E così ormai, con rassegnazione e indifferenza, ci lanciamo, correndo, verso la catastrofe nucleare, l’Armageddon dice Joe Biden nel linguaggio tipico americano, abbondantemente corredato di immagini distopiche. E si tratta di un immaginario che abbiamo lentamente assimilato, ne siamo ormai assuefatti. Forse ci siamo così abituati alla paura che, ormai, anche la paura non ci fa più paura e restiamo a guardare indifferenti la piega presa da eventi che noi non possiamo affatto cambiare.

Un tempo i latini dicevano «Divide et impera!», un’espressione che ancora oggi suggerisce agli amministratori che la condizione migliore per poter tenere sotto controllo la popolazione e governarla meglio con pugno saldo sta nel tenerla divisa, separata, nell’introdurre, anche surrettiziamente, inventandole dal nulla, fratture e opposizioni. E così abbiamo fatto noi europei, sia quando si è trattato di governare meglio nei nostri paesi sia quando siamo andati a conquistare, colonizzare e depauperare le altre popolazioni, ad esempio quando abbiamo proceduto con l’Invenzione dell’etnia[1], suggeriscono alcuni autori che la violenza europea l’hanno subita.

Ma oggi, con la globalizzazione e la liquefazione dei rapporti biopolitici, il nuovo imperativo della gestione del potere sembra essere diventato «Perterre et impera!», cioè «Spaventa e comanda» perché solo nella costante condizione ansiogena generata da paure, fobie e incertezze si irretisce il potenziale trasformativo delle soggettività.

Le prove tecniche del «Perterre et impera!» le abbiamo fatte già da qualche anno a questa parte con la predisposizione di Stati di emergenza, con i quali si cercano di risolvere circostanze eccezionali, trasferendo massicce dosi di paura nella popolazione.

E così dopo le crisi economiche e la paura di finire senza soldi, giacché qualcuno ci finisce davvero senza soldi e diventa così il modello di riferimento (ve la ricordate l’Argentina?), è arrivata la crisi pandemica e la paura del contagio, che ha imposto l’accettazione del coprifuoco, del lockdown, del controllo tramite green pass. Poi è arrivata la guerra e con essa la crisi del gas e così, mentre inspiegabilmente le aziende energetiche moltiplicano i loro profitti, noi accettiamo che le luci della pubblica illuminazione rimangano spente di sera, di pomeriggio e di prima mattina, perché ci deve prendere la strizza al culo ad uscire di casa, metti mai che ci venga in mente di prenderci uno svago e far due passi per intrattenerci in conversazione nella pubblica Agorà!

Alla fine ci siamo abituati molto bene a questo stato di cose e il rimedio alla paura ingenerata dagli Stati di emergenza e costruita ad hoc per governare meglio è sempre lo stesso: restare a casa, su divano, e guardare ciò che il mercato cinematografico offre, cioè una caterva di ansiogene serie distopiche su piattaforme a pagamento.

Ma, ci chiediamo, possibile che non desti indignazione e non spinga alla mobilitazione per la pace nemmeno la prospettiva della guerra nucleare? Possibile che davanti ad un tale scenario irrimediabilmente catastrofico per l’essere umano, accettiamo passivi anche solo la candidatura a Premio Nobel per la pace per Zelensky, l’uomo che dice «Lasciate Putin o sarete uccisi uno a uno» e firma un decreto con il quale ritiene impossibile negoziare con Russia? E se dovesse esserci mai una fine non così tragica a questa guerra, è questo il linguaggio che accoglieremo nella nostra Europa della convivialità e delle differenze?

Oggi la sfida dell’Europa, lungi dal sostenere qualsiasi forma di politica della paura, funzionale alla logica di guerra, dovrebbe essere quella di estendere i benefici della pace a tutti gli uomini e a tutte le donne, offrendo una sponda concreta al raggiungimento di alte soglie di dignità umana, di diritti, di equità tra tutti gli esseri umani.

Lo sforzo internazionalista e pacifista, che era ben chiaro nell’intento dei suoi fondatori, duramente provati dall’esperienza dei regimi totalitari e dalle guerre, non è stato compiuto del tutto con l’Europa unita soltanto sotto il profilo monetario ed economico, occorre ancora un altro passo.

Con l’Unione Europea non si è sconfitta ancora l’idea al fondo del nazionalismo, da cui abbiamo cercato di prendere le distanze e ricostruire materialmente i nostri territori devastati, perché abbiamo solo spostato altrove lo scenario di guerra e siamo alle prese, comunque, con i sovranismi e i localismi etnici in seno alla nostra Europa.

Si dovrebbe proseguire quel lavoro iniziato a favore delle Popolazioni, non degi Stati: se è vero che l’Unione Europea ha lavorato per garantire dignità agli uomini e alle donne al proprio interno, se è vero che l’Unione Europea ha lavorato per salvare gli stati facenti parte dal default, con tutte le contropartite che si sono dovute pagare, oggi tutto ciò non giustifica né la rassegnazione del/la credente cristianə davanti al suo operoso Dio né la stanchezza della società civile davanti a quella che è l’idea di umanità in generale.

Ad oggi l’unico impegno concreto per la pace, in fondo, è riposto nell’iniziativa legata alla testimonianza cattolica e alla militanza antagonista. Esse, in realtà, non sono che le due facce di una stessa medaglia, quella della gioia inarrestabile e inesauribile dell’impegno civile, della parresia, dell’incontenibile necessità di dover parlare francamente perché non si riesce a tacere davanti all’ingiustizia. E così il militante e il testimone, votati il più delle volte al martirio, si trovano a lottare insieme nel tentativo di concedere a tuttə ciò che viene garantito a pochə. Il monito del testimone e del militante è che la pace perpetua non c’è ancora, che la pace è ancora un privilegio, che la guerra ammazza gli uomini e le donne che non possono disporre liberamente dei propri corpi perché sono precettati per combattere e obbligati a morire per una causa che, nella migliore delle ipotesi, non cambierà le loro vite.

È un immane sforzo comune, perlopiù inascoltato, quello che compiono oggi tutti i pacifisti, sia testimoni cattolici sia militanti antagonisti, i primi mossi dalla speranza, i secondi dall’utopia, perché entrambi, testimoni e militanti, non si rassegnano allo stato di cose imposto dal potere costituito, perché del futuro loro non hanno paura, anzi loro la storia intendono scriverla e, nell’indomito slancio trasformativo votato alla salvezza, i pacifisti intendo essere i protagonisti della storia nel segno della convivenza.

[1] J.L. Amselle, E. M’Bokolo (a cura di), L’invenzione dell’etnia, Meltemi, Roma 2008.


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a cura di Michele Lucivero

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