L’incubo Pfas si allarga in Veneto, Avvenire: due anni per l’acqua pulita, gli under 14 nel monitoraggio

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La contaminazione da Pfas continua ad allungare le sue propaggini sul Venero. La mattinata emblematica di ieri (21 maggio) è lì a dimostrare quanto questi composti chimici – creati per impermeabilizzare i tessuti e rendere le pentole antiaderenti – siano penetrati nel territorio e negli organismi. E quanto ancora sarà lunga la battaglia di cittadini delle tre province di Vicenza, Verona e Padova e delle istituzioni regionali.

 


Il sopralluogo dell’assessore all’Ambiente, Gianpaolo Bottacin, a Lonigo per verificare i nuovi filtri a carboni attivi che garantiscono acqua “zero Pfas” agli abitanti dell’area di maggiore impatto, è seguita di pochissimo alla riunione di Giunta che aveva dato il via libera all’allargamento dei confini della stessa zona rossa, ma anche della zona gialla (di attenzione). Tradotto, significa nuovi Comuni e altre porzioni di popolazione interessate dal piano di sorveglianza sanitaria, che ora per la prima volta comprende anche i ragazzi al di sotto dei 14 anni.

Ma andiamo con ordine. La centrale di produzione idrica di Madonna di Lonigo è l’epicentro dell’inquinamento. Pompa 500 litri d’acqua al secondo per 100mila utenti: quasi un terzo dei veneti con veleni nel sangue. Negli ultimi giorni il gestore Acque Veronesi ha aggiunto dieci nuovi filtri a carboni attivi, portando così a venti il numero dei dispositivi anti Pfas. «Un intervento da 1,8 milioni di euro, di cui 930mila stanziati da Venezia – ha sottolineato il commissario in pectore e direttore Arpav Nicola Dell’Acqua – che permetterà alla popolazione della zona rossa di bere tranquillamente l’acqua pubblica fino a che non arriveremo qui con i nuovi acquedotti. Tempo stimato? Due anni». Doppio filtraggio in parallelo, rigenerazione ogni 45 giorni: l’oro blu è sicuro, garantiscono le autorità. Tant’è che il primo cittadino di Lonigo, Luca Restello, che si dice «felice», si lascia andare: «E adesso via la plastica dalle nostre tavole…»

«Molto è già stato fatto – ha spiegato Dell’Acqua -. Delle tre nuove tubazioni che porteranno acqua qui, due si avviano alla progettazione definitiva. Manca solo l’acquedotto dalla valle dell’Agno». La prossima settimana i gestori scenderanno in riva al Canal Grande per rispondere alla richiesta della Regione. «Occorre installare filtri a carboni attivi nell’intera rete degli acquedotti a scopo preventivo – sono state le parole dell’assessore -. Non vorremmo ritrovarci tra quarant’anni a scoprire una nuova contaminazione ignota com’è stato qui».

Tuttavia, per quanto la delibera fosse attesa, il fronte caldo rimane quello sanitario. Da qui al 2022, dunque, tutti i ragazzi dai 9 anni in su verranno biomonitorati per diagnosticare in maniera precoce variazioni endocrine e ormonali, o altre patologie Pfas correlate. Inoltre, nuovi Comuni entrano nella zona rossa, in base agli acquedotti che li servono. Cartina alla mano, un terzo del Veneto è toccato dall’inquinamento. Ma gli occhi rimangono puntati su Trissino, dove l’impresa chimica Miteni, indicata da subito come responsabile dell’inquinamento, ha appena chiesto il concordato preventivo in continuità aziendale: un giudice dovrà stabilire in sei mesi se l’azienda è in grado di andare avanti e soprattutto di pagare i costi della bonifica e i danni provocati che, secondo Bottacin, superano i 200 milioni di euro.

di Luca Bortoli, da Avvenire

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