Il 15 aprile 1311 i vicentini cacciano i padovani dalla città. In realtà non è proprio così. La liberazione di Vicenza è, infatti, opera delle truppe dell’imperatore Enrico VII, al comando del vescovo di Aosta Aimone, e di un contingente di appoggio degli Scaligeri, i signori di Verona alleati dell’impero. La parte che hanno i vicentini nella vicenda si riduce alle trame di alcuni magnati per preparare l’operazione sfruttando, da un lato, l’interesse di Enrico a ridurre la potenza della guelfa Padova e, dall’altro, le mire espansionistiche veronesi. (qui tutte le puntate di “La Vicenza del passato”, ndr)

Il 15 aprile gli imperiali e gli Scaligeri entrano in città, assaltano e distruggono la fortezza all’uscita orientale delle mura e mettono in fuga il contingente di presidio del Comune di Padova.
Al Comune di Padova subentra prima l’Impero e poi la signoria scaligera
Vicenza libera, dunque? Neanche per idea. Il governo resta in mani estranee, direttamente in quelle dell’imperatore che impone un suo vicario. La prima mossa di questi è la modifica degli statuti comunali del 1264. Le modifiche non sono marginali: obbligo per tutti i casati di rientrare in città; demolizione dei castelli del territorio; carica di membro del Maggior Consiglio resa vitalizia, alienabile ed ereditaria; istituzione dei deputati ad utilia, una sorta di assessori con funzioni esecutive e gestionali. Il peso delle istituzioni comunali diventa più amministrativo che politico e tornano in auge i magnati, che Padova aveva pretermesso al popolo. Se, poi, i vicentini speravano che diminuissero le tasse, la speranza è subito vanificata dalla imposizione di un tributo imperiale.

Non passa nemmeno un anno e, nel febbraio 1312, Cangrande I della Scala, signore di Verona, è nominato vicario imperiale a Vicenza. Cinque anni dopo ne diventa anche signore. Di fatto, stavolta non c’è nemmeno di mezzo un atto di dedizione, una volontà espressa dai vicentini. C’è, è vero, qualche resistenza in città (nella speranza di un appoggio di Venezia) ma è di scarsa importanza e senza esito: le casate vicentine non hanno propri corpi armati e il presidio veronese è più che adeguato anche a proteggere l’ordine interno.
La prima parte del dominio degli Scaligeri: la guerra fra Verona e Padova
I primi anni del dominio degli Scaligeri sono improntati a una lunga e dannosa guerra con Padova, verso cui si dirige l’espansionismo scaligero contrastato dall’antimperialismo patavino. Il territorio di Vicenza, che sta geograficamente in mezzo, è il campo di battaglia principale. Si combatte soprattutto nella parte meridionale del vicentino ma i padovani, occasionalmente, riescono a spingersi al limite est delle mura, a Castel S. Pietro. Ovviamente questo lungo guerreggiare provoca un nuovo decadimento nelle condizioni della popolazione e dell’economia, che si aggrava a causa della pestilenza che colpisce anche Vicenza a metà del XIV secolo.

Morto Cangrande, il nipote Mastino II della Scala, non riesce a mantenere l’estensione della signoria degli Scaligeri che si riduce ai territori di Verona e Vicenza. Il legame fra le due città diventa definitivo e lo sarà fino al 1387, quando entrambe passano ai Visconti.
Nella seconda metà del Trecento Vicenza comincia a rifiorire
Superata la fase iniziale del dominio scaligero, difficile perché influenzata da vicende esterne a Vicenza, nel prosieguo il periodo di pacificazione e stabilità migliora le condizioni della vita e dell’economia della città.

L’amministrazione è saldamente nelle mani dei magistrati veronesi (podestà, capitano e fattore: rispettivamente governatore, capo delle forze armate e responsabile del fisco), le riottose casate vicentine sono tenute tranquille anche accogliendole nella nobiltà veronese, si registra un aumento demografico che porta la popolazione vicina alle 10.000 unità (il cronista contemporaneo Ferreto dei Ferreti la definisce, però, urbicola), sorgono conseguentemente borghi extra moenia, si realizzano importanti opere pubbliche anche se solo di carattere militare e difensivo.

La necessità di proteggere con strutture difensive i nuovi rioni di S. Pietro, Borgo Berga, Pusterla e Portanova comporta l’erezione di mura e porte. L’uscita verso Verona è rinforzata con la costruzione di due fortezze e un torrione: il Castello (che prende il posto del precedente forte di Ezzelino) di fianco alla Porta Feliciana e l’avamposto fortificato della Rocchetta. Il Bacchiglione e la Seriola sono parzialmente deviati attorno alle mura.
Una nuova economia: i lanifici
Rifiorisce l’economia. La tradizionale attività agricola, che si estrinseca nelle culture cittadine appena fuori dell’abitato, dapprima espande le zone coltivate, grazie al disboscamento di quelle utilizzate per l’approvvigionamento di legname. In un secondo momento, proprio a causa della pestilenza, cambia specializzazione. Essendo diminuita la richiesta alimentare in conseguenza della decrescita demografica, nelle campagne prende il sopravvento l’allevamento di animali che forniscono la materia prima per la produzione di tessuti.

È, questa, una novità che avrà ricadute importantissime soprattutto nei due secoli successivi e non solo nell’economia. Con i lanifici si sviluppano sia l’attività artigianale che quella commerciale, finora rimaste circoscritte all’ambito cittadino. La produzione di importanti quantitativi di teli di lana è possibile anche grazie alle nuove tecnologie legate allo sfruttamento delle acque come forza motrice e, sotto questo punto di vista, Vicenza è agevolata perché fiumi e torrenti non mancano certo sia nell’abitato che nel territorio.

Un nuovo ceto sociale, artigiani e mercanti, si afferma progressivamente in città, casati non di origine feudale si affiancano a quelli storici, che – a loro volta – cominciano a investire nella produzione tessile. Chi ha soldi, come gli usurai, acquisisce terreni rurali e, così, la città allarga il controllo sul territorio.

Sono queste le premesse che porteranno, nel Cinquecento, al periodo d’oro di Vicenza e, indirettamente, al trionfo di Andrea Palladio.

Sei arrivato fin qui?

Se sei qui è chiaro che apprezzi il nostro giornalismo, che, però, richiede tempo e denaro. Se vuoi continuare a leggere questo articolo e per un anno tutti i contenuti PREMIUM e le Newsletter online puoi farlo al prezzo di un caffè, una birra o una pizza al mese.

Grazie, Giovanni Coviello

Sei già registrato? Clicca qui per accedere

Articolo precedenteLr Vicenza il 18 luglio il raduno con il primo allenamento dei biancorossi agli ordini del confermato mister Baldini
Articolo successivo“Toponimi vicentini narrati da Luciano Parolin”: Stradella dei Cappuccini, da monastero “misto” che nel sec. XIII adottava regola di S. Benedetto
Gianni Poggi risiede e lavora a Vicenza. È iscritto all’Ordine dei giornalisti. Le sue principali esperienze giornalistiche sono nel settore radiotelevisivo. È stato il primo redattore della emittente televisiva vicentina TVA Vicenza, con cui ha lavorato per news e speciali ideando e producendo programmi sportivi come le telecronache delle partite nei campionati del Lanerossi Vicenza di Paolo Rossi, i dopo partita ed il talk show «Assist». Come produttore di programmi e giornalista sportivo ha collaborato con televisioni locali (Tva Vicenza, TeleAltoVeneto), radio nazionali (Radio Capital) e locali (Radio Star, Radio Vicenza International, Rca). Ha scritto di sport e di politica per media nazionali e locali ed ha gestito l’ufficio stampa di manifestazioni ed eventi anche internazionali. È stato autore, produttore e conduttore di «Uno contro uno» talk show con i grandi vicentini della cultura, dell’industria, dello spettacolo, delle professioni e dello sport trasmesso da TVA Vicenza. Ha collaborato con la testata on line Vvox per cui curava la rubrica settimanale di sport «Zero tituli». Nel 2014 ha pubblicato «Dante e Renzo» (Cierre Editore), dvd contenente le video interviste esclusive a Dante Caneva e Renzo Ghiotto, due “piccoli maestri” del libro omonimo di Luigi Meneghello. Nel 2017 ha pubblicato per Athesis/Il Giornale di Vicenza il documentario «Vicenza una favola Real» che racconta la storia del Lanerossi Vicenza di Paolo Rossi e G.B. Fabbri, distribuito in 30.000 copie con il quotidiano. Nel 2018 ha pubblicato il libro «Da Nobile Provinciale a Nobile Decaduta» (Ronzani Editore) sul fallimento del Vicenza Calcio e «No Dal Molin – La sfida americana» (Ronzani Editore), libro e documentario sulla storia del Movimento No Dal Molin. Nel 2019 ha pubblicato per Athesis/Il Giornale di Vicenza e Videomedia il documentario «Magico Vicenza, Re di Coppe» sul Vicenza di Pieraldo Dalle Carbonare e Francesco Guidolin che ha vinto nel 1997 la Coppa Italia.