
Caso Minetti. Nell’intervento ad Accordi e Disaccordi su La Nove, Marco Travaglio torna sulla grazia concessa a Nicole Minetti e contesta le verifiche svolte da Procura e Quirinale. Al centro del suo ragionamento non c’è soltanto la vicenda personale dell’ex consigliera regionale, ma il principio dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e il ruolo del giornalismo nel controllo del potere.
Caso Minetti, la questione non è Nicole Minetti ma il controllo del potere
Il lungo intervento di Marco Travaglio nella trasmissione Accordi e Disaccordi su La Nove divenrdì 6 giugno non può essere liquidato come una semplice polemica contro il Quirinale o contro la Procura Generale di Milano. Al contrario, il Caso Minetti viene utilizzato dal direttore del Fatto Quotidiano come esempio di una questione più ampia e più delicata: il rapporto tra potere, informazione e uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Non è un caso che prima dell’intervento di Travaglio il conduttore Luca Sommi abbia dedicato una lunga riflessione al significato della democrazia e al ruolo del giornalismo. Il punto centrale del suo ragionamento è semplice: quando un giornalista si trova di fronte a fatti documentati che riguardano l’esercizio del potere, non può decidere se pubblicarli o meno. Deve farlo. Perché il giornalismo, secondo Sommi, non è il cane da guardia del potere ma dei cittadini.
È all’interno di questa cornice che si colloca il Caso Minetti.
Travaglio ricostruisce la vicenda ricordando la condanna definitiva dell’ex consigliera regionale lombarda, le pene inflitte nei processi Ruby e per peculato e soprattutto la successiva grazia concessa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Una decisione che il Fatto Quotidiano ha portato all’attenzione pubblica dopo settimane di sostanziale silenzio mediatico.
La tesi sostenuta da Travaglio è netta. Secondo il giornalista, la grazia sarebbe stata concessa sulla base di elementi che avrebbero meritato verifiche molto più approfondite. Nel suo intervento contesta ancora di più il lavoro istruttorio svolto, su richiesta dal presidente Mattarella dopo la concessione della grazia e dopo lo “scoppio” del caso, dalla Procura Generale di Milano e sostiene che molte delle informazioni presentate a sostegno della richiesta di clemenza sarebbero state accettate senza adeguati riscontri indipendenti.
Ma il punto che colpisce maggiormente non riguarda nemmeno Nicole Minetti.
Il cuore politico e giornalistico dell’intervento è un altro: perché una persona che non ha ancora iniziato a scontare concretamente la propria pena ottiene una grazia che viene negata alla quasi totalità dei detenuti italiani e, comunque, a tutti quelli che non abbiano almeno iniziato a scontare la pena?
Travaglio richiama i dati ufficiali pubblicati dal Quirinale sulle domande di grazia accolte e respinte negli anni della presidenza Mattarella, sostenendo che il caso Minetti rappresenti un’eccezione difficile da spiegare alla luce dei criteri normalmente applicati.
Si può condividere o meno questa conclusione. Si possono contestare i toni sarcastici utilizzati dal direttore del Fatto Quotidiano. Ma non si possono ritenere infondate alcune delle sue ricostruzioni ed è difficile negare che le domande poste meritino una risposta nel merito.
Anche perché il dibattito pubblico si è spesso concentrato su un aspetto secondario: il fatto che il quotidiano abbia osato mettere in discussione una decisione del Capo dello Stato.
Ed è proprio questo che Travaglio considera il problema.
Nella sua lettura, una parte del sistema mediatico italiano tende a considerare alcune istituzioni come sottratte a qualsiasi giudizio critico. Come se la semplice autorevolezza dell’istituzione dovesse sostituire il diritto dei cittadini a conoscere e verificare.
È una critica che può apparire dura, ma che tocca un tema reale. In una democrazia matura nessuna istituzione dovrebbe temere le domande della stampa. Al contrario, dovrebbe essere interessata a fornire tutte le risposte necessarie.
Per questo il Caso Minetti rischia di andare oltre la vicenda personale dell’ex consigliera regionale. La questione diventa capire se il giornalismo debba limitarsi a registrare le decisioni del potere oppure possa e debba continuare a interrogarle quando emergono elementi meritevoli di approfondimento.
Da questo punto di vista, al di là delle opinioni che ciascuno può avere su Travaglio, sul Fatto Quotidiano o su Nicole Minetti, il principio evocato da Luca Sommi resta probabilmente il più importante: quando esiste il dubbio che la legge non sia uguale per tutti, il compito del giornalismo non è tacere ma continuare a fare domande. E il Caso Minetti dimostra che quelle domande, a distanza di mesi dalla grazia, sono ancora aperte.







































