La Vicenza del passato, il Teatro Olimpico: l’ultima opera del Palladio e il primo teatro coperto al mondo

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La scena del Teatro Olimpico inaugurato il 3 marzo 1585

È, probabilmente, l’ultimo progetto di Andrea Palladio: il Teatro Olimpico di Vicenza, una delle meraviglie regalate alla città dal genio che ne ha cambiato l’aspetto e la storia (qui tutte le puntate di “La Vicenza del passato”, ndr). L’Accademia Olimpica gli commissiona l’opera nel febbraio del 1580, quando ha appena compiuto settantadue anni e giusto sei mesi prima della sua improvvisa morte, che avviene in un giorno non ancora precisato del successivo agosto. Si può quindi definire appropriatamente il teatro come opera postuma.

L’Olimpico nasce privato, per iniziativa e con i soldi dell’Accademia Olimpica. Questa è la principale associazione culturale della città, fondata venticinque anni prima, nel 1555, da ventuno vicentini con l’obbiettivo statutario di coltivare tutte le arti. In particolare, le matematiche ma anche la musica e perfino quelle marziali. Nelle adunanze accademiche le lezioni sono tenute da musicisti, filosofi, matematici, medici, cosmografi e, ovviamente, architetti. Palladio, non per niente, è uno dei soci fondatori.

Questo tipo di associazioni culturali sono molto diffuse in tutta Italia nel sedicesimo secolo e, a Vicenza, ci sono altre due Accademie. C’è, intanto la “Academia Ocriculana” patrocinata da Giangiorgio Trissino, suo fondatore e ospite nella villa di Cricoli, in cui sono istruiti giovani vicentini e veneziani nelle materie classiche, e c’è, poi, l’Accademia dei Costanti, nata l’anno dopo l’Olimpica, per opera del canonico Gerolamo Gualdo. Ha sede nel Palazzo dei Gualdo (ramo Pusterla) a San Marco, arricchito dalle collezioni di opere d’arte classica della famiglia. Olimpica e Costanti sono antagoniste, sembra perché la prima ha escluso, all’atto della fondazione, alcuni nobili che si vendicano facendole concorrenza.

L’Accademia Olimpica si distingue dalle altre due soprattutto perché non è riservata ai patrizi, bensì è aperta a intellettuali e artisti che contribuiscono alla sua vitalità. Infatti, fra i fondatori, ci sono, oltre ai promotori Valerio Chiericati e Girolamo da Schio, sia altri nobil homeni come Giacomo Pagello e il conte Da Monte sia personaggi privi di sangue blu come Silvio Belli (matematico e ingegnere),  il letterato Bernardino Trinagio e il nostro Andrea Palladio, fiolo di un munaro. Nel 1556 l’accademico Elio Belli disegna il logo: un circo romano per le corse dei cavalli abbinato al motto “hoc opus, hic labor est”, tratto dall’Eneide. All’inizio l’Accademia non ha una sede fissa e le tornate sono ospitate nelle magioni dei soci.

Fra le attività dell’Olimpica ha molto spazio il teatro e, per le rappresentazioni, è allestita ogni volta una sala all’aperto nel cortile di un palazzo. Sì, perché a Vicenza (ma anche in Italia e in Europa) il teatro – inteso come struttura stabile – non esiste. Sarà un altro merito del Rinascimento, di pari passo con la riscoperta delle opere antiche e con una nuova produzione drammaturgica, costruire teatri coperti in cui far lavorare le compagnie che, prima, erano costrette a girovagare di corte in corte e di piazza in piazza.

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Uno dei disegni di Andrea Palladio per il progetto del Teatro Olimpico

Ed è proprio nell’ambito dell’Accademia Olimpica che nasce, per la prima volta, l’idea di creare un edificio dedicato esclusivamente alla attività teatrale. È un progetto assolutamente innovativo e originale all’epoca e segna una svolta nella cultura continentale.

Quando si passa dall’idea al progetto architettonico, è inevitabile – e Andrea Palladio deve avere un ruolo centrale nella scelta – rifarsi al modello del teatro romano sia perché altro riferimento contemporaneo non c’è sia perché la moda del tempo è la riproposizione di tutto ciò che, poi, sarà definito “classico”. Gli accademici decidono, quindi, di ricostruire la struttura di un teatro dell’epoca imperiale (che era all’aperto) all’interno di un edificio creato apposta.

Per concretizzare il progetto bisogna prima risolvere gli aspetti pratici. Prima di tutto: dove costruire il teatro? L’amministrazione pubblica viene incontro alla richiesta degli accademici concedendo un’area dismessa nel lato ovest della città, lungo la riva destra del Bacchiglione, dove prima c’era Castel San Pietro. Era, questo, una fortificazione costruita a metà del Duecento a difesa del ponte degli Angeli e di Porta San Pietro, in parte demolita dopo un secolo e riutilizzata come magazzino e arsenale. Nella seconda metà del Quattrocento, per venticinque anni la Serenissima vi colloca le prigioni e proprio l’area già occupata da esse è quella messa a disposizione dalla città per l’erigendo teatro.

L’altra incombenza pratica è trovare i fondi per la costruzione del Teatro Olimpico e, in questo caso, gli accademici sono costretti a ricorrere al fai-da-te, nel senso che i soldi saltano fuori dall’autofinanziamento. I soci versano sette scudi a testa e, in cambio, ottengono il privilegio di avere una statua che li raffigura in abbigliamento antico da guerriero o da senatore, allocata in una delle nicchie del frontespizio. Più cospicua è la donazione, più bassa è la nicchia e quindi più visibile la statua.

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Le gradinate della cavea dell’Olimpico

Al disegno del Teatro Olimpico ci pensa Andrea Palladio, che ben conosce i teatri antichi per averli studiati, a cominciare dal vicentino Berga e, poi, nei suoi viaggi a Roma. La riproduzione che fa del modello classico è filologica: cavea semiellittica, maestoso frontale della scena, orchestra. La forma di quest’ultima è una delle differenze dall’originale, perché è un rettangolo anziché un semicerchio e rappresenta una piazza urbana. Diverso, necessariamente, anche il retro della scena perché l’ampio cortile del modello classico è sostituito da un fondale in ripida prospettiva che riproduce le vie di Tebe. Il soffitto della scena è a cassettoni mentre quello della cavea è affrescato come un cielo diurno (ma si tratta di innovazioni successive). Anche per economicità Palladio usa materiali poveri e poco costosi e cioè legno e gesso.

Il risultato è mozzafiato: la genialità dell’architetto riesce a trasferire in uno spazio chiuso e ristretto la maestosità e la funzionalità di un teatro romano di ben maggiori dimensioni. Andrea non riesce a vedere il suo teatro Olimpico che è completato dal figlio Silla e dall’allievo Vincenzo Scamozzi (a cui si devono le prospettive del retroscena) cinque anni dopo la sua morte. Il 3 marzo 1585 l’inaugurazione ufficiale con la rappresentazione della tragedia “Edipo re” di Sofocle.

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Gianni Poggi
Gianni Poggi risiede e lavora come avvocato a Vicenza. È iscritto all’Ordine dei giornalisti come pubblicista. Le sue principali esperienze giornalistiche sono nel settore radiotelevisivo. È stato il primo redattore della emittente televisiva vicentina TVA Vicenza, con cui ha lavorato per news e speciali ideando e producendo programmi sportivi come le telecronache delle partite nei campionati del Lanerossi Vicenza di Paolo Rossi, i dopo partita ed il talk show «Assist». Come produttore di programmi e giornalista sportivo ha collaborato con televisioni locali (Tva Vicenza, TeleAltoVeneto), radio nazionali (Radio Capital) e locali (Radio Star, Radio Vicenza International, Rca). Ha scritto di sport e di politica per media nazionali e locali ed ha gestito l’ufficio stampa di manifestazioni ed eventi anche internazionali. È stato autore, produttore e conduttore di «Uno contro uno» talk show con i grandi vicentini della cultura, dell’industria, dello spettacolo, delle professioni e dello sport trasmesso da TVA Vicenza. Ha collaborato con la testata on line Vvox per cui curava la rubrica settimanale di sport «Zero tituli». Nel 2014 ha pubblicato «Dante e Renzo» (Cierre Editore), dvd contenente le video interviste esclusive a Dante Caneva e Renzo Ghiotto, due “piccoli maestri” del libro omonimo di Luigi Meneghello. Nel 2017 ha pubblicato per Athesis/Il Giornale di Vicenza il documentario «Vicenza una favola Real» che racconta la storia del Lanerossi Vicenza di Paolo Rossi e G.B. Fabbri, distribuito in 30.000 copie con il quotidiano. Nel 2018 ha pubblicato il libro «Da Nobile Provinciale a Nobile Decaduta» (Ronzani Editore) sul fallimento del Vicenza Calcio e «No Dal Molin – La sfida americana» (Ronzani Editore), libro e documentario sulla storia del Movimento No Dal Molin. Nel 2019 ha pubblicato per Athesis/Il Giornale di Vicenza e Videomedia il documentario «Magico Vicenza, Re di Coppe» sul Vicenza di Pieraldo Dalle Carbonare e Francesco Guidolin che ha vinto nel 1997 la Coppa Italia. Dal 9 settembre è la "firma" della rubrica BiancoRosso per il network ViPiù, di cui cura anche rubriche di cultura e storia.