è diseducativa, lo sciopero è un diritto, sempre! Donazzan, assessore universitaria, vs Di Vittorio, sindacalista con terza elementare

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Ass. Elena Donazzan a scuola
Ass. Elena Donazzan a scuola

Non è nuova l’Assessora del Veneto all’Istruzione Elena Donazzan a uscite poco felici e fuori luogo, soprattutto per quel ruolo che riveste ormai ininterrottamente da quindici anni. E l’ultima, in ordine di tempo, perché crediamo che ce ne saranno senza dubbio altre, è quella secondo la quale «scioperare è il messaggio più diseducativo che si possa dare in questo momento» riferendosi alle recenti rivendicazioni dei docenti.

Sì, proprio Elena Donazzan, che nel suo sito internet alla voce Il mio curriculum mostra l’elenco degli incarichi politico amministrativi che ha ricoperto, scambiando quello che è il senso del curriculum, cioè le competenze acquisite nel corso di una carriera di studi e di attività scientifica, con una semplice elencazione di cariche elettive. D’altronde proprio per Elena Donazzan, come ci ricordava il direttore Giovanni Coviello, ancora nel 2017 e allora quarantacinquenne Il Giornale di Vicenza, sempre a proposito del suo curriculum, ne esibiva il fatto di essere studentessa in Giurisprudenza.

Giuseppe Di Vittorio
Giuseppe Di Vittorio

Tuttavia, non vogliamo scadere nella inopportuna polemica sull’importanza del titolo di studio per l’accesso a cariche rappresentative, altrimenti poi ci toccherebbe detrarre importanza a personaggi del calibro di Giuseppe Di Vittorio, che sul diritto di sciopero ne sapeva eccome, e che ha fatto attività sindacale e politica, addirittura in Commissione per la Costituzione italiana, con la sola terza elementare e un fiero titolo professionale di bracciante agricolo.

Siamo certamente consapevoli che non è la comune assenza di un titolo di studio ciò che fa la differenza tra Elena Donazzan e Giuseppe Di Vittorio, e non vogliamo nemmeno mettere in campo la frontalità di due posizioni divergenti, quali il fascismo da una parte e l’antifascismo dall’altra, come retroterra culturale che caratterizza i due personaggi, giacché quello è tristemente noto come dato di fatto dalla cronaca quotidiana.

Ciò che vogliamo sottolineare, invece, in quello che resta per noi pur sempre un non degno confronto, è l’atteggiamento, i valori che i soggetti politici diffondono con il loro esempio e con le loro parole perché le parole sono importanti nell’attività politica, perché le parole sortiscono delle conseguenze, se vengono buttate inopportunamente un po’ a caso tra la popolazione, perché le parole esercitano inevitabilmente un’influenza sui cittadini.

E, allora, non può non tornarmi alla mente ancora l’immagine del giovane Giuseppe Di Vittorio nei primi anni del 1900, nella sua assolata campagna pugliese che, magari durante un comizio a cui assiste, tira fuori un quadernetto dalla tasca e annota le parole che ascolta e non conosce, e così vi annota sciopero, diritto, compagno, sindacato, solidarietà, educazione, e mostra in embrione quella sua infaticabile voglia di imparare e di lottare per i diritti dei più deboli fino al punto di diventare poi con il solo suo esempio, con la sua storia personale un degno modello di educazione che oggi dovremmo recuperare.

E, al tempo stesso, invece, mi pare come di immaginare che vi sia da qualche parte un quadernetto in cui la signora Donazzan annoti con compiaciuto orgoglio tutte le parole che deve utilizzare per infierire contro l’armonia della popolazione, contro i diritti degli uomini e delle donne che hanno lottato per conquistarseli, un quadernetto dell’odio da fare gola ai 29 fedelissimi del presidente del Brasile Bolsonaro, che hanno pensato in grande stile ad istituire un “ufficio dell’odio”, una fabbrica mediatica di notizie false per alimentare l’inimicizia e il conflitto tra la popolazione, non certo la solidarietà.

Ricordo ancora nel 2015, quando come docente nella scuola veneta, avrei dovuto leggere davanti a quasi metà classe di studenti di religione islamica il messaggio contenuto nella circolare che l’Assessora aveva inviato alle scuole e che suonava così: «Se non si può dire che non tutti gli islamici sono terroristi, è evidente che tutti i terroristi sono islamici e che molta violenza viene giustificata in nome di una appartenenza religiosa e culturale ben precisa».

Non la lessi, ovviamente, anche perché, se l’avessi fatto, l’avrei fatto per mostrare la fallacia argomentativa dell’utilizzo del sillogismo aristotelico quando non si conoscono bene le regole, e, del resto, non conoscevo nemmeno Giovanni Coviello e la stampa indipendente, quella libera, che permette di esprimersi e non teme il confronto e così conservai nel cassetto la circolare con tutte le annotazioni in penna rossa.

Ma ieri la Donazzan, dopo tre mesi di pandemia e di incertezza totale in cui i docenti e i dirigenti sono stati lasciati alla deriva, tra incombenze didattiche e responsabilità penali, come la mia dirigente mi ricorda quasi ogni giorno via chat, perché quello è diventato l’unico modo semi-istituzionale per mantenere un contatto, solo ieri la Donazzan, in quanto Assessora all’Istruzione, ci regala una sua sortita per affermare pubblicamente che scioperare l’8 giugno, l’ultimo giorno di un anno scolastico a dir poco singolare, è diseducativo.

In momenti come questi mi sarebbe piaciuto mettere a confronto il quadernetto di Di Vittorio con quello della Donazzan a proposito della parola “educazione” e sono sicuro che il primo avrebbe legato l’educazione, insieme al pane, alla libertà, mentre per la seconda in corrispondenza del temine educazione a me pare che ancora non sia stato scritto nulla.