
(Articolo su Luca Zaia da VicenzaPiù Viva n. 304, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr).
Esce di scena facendo il botto: 200.000 preferenze. Che uso ne farà? La giunta di Alberto Stefani legata ad accordi nazionali, non ai risultati del voto. Il centrosinistra riemerge dal buco nero del 2020.
È calato il sipario ma Luca Zaia non vuole saperne di abbandonare la scena. Come non capirlo: archiviare 15 anni di vita non è facile per nessuno, meno ancora per uno abituato a sentirsi chiamare governatore. Anzi a chiamarsi da sé governatore, facendo finita di non
sapere che nello stato italiano la legge prevede solo presidenti di Regione, l’unico governatore è quello della Banca d’Italia. Luca le ha provate tutte per tirare in lungo.

Voleva il quarto mandato (non il terzo!) e non gliel’hanno dato. Voleva una lista personale ma non gliel’hanno consentito. Allora ha minacciato: «Se sono un problema lo diventerò davvero» e ha preteso il posto di capolista in tutte le province. Ma era un gioco delle parti, faceva la corsa per Salvini con cui tra l’altro non va neanche d’accordo. Lo slogan «dopo Zaia vota Zaia» doveva funzionare da paravento, i voti raccolti da Zaia servivano a drenare la perdita della Lega prevista e annunciata dai sondaggi.
E invece abbiamo avuto la sorpresa: l’effetto Zaia è stato superiore al previsto, ha trainato la Lega fuori dalle secche e sbaragliato Fratelli d’Italia nel derby interno al centrodestra, unica cosa emozionante di queste elezioni.

Registriamo questo ritorno del cavallo di razza della Lega veneta a spoglio appena terminato, senza eventuali “ultime ore” su cui fare altre, comunque improbabili, riflessioni, e andando, quindi, a tamburo per non sforare i tempi di chiusura in tipografia. Il Veneto resta verde, l’attacco di Fratelli d’Italia è respinto, la dirigenza meloniana che sognava il sorpasso deve darsi un pizzicotto e tornare con i piedi per terra. La delusione è evidente, dichiarata papale papale negli interventi che si alternano sulle tv locali dei fratellini veneti di Giorgia. L’aspettativa era prendersi il Veneto, c’era la certezza di riuscirci basata sui sondaggi della vigilia.
Ma la Lega aveva l’ordine di resistere, un passa parola che ha messo pancia a terra i militanti. Non c’è stata gara, troppa distanza. FdI ha mangiato la polvere.
Luca Zaia è quasi commosso quando lo raggiungono per i primi commenti.
Dice che il successo dopo 15 anni e mezzo è ancora più bello. Ti credo: ha messo insieme 200.000 preferenze.
È talmente euforico che gli scappa un lapsus: «Questo risultato mette a tacere le tante, no le poche critiche che ho ricevuto». Tante o poche? E perché dovrebbe metterle a tacere? Sappiamo perché: non le sopporta.

Gli chiedono cosa farà adesso con questi voti. Lui torna cauto, glissa: «Sono voti che rinforzano la Lega», dice più o meno, e continua scantonando.
«Non c’è stato solo l’effetto Zaia per rendere la Lega molto più forte del previsto», commenta Giovanni Diamanti, direttore dell’Osservatorio elettorale della Regione. «C’è stato anche l’effetto liste. Anche gli altri candidati della Lega hanno tirato. I sondaggi non
vedono le preferenze, intercettano solo i voti di opinione, per questo c’è stata la sorpresa».
Giunta regionale del Veneto decisa a Roma
Se Zaia è euforico, Salvini è composto. Contenuto. Troppa grazia gli è piovuta addosso. Avrebbe gradito un successo del partito senza crescita di avversari interni, supposto che Zaia sia stato (o possa diventare) un suo avversario interno.
Ma fare ombra al suo ego questo sì e si vede bene quando si presenta alle telecamere con il vincitore Alberto Stefani seduto a fianco, taciturno come uno scolaretto. Gli chiedono quanto il risultato sia merito di Stefani e quanto di Zaia. E lui, storcendo la bocca con
un accenno di disgusto: «Il risultato è merito di tutti i militanti della Lega in Veneto, quindi di Zaia, di Stefani e mi permetto di dire anche dei tanti militanti senza incarico che ci hanno messo l’anima». Non gli cresce il naso perché dev’essere abituato a rifugiarsi in queste
massime eterne, che l’uditorio, a cui basta poco per sentirsi valorizzato, saluta sempre con un bell’applauso.
«La Lega ha preso molti più voti di quanto chiunque ipotizzava, ma gli accordi fatti prima di oggi valgono», aggiunge a sorpresa Salvini. «Non si ridiscutono le parole date. Ci tengo a
ringraziare gli alleati perché c’è stato un bel lavoro di squadra nel Veneto.
Che è frutto anche dei 15 anni di lavoro di Luca Zaia».
Il vero vincitore citato nei titoli di coda. Alberto Stefani ascolta in silenzio, ma l’avvertimento lo riguarda e per noi è chiaro: la composizione della giunta regionale del Veneto con la distribuzione degli assessorati è già stata decisa a livello nazionale dai partiti di centrodestra sulla base di un’aspettativa di pareggio capovolta dai risultati.
Se è così, ne consegue che Alberto Stefani, largamente vincitore, si troverà a guidare una giunta che non rispecchierà i reali rapporti di forza emersi dal voto. Invece di avere una maggioranza su cui contare al momento del bisogno, sarà bloccato da rapporti paritari
e dovrà negoziare con gli alleati i passaggi difficili volta per volta, sudando sette camicie. È questa la prospettiva?
Sarebbe uno sfregio inferto all’autonomia del Veneto, proprio dal partito che predica l’autonomia. Un corto circuito perverso, dettato da interessi di bottega che si giocano su altri tavoli. Vedremo.
Da Roberto Marcato, assessore uscente e rientrante, arriva una conferma indiretta quando gli chiedono cosa cambierà in Regione: «Fino a ieri io portavo la delibera in giunta e in due minuti veniva approvata, perché c’era confidenza e fiducia reciproca, tali da non farmi incontrare nessun tipo di ostacolo. D’ora in avanti non sarà più così: ogni partito avrà l’esigenza di marcare il proprio territorio, cambieranno gli equilibri, bisognerà trovare mediazioni continue. Io sono molto diretto: tarallucci e vino li riserviamo alle televisioni, nei fatti andrà in questo modo. Alberto Stefani dovrà essere bravo a scegliersi una squadra di governo e una di rappresentanti in Consiglio all’altezza delle aspettative dei veneti, in grado di consentirgli di esercitare bene il suo ruolo di presidente».
Se glielo lasceranno fare. «Sento dentro di me una forte responsabilità e una grande energia», è stata la prima dichiarazione di Stefani. «Voglio essere chiaro, metterò al primo posto i bisogni delle persone e sarò il presidente anche di chi non mi ha votato». Bravo.
Come il buon padre di famiglia, o il parroco di una volta. Basterà?
La vocazione a perdere del centrosinistra. Nessuno avrebbe scommesso 5 lire su una vittoria del centrosinistra. Nel Veneto il centrosinistra non vince mai. È curioso che in Italia nessuno si chieda perché. Non ricordiamo di aver mai letto una riga in proposito, fuori dal giro degli specialisti che scrivono più che altro per i loro colleghi. Eppure visto dall’esterno, con il movimentismo del voto che ci ritroviamo oggi, dovrebbe apparire un mistero interessante da indagare. E da raccontare nei circuiti frequentati dai normali lettori di massa. Qualcosa potrebbe succedere. Almeno un aumento di consapevolezza.
È curioso soprattutto che non se lo chiedano le dirigenze nazionali dei partiti interessati. Forse comincerebbero a mettere in moto azioni diverse. Immaginiamo che non lo
facciano perché servirebbe troppo tempo, troppo lavoro, investire sulle persone, indagare sulle cause, studiare strategie. Meglio dare il Veneto per perso e ripiegare sul lato B dell’amministrazione: controllare chi governa dall’opposizione. Condizionarlo mettendogli i bastoni tra le ruote per costringerlo a venire a patti. È più semplice e qualcosa si porta a casa. Non sempre. Nel 2020 il centrosinistra con il suo 15% non aveva raggiunto
neanche il numero di consiglieri sufficienti per chiedere una seduta straordinaria del Consiglio regionale. Figurarsi mettere il bastone tra le ruote.
Stavolta almeno questo riuscirà. Giovanni Manildo, con una paziente rete di alleanze confluita in 7 liste, ha risollevato la coalizione dal buco nero nel quale era precipitata. Il centrosinistra è tornato a posizionarsi attorno alla quota che aveva sempre occupato prima del 2020, quando Luca Zaia realizzò il suo mirabolante 76,7%.
Avrà una rappresentanza in Consiglio che garantirà un efficace controllo sul governo regionale.
Ma per diventare competitivi ci vuol altro. Per esempio svecchiare le linee puntando su candidati giovani. Ce ne sono di bravi in circolazione, ma trovano tutte le sedie occupate. Soprattutto abbandonare vecchie fisime. La prima dovrebbe essere l’impostazione di temi come la sicurezza, colpevolmente lasciata alla gestione del centrodestra. Perché?
Ecco l’identikit di chi non va a votare
Il vincitore vero in Veneto di queste elezioni è stato l’astensionismo: ha votato il 44 per cento, 17 punti in meno rispetto a 5 anni fa. Siamo la Regione che ha perso più elettori
in Italia. Se ne rendono conto tutti i partiti, ma sembra la corsa a chiudere la stalla dopo che i buoi sono usciti. Tante afflizioni e poco mea culpa, soprattutto poche idee. «Cinque anni fa l’affluenza era molto alta rispetto alla media nazionale», commenta Giovanni Diamanti, «perché il Covid aveva riavvicinato una fascia di cittadini alle istituzioni. Ma anche tenendo conto di questa attenuante, quello di oggi non è un calo, è un crollo preoccupante del voto. Un’astensione così alta nel Veneto non si era mai vista. Penso che tutta la politica trasversalmente dovrà interrogarsi e fare qualcosa».
Qualcosa ha fatto chi non ti aspetti, la lista “Resistere Veneto” di Riccardo Szumsky, il medico trevigiano radiato perché no Vax, che ha superato lo sbarramento guadagnando due consiglieri. «Questo risultato è stato una sorpresa, francamente inatteso», ammette Diamanti. «I sondaggi non avevano intercettato questa forza emergente. Si era intuito nell’ultima fase che stava crescendo, soprattutto per la mobilitazione cui dava vita il
movimento, ma non fino a questo risultato. Un dato interessante è che l’elettorato di Szumsky non viene unicamente da destra, è trasversale e pesca molto nella zona grigia del non voto».
«Io vedo in giro tanta passività», nota l’ex consigliere regionale Pierangelo Pettenò, veneziano. «La gente si rassegna, pensa che non serva a niente votare, che non si possa incidere.
Combatte con stipendi bassissimi, pensioni ancora peggio, la sanità, problemi di lavoro da affrontare quotidianamente.
Non c’è più fiducia nel sistema dei partiti. Ma tutto questo anche a fronte di mobilitazioni spontanee che scattano quando ci sono situazioni particolari. La società non è insensibile, ho visto giovani riempire le piazze e le strade senza nessuna organizzazione. Le manifestazioni per Gaza erano spontanee. Quelli che non vanno a votare sono spesso impegnati nel volontariato, si mobilitano su questioni ambientali, ma vedono che i valori a cui credono non sono portati avanti in maniera seria dai partiti. Questo è il fatto. Se si vuole davvero incontrare di nuovo la fiducia della popolazione che ha abbandonato il voto, bisogna darsi una regolata. Tutti i partiti».





































