Il vulcano di Roccamonfina: il legame indissolubile tra terra e popolazione

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C’è un vulcano, giusto oltre il confine meridionale del Lazio, sui monti Aurunci versante campano. C’è un vulcano che per fortuna è spento da circa 50 mila anni, ma che ha lasciato i suoi segni in tutto il territorio, in un raggio di molti chilometri in Campania e che si estende fino alle zone più a sud del Lazio. Si tratta del vulcano di Roccamonfina, un cratere di origine poligenica (cioè frutto di una mIl vulcano visto dall'altooltitudine di eruzioni) il cui diametro alla base è di 15 chilometri, mentre alla caldera il diametro è di 6 chilometri. Dimensioni ragguardevoli, superiori ad esempio al Vesuvio, con cui peraltro condivide la costituzione morfologica. Ma a differenza del Vesuvio, quello di Roccamonfina è in tranquilla quiescenza, anzi, per essere precisi, è del tutto estinto, dopo essere stato attivo tra i 630 mila e i 50 mila anni fa.

E come ogni vulcano che si rispetti, ha lasciato il suo segno sul territorio, ben visibile ancora ora. Il suolo lavico è notoriamente molto produttivo, e da qui probabilmente il contributo fondamentale a quella Campania Felix la cui fertilità dei terreni è nota da sempre.

Ma anche sul piano architettonico l’influenza del vulcano è ben visibile. I tanti paesini disseminati alle sue pendici offrono un colpo d’occhio cupo, scuro, quasi a ricordare un’epoca buia in cui furono costruiti. Entrare dentro quei borghi, passeggiare negli stretti vicoli, significa costeggiare pareti di pietre di lava sedimentata che l’opera dellI castagneti di Roccamonfina, con le tipiche nevaie’uomo ha forgiato per renderla funzionale ai propri bisogni. Così come inoltrarsi nelle campagne significa infilarsi in vie costeggiate da pareti laviche, stradine il cui livello si è abbassato nel tempo, nella storia, con i continui passaggi di carretti e bestiame. Ancora molti dei borghi sono caratterizzati da numerose grotte, scavate più o meno facilmente nella sedimentazione, e in alcuni casi nel sottosuolo sorgevano interi paesi sotterranei, fatti di un reticolato di tunnel intercomunicanti. È il caso di Casale di Carinola, dove oggi però i passaggi sono ostruiti da frane, e dall’incuria dell’uomo moderno (leggi: depositi di immondizia).

E poi attrezzi, recipienti, tutto ciò che nell’ultimo millennio si è potuto ricavare dalla pietra lavica, leggera e malleabile. E infine le terme di Suio, l’effetto ancora vivo del vulcano che ancora oggi rivela l’indissolubile legame tra l’uomo e l’interiorità della terra. Insieme alle distese di viti che verdeggiano lungo le coste del monte (il vino su suolo lavico è particolarmente buono!), e i castagneti di Roccamonfina nella parte più alta e fresca.

Dal 1999 il tutto è stato poi protetto dall’istituzione di un parco naturale, il Parco vulcanico di Roccamonfina e foce del Garigliano, includendo quindi quell’estrema propaggine del Basso Lazio, area di interesse di ViPiù.

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Piero Ianniello è insegnante universitario di lingua e cultura italiana ed è scrittore (3 romanzi pubblicati) e giornalista pubblicista. Ha scritto per quotidiani (Il Corriere di Prato) e riviste storiche (il Centro Documentazione Studi Cassinati) e culturali bilingue (ITS China e Cina in Italia), oltre che per varie testate online, sempre su temi sociali e culturali. Vive a Prato, ma ha origini nel basso Lazio: nato a Cassino il 3 agosto 1971 con nonni materni minturnesi e nonni paterni di Santi Cosma e Damiano.