Processo BPVi, FQ: “a Zonin si potrà contestare la bancarotta, ma si rischia un’altra beffa”

Gianni Zonin, ex presidente di BPVi
Gianni Zonin, ex presidente di BPVi
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I 118 mila azionisti vittime del crac della Popolare di Vicenza (BpVi), oltre al danno da 6 miliardi, e i bondisti subordinati che hanno perso altri 200 milioni, rischiano una nuova beffa. Il Tribunale di Vicenza ha sì dichiarato l’insolvenza dell’ex Popolare presieduta per 19 anni da Gianni Zonin (dimessosi il 23 novembre 2015: attenzione alle date) e finita in liquidazione il 25 giugno 2017, ma nelle 159 pagine della consulenza sui conti dell’istituto affidata a Bruno Inzitari appaiono passaggi che potrebbero demolire l’ipotesi di bancarotta.

Inzitari scrive che al 25 giugno 2017 “BpVi si trovava già in una condizione di deficit di liquidità endogena, attuale e prospettica, irreversibile” perché aveva “perso le necessarie condizioni di liquidità e di credito per l’esercizio dell’attività” anche per violazioni dei requisiti patrimoniali di vigilanza e assenza di piani sufficienti a evitare il ricorso a fondi pubblici. Il “buco” a quella data, secondo le stime del perito, era di 3,7 miliardi. Secondo Inzitari, già a dicembre 2016 i conti erano irrecuperabili al punto da rendere necessaria la richiesta dei garanzia statale sui bond.

La perizia sostiene che i 2 miliardi di patrimonio netto di fine giugno 2017 si sono azzerati valutando gli asset in ottica liquidatoria e che, anche escludendo il debito del contributo di 2,4 miliardi girato dallo Stato a Intesa Sanpaolo, il “rosso” resta di 1,2 miliardi.

Al procuratore capo di Vicenza Antonino Cappelleri, che dichiara “valuteremo se e come procedere per i reati fallimentari”, i legali di Gianni Zonin, che avevano chiesto un supplemento di perizia, rispondono preannunciando ricorso in appello. Stessa situazione in cui a Treviso si trova Veneto Banca di Giovanni Consoli: l’insolvenza dichiarata a giugno è al vaglio della Corte d’appello.

Lo stato d’insolvenza di BpVi era stato chiesto a marzo 2018 dai pm titolari dell’inchiesta penale sul crac, Luigi Salvadori e Gianni Pipeschi. Per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza sono a processo, insieme a Zonin, l’ex dg Samuele Sorato, l’ex consigliere Giuseppe Zigliotto, l’ex responsabile finanza Andrea Piazzetta e l’ex dirigente contabile Massimiliano Pellegrini. I reati fallimentari, che hanno tempi di prescrizione più lunga, potrebbero essere contestati non solo agli ex vertici ma a chiunque abbia partecipato al dolo. Forse anche ai 630 “fortunati” che tra settembre del 2014 e febbraio del 2015 rivendettero alla banca un milione di azioni, l’1% del capitale, al valore massimo di 62,5 euro l’una per un totale di 62,5 milioni di euro: eventuali indagini per bancarotta preferenziale dovrebbero dimostrare che sapevano che quelle vendite contribuivano al dissesto dell’istituto. Una probatio quasi diabolica.

A pagina 125 della perizia, Inzitari scrive però che “il patrimonio netto contabile di BpVi, così come risulta dalla situazione patrimoniale al 25 giugno 2017, redatta secondo ‘criteri di continuità’, risultava essere positivo per 2.005 milioni. Venuto meno il presupposto della continuità aziendale, il patrimonio netto di BpVi è stato rettificato ‘secondo criteri di liquidazione’ e ‘senza tener conto degli effetti”’ del decreto del 25 giugno 2017, quando la parte in bonis della Vicenza fu “venduta” per 1 euro a Intesa e il resto andò in liquidazione coatta.

Con criteri liquidatori la banca era dunque da considerare insolvente molto prima del giugno 2017, ma il consulente pare sostenere che prima di allora va utilizzato il criterio della continuità. Dunque in sede penale, almeno per reati di ritardata emersione della crisi, fino al 23 giugno 2017 gli ex amministratori potrebbero difendersi sostenendo che il patrimonio netto era comunque positivo, schivando ipotesi di reati fallimentari come la bancarotta e utilizzando a propria difesa proprio la consulenza adottata dai magistrati in sede civile.

di Nicola Borzi da Il Fatto Quotidiano

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