Vicenza – Montebelluna, il derby giocato con regole diverse e in campo non neutro a Roma: perso dai soci delle banche e dal Veneto

Popolare di Vicenza - Veneto Banca, il derby impari: arbitro Banca d'Italia
Popolare di Vicenza - Veneto Banca, il derby impari: arbitro Banca d'Italia
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Oltre al fatto di avere sede nella stessa regione, il Veneto, ciò che aveva unito il destino di Veneto Banca a quello della Banca Popolare di Vicenza era stato il tentativo perseguito dalla prima, sotto la gestione Consoli, di raggiungere una dimensione analoga alla seconda, feudo del presidente Zonin. (pubblicato il 21 agosto alle 22.19, aggiornato il 23 alle 15.07, ndr)

Gianni Zonin e Vincenzo Consoli, destini opposti o imposti?
Gianni Zonin e Vincenzo Consoli, destini opposti o imposti?

L’ossessione di Consoli era forse dovuta all’infelice sua scelta di risiedere a Vicenza, nella contea del Cavaliere, inebriandosi dello stesso vino, che, però, il gambellarese produceva in proprio con evidenti vantaggi… competitivi.

Consoli aveva, quindi, cercato in ogni modo di eguagliare i successi dei vicini, senza tuttavia riuscire nell’impresa e nonostante le Autorità di vigilanza, dopo la messa in liquidazione delle due banche, avessero tentato di nascondere tale verità, questa era comunque emersa nella sua interezza dal confronto dei risultati delle ispezioni sulla gestione dei crediti e del capitale fatte dalla BCE e dalla Consob nel 2015 e 2016, che avevano capovolto il quadro fino ad allora messo in mostra a Vicenza.

Da tali ispezioni infatti si era appreso che sin dal 2009 la Popolare aveva iniziato a manifestare una particolare vocazione per le azioni commerciali legate alla gestione del capitale, mentre a Montebelluna alcune iniziative avevano visto la luce solo alcuni anni dopo, quando il vento aveva spinto più a est la notizia dell’esistenza ormai diffusa di tali pratiche tra i principali clienti del concorrente.

Ma ormai il ritardo non poteva più essere recuperato perché quando Vicenza aveva lanciato la c.d. “Campagna Svuotafondo” (cioè il ricollocamento delle azioni proprie riacquistate attraverso il Fondo), Veneto Banca non era ancora riuscita a riempirlo il suo di Fondo e quando Vicenza aveva già piazzato i c.d. “Big Ticket” (cioè affidamenti importanti concessi a fronte di sottoscrizioni o acquisti di azioni rilevanti), Veneto Banca di ticket ne aveva staccati solo una manciata.

Anche negli storni di interessi e competenze nonché nelle cd “lettere di garanzia”, la Popolare di Vicenza si era distinta già dal 2010, mentre Veneto Banca non ne aveva sondato i benefici rispettandone il copyright vicentino.

La Popolare di Vicenza si era poi guadagnata il primato anche nella cura dei testi delle causali standard per aggirare l’ordine cronologico di vendita delle azioni e in quello delle lettere di impegno con le quali veniva espressamente riconosciuta ai clienti “la compensazione totale del debito” con le azioni, così che non vi fosse dubbio alcuno che si trattava di una concordata detenzione.

Venendo poi alle specialità minori, il c.d. “doppio conto” pareva non fosse proprio arrivato a Montebelluna, dove neppure il “fattore K” (quota di azioni proporzionale all’affidamento), seppur evocato da qualche sparuta voce, sembrava aver avuto un grande successo.

La Campagna cd. “Capitale/Time deposit 50-50” e quella del cd. “pre-deliberato” avevano infine arricchito la lista dei successi della Popolare vicentina, in discipline nelle quali la Veneto Banca aveva faticato a competere se non addirittura a comprendere.

Nessuna competizione vi era stata invece nella disciplina velica, avendo Veneto Banca rinunciato ad iscriversi alla regata delle azioni finanziate tramite fondi veleggianti nel 2014 intorno ai mari reali di Irlanda e Malta passando per quelli virtuali del Lussemburgo, dopo che un noto avvocato trevigiano esperto in fondi, Massimo Malvestio, mandato in avanscoperta da Consoli, aveva colto il trucchetto della stessa operazione proposta anche a Veneto Banca e si era rifiutato addirittura di consegnare a chi organizzava la “manifestazione velica” (per conto della la Optimum Asset Management) il suo biglietto da visita con l’ovvia conseguenza che a Montebelluna non se ne fece nulla.

Massimo Malvestio (foto d'archivio)
Massimo Malvestio (foto d’archivio)

Dalla carte della procura di Roma riportate dal collega Mazzaro su Il Mattino di Padova il 1° giugno 2017 in una telefonata del 4 giugno 2015, infatti, ricorda quanto avvenuto nel 2014: «Sono andato io a trattarla e al “signorino” (l’organizzatore, ndr) ho detto: guarda, non ti do neanche il biglietto da visita perché ti arrestano di sicuro e non vorrei che te lo trovassero in tasca… Io ho rinunciato a capire: a Vicenza non sono ancora tutti in galera, con quello che è venuto fuori. Hanno fatto l’operazione che noi abbiamo rifiutato. Quando gli ho chiesto se erano a posto con la testa, mi hanno detto che avevano l’appoggio della Vigilanza … e credo che sia vero, perché sono operazioni di tale dimensione, di tale maldestra criminale stupidità che tu non puoi farla se non sei d’accordo con chi ti controlla… Credo che quel rifiuto di Veneto Banca sia stato l’origine dei guai con il dottor Carmelo Barbagallo (capo della Vigilanza di Banca d’Italia, ndr). Quelli me l’avevano detto abbastanza chiaro che era tutto ok. L’ha fatto anche la Popolare di Bari, a cui Barbagallo, contro il mondo, ha dato la Tercas (Cassa di risparmio di Teramo, ndr) con 250 milioni di dote. E naturalmente neanche a Bari Barbagallo si era accorto di nulla. Potrei pensare al millantato credito, se non se ne fossero veramente accorti. Ti potrebbe venire il dubbio, ma non è che puoi passare con il rosso: se lo fai deliberatamente vuol dire che sei d’accordo che il vigile guardi da un’altra parte».

Barbagallo in tribunale al processo BPVi
Barbagallo in tribunale al processo BPVi

Perciò fino al 2015 la Popolare di Vicenza aveva sempre battuto Veneto Banca in tutte le discipline olimpioniche del “collocamento di azioni proprie con spinta” a tecniche varie, senza però che gli Ispettori avessero mai compreso le doti del formidabile team berico che già nel 2014 era arrivato a festeggiare il traguardo del primo miliardo di “capitale finanziato”, precisamente “1023 mln. di euro, al 31.12.2014”, grazie alle capacità del loro capocannoniere che da solo aveva superato, senza che nessuno gliene rendesse merito (forse!), la somma di oltre 300 milioni. A Montebelluna invece gli Ispettori avevano faticato a raccogliere tutti i punti necessari a superare la soglia, peraltro ampiamente contestata dal “club locale”, dei 350 mln, a causa anche della frammentazione delle operazioni e del fatto che in luogo di limitarsi alla nuova finanza gli era stato detto dal loro “allenatore” di  ricomprendere “prudenzialmente” anche i finanziamenti accordati e non utilizzati, che a Vicenza gli Ispettori non avevano neppure lontanamente considerato.

Ma quanto fosse inadeguato il team di Montebelluna ad affrontare la sfida olimpionica con Vicenza nella gara dei “baci incrociati” doveva essere stato subito chiaro anche agli Ispettori che, senza bisogno di particolari indagini, erano inciampati nelle annotazioni lasciate dagli ingenui dipendenti sulle pressioni ricevute dai clienti desiderosi di vendere le azioni della banca. A Vicenza invece l’uso naturale delle motivazioni standard non aveva mai insospettito gli Ispettori.

Ma anche nel 2016, purtroppo, la Popolare di Vicenza aveva tagliato il traguardo prima di Veneto Banca, ma in tutt’altra competizione: per il suo tentativo naufragato di ricapitalizzazione e quotazione in borsa Unicredit era fuoriuscita dalla garanzia annunciata da Iorio ma non prestata contrattualmente mentre Imi alias Intesa Sanpaolo confermava la validità della sua garanzia per Montebelluna salvo, poi, tempo un mese, defilarsi essa stessa senza opposizione di alcuno dei nuovi vertici dell’Istituto con l’esito, in questo caso uguale, del flop dell’aumento di capitale con l’ascesa al trono di Atlante momentanea (o studiata come momentanea?).

Un euro
Un euro

L’aggancio della Popolare di Vicenza, quindi e finalmente, riuscì a Veneto Banca solo il 25 giugno 2017, quando fu dichiarata la commorienza dei due istituti di credito per la gloria di Intesa Sanpaolo che si aggiudicò, complice la sua lungimiranza nel defilarsi dalla garanzia dell’aumento di capitale, il “banco buono” delle due ex banche a 1 euro più qualche miliardo di bonus a carico delle due liquidazioni.

Fu allora che apparve per la prima volta il Covid finanziario, quello che falcidiò centinaia di migliaia di soci risparmiatori, per il 40% veneti, e con loro migliaia di piccoli imprenditori e di Pmi che persero d’un colpo le ultime due banche del territorio che ne supportavano le attività.

Ma da lì in poi le sorti delle due banche venete, ancora in gara ma ormai solo sul fronte giudiziario, tornarono a separarsi, per essere affidate alle mani della giustizia dei Tribunali di questo Paese, presso i quali stava affissa, seppure invisibile ai più, la locuzione latina tot capita tot sententiae, da intendersi nella sua più popolare accezione di “tante teste, tanti sentenze” o pareri che dir si voglia.

Ora pare che qualche “caput” stia provando a mettere a posto la testa e i tasselli evidenziando, con le ultime decisioni sulla cancellazione di 5 capi di accusa e sul dissequestro dei beni di Consoli, che la partita Vicenza – Montebelluna era giocata senza che le regole fossero le stesse per le due squadre.

Coronavirus Covid 19
Coronavirus Covid 19

Anche qui, a ben leggere, c’era un dato premonitore, tutto italiano, del Covid: ognuno, ogni regione l’ha gestito a modo suo con gli effetti che abbiamo visto e che si preannunciano come in via di replicarsi se le regole non saranno le stesse, per tutti.

P.s. Ci credereste se vi dicessi che questo articolo è stato scritto due anni fa fino alla frase sul “tot capita, tot sententiae) per poi rimanere in una cartella per mille e mille impegni sopravvenuti prima di essere riesumato, ritoccato in punti marginali a parte il primo cenno sul Covid, che due anni fa non c’era o era solo in incubazione da qualche parte, ed essere completato e pubblicato solo ora?

Decidete voi, io lo so che è vero.

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