Non sembri strano, ma la sinistra vicentina, almeno in alcuni esponenti, si sta muovendo su nuove strade. Inizialmente la consigliera comunale Isabella Sala aveva proposto un’opposizione costruttiva, fatta di propositività, ma al momento è rimasta una bella intenzione. Ben diverso è l’intervento di Giacomo Possamai su Facebook (vedi in fondo, ndr) con tema la crisi della sinistra italiana che a Vicenza, dopo aver seguito la logica di vetusto sapore di Achille Variati alle elezioni comunali, si ritrova a doversi ripensare. Possamai che solo con parsimonia si era adattato alla logica dell’ex sindaco, inizia una strada in salita, fatta di un tentativo di analisi almeno generale della situazione della sinistra.
Il suo intervento inizia con un “stiamo sbagliando tutto”, ristretto al Ministro degli Interni, ma Matteo Salvini è solo la punta estrema di un iceberg che la sinistra deve affrontare e che non si restringe alla figura ministeriale e soprattutto politica, ma investe gli stessi fondamenti, ovvero i tre quarti del blocco di ghiaccio della sinistra italiana. Il problema degli sbarchi o dei “rom” è marginale alla fine, esso che non è mai stato risolto con quella prospettiva che il bene deve essere fatto bene e non “alla carlona” con profittatori e perfino delinquenti che hanno approfittato del buon cuore. Bisogna andare oltre, suggeriamo a Possamai, ossia iniziare da una bella autocritica delle posizioni stesse della sinistra italiana e di quella vicentina in particolare, che è ancora attaccata ai vecchi schemi, morti fuori d’Italia nel 1989. Accanto a questa un’altra autocritica, quella storica alla sinistra, da K. Marx, troppo filosofeggiato, meglio ideologizzato, e poco studiato ne Il Capitale, al totalitarismo e al centralismo democratico di V. Lenin, J. Stalin, P. Togliatti e pure A. Gramsci, che non risulta abbia mai criticato Lenin. Non deve poi mancare nemmeno una serie disamina della politica pensata da E. Berlinguer e la sua questione morale, che denigrando tutti gli altri partiti, affermava la sola superiorità del Partito Comunista Italiano. Una superiorità che si è espressa bene nell’0occupazione del potere e nella sua gestione, soprattutto dopo la crisi di tangentopoli, da cui il partito si salvò, ma ha lasciato tanti dubbi, soprattutto a proposito della tangente data da Raul Gardini ai partiti.
La terza autocritica è vicentina e riguarda proprio il modo con cui il partito democratico si è posto negli ultimi dieci anni, tra nostalgia del passato e gestione del potere, che però è stata solo dell’iscritto A. Variati, che certo non ha lasciato spazio agli esponenti del partito, quasi relegati alla terza fila, se non in piccionaia, come ben attestato dalle iniziative che mai hanno coinvolto la sinistra a partire dalle scelte delle mostre, degli spettacoli, ecc. Ricordare quanto poco si è fatto per tanti altri settori è cosa di cui si occuperà la storia, se proprio qualcuno vorrà perdere del tempo sulle “variatate”. Non sono mancate delle protagoniste del Partito democratico, anche a livello nazionale, europeo e veneto, ma il tutto ci sembra sia finito in una festa di nozze indiana senza dare alla sinistra vicentina una via percorribile.
Accanto alle autocritiche ci vuole, come suggerisce G. Possamai nella questione migranti, ma va bene per tutti gli aspetti un “buonsenso positivo” che non deve essere quello “del senno di poi…di cui son piene le fosse”. Il richiamo dell’esponente della sinistra vicentina è apprezzabile ed invita a considerare, almeno in prima istanza, che qualcosa si muove nella sinistra e che è tempo, ma non solo per essa, di cambiamento che, a mio avviso, dovrebbe essere epocale e per il quale non ci vogliono i soliti conferenzieri intellettuali e nemmeno coloro che tradizionalisticamente invocano il verbo comunista e certo la lettera leniniana, come Mauro Corona. Considero quanto mai opportuno che siano i giovani a pensare, senza nostalgie o illusioni pseudo-utopistiche come quella che ha cavalcato Variati con il Parco della pace, il futuro. Questo è possibile se prima di tutto si abbandona la rigidità della ragione, il passato e i giochetti da sacrestia di cui a Vicenza vi sono ancora insigni maestri e perfino giovani faccendieri che farebbero bene a ricordarsi della frase finale di Leporello alla fine del Don Giovanni di W.A. Mozart. Prima degli schieramenti si ha necessità di riflessione e senza partire, come vorrebbero gli intellettuali, da una posizione precostituita che diviene il metro di ciò che è e di ciò che non è.
Un compito che Possamai può assumersi? Credo si sì, ma dovrà lasciare quei compagni che sono fermi al passato, alla loro giovinezza sessantottina con l’illusione di una rivoluzione che poi ha dato posti e vitalizi ai più scaltri.
Ci vuole coraggio e tempo: Giacomo Possamai il tempo l’ha, ora ci vuole il coraggio.

Intervento di G. Possamai

Su Salvini stiamo sbagliando tutto
Stiamo sbagliando il modo in cui lo dipingiamo e il modo in cui controbattiamo alle sue dichiarazioni.
Il nodo fondamentalmente è uno solo: c’è una minoranza della popolazione italiana che vede Salvini come il demonio e c’è un’altra minoranza che lo vede più o meno come una divinità (“il Capitano”, come lo chiama Luca Morisi, il suo uomo della comunicazione).
In mezzo a queste due minoranze, che sommate tra di loro non raggiungono il 50% dei votanti, c’è la larga maggioranza degli italiani che vede il segretario della Lega (non più Nord) come un politico come gli altri, con cui a volte sono d’accordo e altre no.
Il tema cruciale è che non abbiamo ancora capito che è proprio a questo target che Salvini è più interessato e a cui fondamentalmente si rivolge.
Salvini non si racconta come un rivoluzionario ma, anzi, cerca di dare l’idea opposta: “noi siamo quelli del buonsenso”, dice. “Il buonsenso al governo!” era lo slogan del raduno di Pontida quest’anno.
E così è stato per le principali dichiarazioni di questi primi due mesi di governo. Il “censimento dei campi rom” era una formula volutamente ambigua: perché da un lato apriva la strada all’idea che si possa fare un censimento su base etnica ma vista dal lato opposto è naturale che il censimento (quando viene fatto per tutta la popolazione, naturalmente) debba essere fatto anche nei campi nomadi perché è necessario sapere chi ci sta dentro.
Lo stesso vale per i porti: di chi è la colpa se i migranti muoiono in mare? Di Salvini e dell’Italia che non li salvano o dell’Europa che non accetta la distribuzione in quote? Non è forse “buonsenso” che tutti facciano la loro parte?
E il “buonsenso” salviniano non si combatte (ahimè) con le richieste di dimissioni o con gli appelli, che parlano solo a quella minoranza che già non lo sopporta.
E purtroppo non si combatte nemmeno con l’etica o appellandosi a valori universali che evidentemente così universali non sono più.
Si combatte smontandolo, usando l’altra faccia del “buonsenso”.
E su questo siamo drammaticamente deboli, fin dall’inizio di questa storia. Viviamo in un’epoca in cui tutto si “consuma” con una velocità impressionante.
Forse qualcuno se lo ricorderà: 3 anni fa, nel 2015, la foto del bimbo siriano Aylan morto sulla spiaggia aveva risvegliato un moto di compassione in tutta Italia. E’ stato un momento in cui, per qualche mese, l’idea della necessità di accogliere chi scappava da una guerra aveva ritrovato un consenso nel Paese.
Oggi, di fronte a foto e a storie pressoché identiche, la reazione è quasi nulla. O, per lo meno, è confinata ad una ristretta minoranza.
Perché è come se ci fossimo assuefatti, come se le morti in mare facessero parte del repertorio dei nostri tg come i consigli per le giornate di grande caldo su Studio Aperto.
Ed è per questo che alla fine su questo tema la tesi umanitaria fa sempre più fatica a controbattere alla marea montante: appellarsi ai valori o all’etica, in un momento in cui quei valori non sono patrimonio comune, è un messaggio che allarga il solco tra chi li condivide e chi no.
E allora proviamo a giocarla anche noi la carta del “buonsenso”, ma quello vero.
Faccio solamente un esempio concreto, ma potrebbero essercene altri cento.
Ogni tanto sentiamo dire “i migranti sono importanti perché ci pagheranno le pensioni”. Detta così, bisogna dire la verità, è un enorme stupidaggine. Ma è vero, d’altro canto, che se non riusciamo a far entrare giovani nel mondo del lavoro, lo squilibrio sarà sempre più pesante.
La questione va posta quindi in un altro modo: ci pagheranno le pensioni se e solo se diventeranno regolari e troveranno un lavoro. Altrimenti sono destinati ad entrare in clandestinità e a sparire tra lavoro nero e attività illecite.
Qui arriva l’esempio di “buonsenso” positivo, calato sul Veneto in questo caso: nella nostra Regione abbiamo una grande eccellenza, che sono i CFP (Centri di Formazione Professionale).
Chi conosce queste realtà sa benissimo che, ormai da qualche anno, gli studenti soprattutto dell’indirizzo meccanico che escono dai CFP non bastano a soddisfare le richieste che arrivano dalle imprese. Le aziende sarebbero pronte ad assumere ma spesso non trovano, perché l’offerta è nettamente inferiore alla domanda.
La proposta è molto semplice: destiniamo parte dei 35 euro al giorno che lo Stato versa per i richiedenti asilo per l’attivazione di corsi che li portino alla qualifica, facendogli fare una vera attività di preparazione al lavoro (parte di quei soldi dovrebbero essere già in parte destinati a questo).
A quel punto, oltre a chi otterrà lo status di rifugiato, avrà diritto al permesso di soggiorno anche chi avrà un lavoro.
Due sarebbero gli aspetti positivi: andremmo incontro ad una esigenza fortissima che arriva dal settore produttivo, ma soprattutto troveremmo una soluzione anche a chi lo status non lo riceve ma entra in clandestinità (che spesso sono quelli che vediamo bighellonare o che entrano nei giri dell’illegalità).
E’ un’idea banale, di “buonsenso positivo”. Tante altre ce ne possono essere.
Non so se basterà, ma penso che sia l’unica strada che possiamo provare a percorrere: svelare il bluff e proporre soluzioni.

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Italo Francesco Baldo nato a Rovereto, residente a Vicenza è stato ordinario di Storia e Filosofia nel Liceo Classico "A.Pigafetta" di Vicenza.Si è laureato con una tesi su Kant all’Università di Padova, ha collaborato con l'Istituto di Storia della Filosofia dell’Università di Padova, interessandosi all’umanesimo, alla filosofia kantiana, alla storiografia filosofica del Settecento e alla letteratura vicentina in particolare Giacomo Zanella e Antonio Fogazzaro Nel 1981 i suoi lavoro sono stati oggetto " di particolare menzione" nel Concorso al Premio del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali per il 1981 cfr. Rendiconto delle Adunanze solenni Accademia dei Lincei vol. VIII, fasc.5. ha collaborato con Il Giornale di Vicenza, L’Arena, Il Tempo, La Domenica di Vicenza e Vicenzapiù Tra le diverse pubblicazioni ricordiamo La manualistica dopo Brucker, in Il secondo illuminismo e l'età kantiana, vol. III, Tomo II della Storia delle storie generali della filosofia, Antenore, Padova 1988, pp. 625-670. I. KANT, Primi principi metafisici della scienza della natura, Piovan Ed., Abano T. (Pd) 1989. Modelli di ragionamento, Roma, Aracne Erasmo Da Rotterdam, Pace e guerra, Salerno Editrice, Roma 2004 Lettere di un’amicizia, Vicenza, Editrice Veneta, 2011 "Dal fragor del Chiampo al cheto Astichello", Editrice Veneta, 2017 Introduzione a A. Fogazzaro, Saggio di protesta del veneto contro la pace di Villafranca, Vicenza, Editrice Veneta, 2011. Niccolò Cusano, De Pulchritudine, Vicenza, Editrice Veneta 2012. Testimoniare la croce. Introduzione a S. Edith Stein, Vicenza, Il Sileno, 2013.