Focus, la settimana scorsa, raccontava la storia di una città cinese scomparsa a causa del cambiamento climatico. Una metafora di quello che potrebbe accadere alla nostra civiltà nel caso in cui gli eventi climatici estremi fossero sempre più ingestibili in futuro. Secondo una stima, il surriscaldamento globale, e i suoi effetti collaterali, costerebbero circa il 4% del Pil mondiale. Ma questa cifra è destinata a salire nei prossimi anni. (qui tutti gli articoli della rubrica)

Liangzhu come Venezia

Liangzhuha scritto Focus – era una città costruita circa 5mila anni fa sul delta del fiume Yangtze, nella Cina orientale, a circa 160 km da Shanghai. Fondata prima ancora della scoperta dei metalli, la cittadina cinese era percorsa da una rete sofisticata di canali per coltivare i campi intorno al centro abitato. Liangzhu prosperò per circa un millennio. Poi, improvvisamente, la civiltà collassò. Secondo la ricostruzione di un pool di esperti, la città è stata spazzata via da una serie di inondazioni dovute a precipitazioni eccezionali che sconvolsero la regione per qualche centinaia di anni. E non da guerre o carestie, come inizialmente si era ipotizzato. Bensì per una vera e propria tragedia causata dai cambiamenti climatici.

Senza andare troppo là nello spazio e nel tempo, un altro esempio di gioiello della civiltà in pericolo – questa volta occidentale – è Venezia. Oltre a essere il simbolo dell’arte e dell’antica Repubblica marinara, Venezia sta pian piano diventando una delle potenziali vittime dell’innalzamento del livello del mare. Si calcola che entro fine secolo la laguna potrebbe alzarsi di quasi un metro. Questo vuol dire rendere vano il meccanismo del Mose, progettato per far fronte a maree che si alzano di 50 – 60 centimetri. Ma soprattutto vuol dire che quasi tutta la città sprofonderebbe sott’acqua. Il danno sarebbe inestimabile.

Il costo del cambiamento climatico

Qualcuno, invece, ha cercato di dare un prezzo agli effetti collaterali del cambiamento climatico. Secondo uno studio dell’Osservatorio sui rischi fisici di Cerved, riporta il Corriere della Sera, le «imprese italiane sono esposte per 48 miliardi di debiti associati a un’alta vulnerabilità a eventi fisici come frane e alluvioni, legati ai cambiamenti climatici che sono sotto gli occhi di tutti. E, di questi, quasi sei miliardi afferiscono ad aziende finanziariamente deboli che potrebbero non avere le risorse per pervenire questi eventi». Questo rischio di default comporterebbe poi ulteriori 67 miliardi di debiti. Con le stime che fanno presagire un aumento della temperatura globale di oltre 2,7 gradi rispetto ai livelli pre-industriali, la solidità finanziaria di un’azienda non è più l’unico parametro di valutazione.

La Banca centrale europea, che da poco ha inserito il rischio climatico tra i fattori da monitorare nel Meccanismo di vigilanza europeo, considera l’Italia uno dei Paesi più esposti a eventi estremi. Secondo la mappa elaborata da Cerved, sono oltre un milione le imprese ad alto rischio fisico. Un tessuto produttivo da più di 3,3 milioni di addetti che rischia di trovarsi in mezzo a un alluvione, un terremoto o una frana.

tra le Regioni “osservate speciali”, al primo posto c’è l’Emilia Romagna, con il 42,6% degli addetti in zone a rischio «Climate change». La prima provincia è quella di Ferrara: 100% dei suoi addetti esposti ad alto rischio fisico. Seguono poi Bologna (65,4%), Pisa (58%) e Firenze (55%). Per questo è importante accelerare sulla transizione ecologica: più si inquina e più il pianeta si ribella, senza badare a spese.