“Il costo della transizione ecologica”. La geopolitica del Green che l’auto elettrica sposta verso oriente e indebolisce l’Africa

Auto elettrica, il cobalto è l'elemento che serve a costruire le batterie
Cobalto, l'elemento che serve a costruire le batterie dell'auto elettrica

In una precedente puntata si parlava dell’inquinamento del digitale, un sistema su cui la transizione ecologica punta molto. Un altro settore per il quale si cerca di fare qualcosa per ridurre le emissioni inquinanti sono i trasporti. Ormai si è abituati a pensare all’auto del futuro completamente elettrica. Le versioni più vecchie vengono pian piano tolte dalle strade e, se si sceglie di comprare un’auto che non sfrutta la combustione interna per far muovere le ruote, ma le batterie, si ha anche qualche incentivo. Ma elettrico non vuol dire zero inquinamento, purtroppo. (qui tutti gli articoli della rubrica)

Il problema è la batteria

Un veicolo dotato di batterie elettriche inquina meno di qualsiasi altro motore a combustione interna. E in ogni caso, nell’arco della vita dell’auto, l’elettrica alla fine ha comunque un impatto ambientale minore rispetto a un veicolo tradizionale. Ma non per questo non inquina. Le batterie necessarie a costruire le auto cosiddette BEV – Battery Electric Vehicle – sono però composte da metalli la cui estrazione richiede molte risorse, e non solo.

Ad esempio, la batteria di un modello ordinario di auto elettrica è composta da circa 8 chili di litio. Questo minerale si estrae pompando acqua salata a oltre 10 metri di profondità nei laghi. Poi è necessario lasciare evaporare l’umidità per mesi. Un processo oggi praticato quasi solamente in Australia. Una batteria contiene poi 35 chili di nickel, un altro minerale estratto e cotto in fornaci in Indonesia, Filippine e Russia. Ma anche vanadio, grafite, cromo, alluminio, piombo, manganese e rame. Quest’ultimo, in particolare, è molto usato per i pannelli fotovoltaici e viene prodotto per metà in Cina.

La Cina è infatti uno dei paesi che maggiormente estraggono materie prime che servono alla transizione ecologica. Secondo il Fondo monetario internazionale, da oggi al 2040 i Paesi che producono rame, nickel, cobalto e litio riceveranno almeno 13mila miliardi di dollari. Ma oltre al rame, la Cina è la maggior produttrice – per oltre il 90% – delle cosiddette terre rare, ovvero quei metalli di difficilissima estrazione indispensabili per costruire computer e smartphone. È verosimile quindi che la Cina, in futuro, sarà il principale interlocutore mondiale per quanto riguarda il commercio di metalli vitali per le rinnovabili.

Il “diamante insanguinato”

La solita batteria, poi, ha almeno 14 chili di cobalto, il «nuovo oro dell’era tech», prodotto per il 70% nella Repubblica democratica del Congo. La maggior parte arriva dalla produzione di 19 miniere, di cui 15 sono sotto il controllo cinese. Ma qui sorge un altro problema. Il New York Times sta denunciando l’enorme affare che si cela dietro questo business, ma soprattutto le condizioni disumane in cui lavorano centinaia di migliaia di congolesi. Estratto a mani nude, il cobalto viene poi stipato in dei sacchi di nylon.

Si lavora in maglietta e infradito: persone di tutte le età e bambini per meno di dieci dollari al giorno. Gli incidenti sono all’ordine del giorno. Secondo uno studio su The Lancet, le donne del sud del Congo presentano una concentrazione di metalli altissima che causa malformazioni durante la gravidanza. A guadagnarci sarebbe poi solo uno: Albert Yuma Mulibi, presidente dell’impresa minerale statale. Nonostante sia accusato di corruzione e fronde, Yuma è stato accolto a Washington nel 2018 da esponenti di Banca Mondiale e da vari ministri, tra cui quello dell’ambiente.

Tutto questo, poi, vale ma non tenendo conto del problema della ricarica e delle relative fonti, più o meno inquinanti, ma di questo parleremo prossimamente.