
Al 1° febbraio 2026 la migrazione cubana verso gli Stati Uniti è la più ampia dalla Rivoluzione del 1959. Dati ufficiali confermano un esodo strutturale legato alla crisi interna, alle sanzioni e all’irrigidimento delle politiche migratorie USA nel secondo mandato di Donald Trump, con nuovi allarmi umanitari.
Negli ultimi anni la migrazione cubana verso gli Stati Uniti ha assunto dimensioni senza precedenti nella storia recente dell’isola. Secondo i dati ufficiali della U.S. Customs and Border Protection e del Department of Homeland Security, dal 2022 a oggi oltre 850.000 cittadini cubani sono entrati negli Stati Uniti attraverso canali regolari e irregolari, configurando il più grande esodo dall’inizio della Rivoluzione del 1959.
Migrazione cubana in USA tra crisi economica e politiche statunitensi
Le statistiche dell’UNHCR confermano che quello della migrazione cubana è un fenomeno regionale e multidirezionale, ma con gli Stati Uniti come principale destinazione. Ridurre questo flusso a una semplice “ricerca di opportunità” significa ignorarne la natura strutturale e sistemica, radicata in pressioni economiche, politiche e geopolitiche convergenti.
L’economia cubana attraversa una crisi profonda e prolungata, riconosciuta dalle stesse autorità dell’Avana e documentata da organismi internazionali come CEPAL e FAO. Inflazione elevata, scarsità di beni essenziali, salari reali drasticamente erosi, blackout ricorrenti e una produttività stagnante incidono direttamente sulla vita quotidiana della popolazione. In questo contesto, per molte famiglie l’emigrazione non rappresenta una scelta volontaria di mobilità sociale, ma una strategia di sopravvivenza, spesso legata all’invio di rimesse indispensabili per compensare le carenze interne.
A queste fragilità strutturali si somma l’impatto delle sanzioni economiche statunitensi, rafforzate nel tempo da normative come la Helms-Burton. Pur non costituendo un blocco totale, le restrizioni limitano l’accesso di Cuba ai mercati finanziari, al credito e a circuiti commerciali essenziali. Le risoluzioni annuali dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e vari rapporti ONU indicano che tali misure aumentano i costi delle importazioni, scoraggiano gli investimenti esteri e aggravano le difficoltà bancarie, con effetti diretti sulle condizioni di vita della popolazione.
Attribuire tuttavia la crisi esclusivamente a fattori esterni sarebbe riduttivo. Il modello economico cubano, fortemente centralizzato, mostra limiti strutturali riconosciuti anche da analisti interni: lentezza delle riforme, eccesso di burocrazia, restrizioni all’iniziativa privata e difficoltà nel trattenere capitale umano qualificato.
A ciò si aggiungono le limitazioni alle libertà civili e politiche, documentate da organizzazioni internazionali per i diritti umani, che costituiscono per una parte della popolazione un ulteriore fattore di spinta all’emigrazione. Un elemento centrale resta il ruolo contraddittorio degli Stati Uniti, al tempo stesso attore che impone sanzioni e principale meta migratoria. Le politiche storicamente più favorevoli verso i cubani hanno modellato aspettative e strategie migratorie, producendo una dinamica paradossale in cui il paese che contribuisce indirettamente alle pressioni economiche viene percepito, una volta raggiunto, come spazio di stabilità e abbondanza.
Questa contraddizione si è acuita con il secondo mandato del presidente Donald Trump, che ha segnato un netto inasprimento della politica migratoria. L’Executive Order 14159, “Protecting the American People Against Invasion”, ha ampliato l’uso delle espulsioni accelerate, ridotto i fondi alle giurisdizioni santuario e rallentato drasticamente ricongiungimenti familiari e procedure d’asilo. Nel corso del 2025 oltre 1.600 cubani sono stati rimpatriati, il doppio rispetto all’anno precedente, mentre i principali canali legali di ingresso sono stati sospesi o di fatto azzerati.
Gennaio 2026 ha segnato un’ulteriore escalation. La Casa Bianca ha emanato una nuova ordinanza esecutiva che autorizza l’imposizione di dazi contro i paesi che forniscono petrolio a Cuba, definendo la situazione dell’isola una “minaccia inusuale e straordinaria” per la sicurezza nazionale statunitense. La misura ha aggravato la già critica crisi energetica cubana, provocando blackout diffusi e accrescendo il malcontento sociale, come riportato da media internazionali e agenzie di stampa.
Negli Stati Uniti, intanto, crescono le preoccupazioni per gli effetti umanitari delle politiche di enforcement. Famiglie e avvocati segnalano difficoltà nel localizzare migranti cubani detenuti e successivamente ricoverati, a causa di procedure che limitano l’accesso alle informazioni sanitarie e legali. Le organizzazioni per i diritti civili parlano di un clima di opacità e incertezza giuridica che colpisce soprattutto i migranti con status precario.



































