Se il ministro Nordio potesse darci retta sulla… giustizia civile: necessità dell’economia e della UE

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Giustizia civile
Giustizia civile

Le dichiarazioni al Parlamento del ministro della giustizia, Carlo Nordio, in sede di presentazione delle linee guida del suo dicastero, hanno improvvisamente alzato il livello mediatico delle tematiche sulla giustizia.

Dopo il suo sorprendente esordio con l’introduzione, nel nostro ordinamento, di un nuovo reato (quello sui rave party) con un inatteso provvedimento normativo di urgenza, il neo ministro ha spaziato in tutte le possibili direzioni, annunciando radicali riforme del sistema della giustizia penale: sulle intercettazioni, sull’avviso di garanzia, sulle carceri, sulla depenalizzazione nel settore dei reati contro la pubblica amministrazione, sulla separazione delle carriere dei magistrati, sulla discrezionalità dell’azione penale ecc.

Come spesso gli capita, ha scordato di menzionare la giustizia civile, cioè proprio quella che è strettamente legata alla tutela e alla crescita dell’economia di un Paese e che, non a caso, era in cima alle raccomandazioni di ammodernamento auspicate dall’Europa per l’Italia. Ritengo, perciò, opportuno cogliere l’ennesima occasione per evidenziare al collega e amico di un tempo, Carlo Nordio, l’urgenza di un intervento riformatore nel settore della giustizia civile, cioè  in quello che avrebbe dovuto essere il presupposto imprescindibile, auspicato dall’Europa, per la  ripartenza economica dell’Italia; proprio perché il nostro debito pubblico è enorme e sta diventando insostenibile.

Ben vengano, allora, le riforme nella giustizia penale, che dovranno mirare a migliorare il grado di civiltà del nostro Paese, ma non dimentichiamo di dare priorità alla soluzione dei problemi dell’economia, soprattutto dopo i tanti anni di lunga e dura crisi, che ha creato povertà, inflazione e perdita di posti di lavoro.

Ciò premesso, ribadisco che una seria riforma in questo settore deve totalmente prescindere dagli sforzi di accelerare i procedimenti sul piano processuale, come è stato fatto in passato. Il nodo da sciogliere è un altro: occorre organizzare un nuovo sistema che punti alla fortissima specializzazione dei magistrati, i quali – ripeto fino alla noia, scusandomi per l’insistenza – non possono (non avendone neppure la capacità) occuparsi di tutto, come fossero onniscienti.

In un mondo globalizzato, che necessita di decisioni rapide sulle più disparate materie e in un contesto di problemi sempre più complessi e, fino a pochi anni fa, neppure immaginabili, non è possibile che ci si possa ancora affidare a magistrati generalisti. Si rischia il pressapochismo decisionale e, con esso, la credibilità della giustizia stessa.

Tanto per fare un esempio, la tutela del made in Italy  si attua attraverso la convergente applicazione di una normativa complessa, in gran parte nuova e di ispirazione europea, che sfugge anche agli insegnamenti universitari tradizionali e che, quasi sempre, è priva di testi dottrinali di riferimento.

Se così è, perché mai è ancora in vigore l’anacronistica regola del continuo, periodico, obbligatorio cambiamento di funzioni per i magistrati? I cittadini fanno fatica a credere alla sua esistenza, che è irrazionale perchè, ovviamente, ostacola la specializzazione dei magistrati, ne disperde le esperienze, faticosamente acquisite giorno per giorno e ne scoraggia l’aspirazione agli approfondimenti; “perché mai – essi si chiedono – impegnarsi negli studi e nella frequentazione di convegni su specifiche tematiche quando, poi, dovrò cambiare funzioni, magari passando dal diritto di famiglia a quello fallimentare, o dal penale al civile” ? E’ come se un medico radiologo fosse costretto, dopo qualche anno di lavoro, a diventare un dentista…

In realtà questo (dissennato, ripeto) obbligo di rotazione nelle funzioni trae origine da un’apparente esigenza di garanzia, condivisa, in origine, dalla stessa magistratura associata: quella di evitare il radicamento di opache reti di relazioni di un magistrato in contesti territoriali nei quali ha lavorato a lungo e che potrebbero, a lungo andare, creargli condizionamenti e inopportuni legami, magari anche del tutto involontariamente.

Ritengo che un tale garantismo abbia non poche connotazioni di ipocrisia e finisca per comportare molti danni per le esigenze della giustizia, che necessità di decisioni stabili e di orientamenti interpretativi consolidati e credibili. L’astratto garantismo che sta a monte di queste anacronistiche previsioni si scontra con la realtà e con le aspirazioni dei cittadini, per i quali la vera protezione dei loro interessi deriva solo dall’efficienza del sistema, dalla rapidità e dalla credibilità delle sentenze. La giustizia – occorre sottolineare – non è un potere, ma è, essenzialmente, un servizio che solo lo Stato può e deve, assicurare; servizio che, in quanto tale, deve essere, necessariamente, efficiente.

Perciò, vorrei caldamente raccomandare al ministro Nordio di occuparsi, con priorità, della giustizia civile, che deve essere migliorata principalmente con l’impegno di magistrati specializzati, preparati e stabili.