
Dopo venticinque anni di corteggiamenti, rinvii, veti incrociati e mugugni agricoli, l’accordo Ue-Mercosur sembra finalmente aver trovato la strada giusta. A Parigi Giorgia Meloni ha sciolto la riserva, Bruxelles ha aperto il portafoglio e la Politica agricola comune si è vista recapitare una promessa robusta: 45 miliardi in più. Non è romanticismo, è aritmetica politica. E come spesso accade, quando i conti tornano, anche le convinzioni diventano più elastiche.
Dal Brasile, dove la parola “dazio” suona come una tassa sull’allegria, la notizia è stata accolta con un applauso convinto. Per una ragione molto concreta: i prodotti agro-alimentari italiani e francesi, qui, costano una piccola fortuna. Formaggi, vini, conserve, olio d’oliva: eccellenze europee sì, ma con prezzi che trasformano la spesa quotidiana in un esercizio di alta diplomazia familiare. Se l’accordo andrà davvero in porto, l’idea è semplice e seducente: meno barriere, più concorrenza, prezzi più gentili. In altre parole, un Parmigiano meno aristocratico e un Bordeaux meno snob.
Naturalmente, l’entusiasmo va temperato. La storia insegna che tra le promesse e la cassa del supermercato corre un’autostrada piena di caselli. Il rischio è quello già sperimentato con la benzina: il petrolio scende, il prezzo alla pompa sale e il cittadino resta con la sensazione di aver perso una coincidenza. Perché dovrebbe andare diversamente con i dazi? È la domanda che serpeggia, legittima, tra i corridoi e le cucine.
Eppure, per una volta, proviamo a essere ottimisti. Anche perché l’accordo non nasce da un colpo di testa, ma da una lunga trattativa in cui l’Italia, insieme alla Francia, ha fatto pesare il proprio veto iniziale. Non un capriccio, ma una strategia. Il risultato? Più risorse per la PAC, maggiori tutele per l’agricoltura europea e, dettaglio non trascurabile, circa dieci miliardi in più per quella italiana. In altri contesti, concessioni del genere sarebbero state archiviate come “irricevibili”. Qui, invece, “chi la dura la vince” ha funzionato davvero.
Il ministro Lollobrigida esulta, Bruxelles si congratula, il Brasile e i Paesi del Mercosur intravedono un mercato da 700 milioni di consumatori e un’Europa un po’ meno chiusa a riccio. Anche Macron, che fino a ieri bloccava tutto con aria marziale, rivendica ora il successo come frutto della sua “determinata mobilitazione”. In politica, si sa, le vittorie sono sempre collettive, soprattutto quando arrivano dopo una giravolta.
Resta la saggezza di Napoleone Bonaparte, che su queste cose non era proprio un dilettante: «Se vuoi avere successo a questo mondo, prometti tutto e non mantenere nulla». È una massima che invita alla prudenza, non al cinismo. Perché l’accordo Ue-Mercosur, al netto delle frasi solenni e dei comunicati trionfali, sarà giudicato su un terreno molto più prosaico: quello dei prezzi, delle etichette e della qualità sugli scaffali.
Dal Brasile guardiamo con simpatia e interesse. Vorremmo credere che questa volta il libero scambio sia davvero libero e che il consumatore ne tragga beneficio, senza trucchi contabili né sorprese finali. Restiamo in attesa dei fatti, con il carrello mezzo vuoto e l’umore moderatamente fiducioso.
Perché ridere, ogni tanto, è meglio che piangere. Ma ancora meglio è avere una buona ragione per farlo.




































