Alleati sfondano Linea Gustav e la famiglia di Luciano De Crescenzo rifugiata nel Cassinate torna a Napoli via Suio, San Lorenzo e Minturno

1068
Luciano De Crescenzo (da Wikipedia)
Luciano De Crescenzo (da Wikipedia)

Mentre gli alleati stanno per arrivare a Napoli, sempre più spesso sotto bombardamento, la famiglia di Luciano De Crescenzo, "ingegnere all'IBMN" ma diventato famoso come scrittore, attore e regista, decide di allontanarsi dalla "bombe" e di mettersi al riparo in attesa di tempi migliori.

E il padre di Luciano dove decide di andare? "Nel ventre della vacca", è convinto.

Dove quindi? A Cassino, là dove più di una volta nei secoli si erano, invece, svolte battaglie furiose, annota il figlio a pagina 129 di "Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo", se solo il padre avesse letto un po' di storia patria.

Là, proprio nella zona dei Monti Aurunci, che sarebbe stata, da lì a poco, la dorsale dal lato verso il Tirreno della Linea Gustav eretta, fino all'Adriatico dai nazisti per fermare gli alleati e che divenne uno dei più cruenti campi di battaglia di quel conflitto.

Più precisamente i De Crescenzo trovarono ospitalità a S. Giorgio a Liri, un paese lungo il Liri, uno degli affluenti del Garigliano, a un tiro di schioppo o, sarebbe più il caso di dire (visto che parliamo di seconda guerra mondiale), di carri armati e cannoni, proprio da Cassino e Monteccassino.

Dopo tante peripezie (autobiografiche ma capaci di rappresentare drammi ed emozioni di quel periodo storico solo come ha saputo fare la penna di Luciano De Crescenzo, da buon napoletano tanto ricco di ironia quanto di malinconia) e dopo che gli alleati erano arrivati a Roma, pagando, l'unica cosa che unisce i nemici di ogni conflitto, un grande prezzo di morti di cui c'è testimonianza anche nel Cimitero inglese di Minturno, la famiglia torna dal Cassinate a Napoli.

Come. Leggete da pagina 179...

Chiedemmo informazioni a una coppia di contadini.

«Conoscete donna Rita?»

«Donna Rita chi? La mamma de lu culunnello che è ghiuto in Russia?»

«Sl, proprio lei. Come sta?»

«Sta bene: la povera Rucchetta è morta ma lei sta bene. È morta pure la signora napulitana che stava cu essa: l'hanno fucilate 'e tedeschi pecché nun vuleva sall su lu camionne!»

«E sapete dove possiamo trovare il traghetto?» chiese il nano, del tutto indifferente alla sorte della signora fucilata.

«Duvete ire a Sant'Andrea, subito passato Vallemaio, e poi da lì ve facite tutta la strada fino al bivio de Suio: primma o doppo lu truvate.»

E invece non lo trovammo. Essendosi fatto buio, deci­demmo di fermarci in un paese chiamato San Lorenzo. Riuscimmo a trovare un posto dove dormire e anche una casa di contadini dove mangiare. Durante il pranzo io e Geggè raccontammo al nano come eravamo diventati amici di Johnny La Rosa.

«Come avete detto che si chiama?» ci chiese il nano.

«Johnny La Rosa: è di Brooklyn.»

«Tiene la faccia vaiolosa e un taglio sotto al mento?»

«Sì, è proprio lui.»

«E allora avete corso un brutto rischio!» commentò il nano con una smorfia di disgusto. «La Rosa è uno dei peggiori gangster venuti dall'America.»

«Ma se con noi è sempre stato gentile!»

«Sì, gentile!» ironizzò il nano. «Il guaio è che siete ancora troppo ingenui: vi fidate di tutti! Io invece mi fido solo di questa.» E ci mostrò una Luger, una rivoltella gigantesca, quasi più lunga di lui.

Un po' impressionati, gli raccontammo dei  nostri traffici e di come, grazie a Johnny, eravamo entrati in affari.

«Adesso» conclusi io «stiamo per cominciare un altro business. Lo stesso Johnny ce l' ha consigliato.»

«Di che si tratta?» chiese il nano pistolero.

«Prima di partire ci siamo informati sui prezzi che si fanno a Napoli e abbiamo scoperto che il massimo guada­gno lo si può fare con i cerini.»

«Con i cerini?»

«Si: a Napoli i cerini costano tre volte più che a Roma.»

«E allora?»

«E allora abbiamo investito tutto il capitale in cerini: ne abbiamo comprato tre casse... come arriviamo a Napoli sappiamo già a chi li dobbiamo portare: Johnny ci ha dato pure l'indirizzo del compratore.»

La mattina dopo i cerini non c'erano più. Malgrado i turni di guardia del nano e del socio, «ignoti» ladri avevano rubato le tre casse dal camioncino. È inutile precisare che sapevamo benissimo chi ci aveva fregato i cerini, ma date le circostanze i nostri genitori ci ordinarono di non protestare più di tanto. Il nano maledetto cantò per tutto il viaggio.

Passammo il fiume nei pressi di Minturno e verso sera arrivammo a Napoli.

Sei arrivato fin qui?

Se sei qui è chiaro che apprezzi il nostro giornalismo, che, però, richiede tempo e denaro. Se vuoi continuare a leggere questo articolo e per un anno tutti i contenuti PREMIUM e le Newsletter online puoi farlo al prezzo di un caffè, una birra o una pizza al mese.

Grazie, Giovanni Coviello

Sei già registrato? Clicca qui per accedere