
I virus antitumorali contro il glioblastoma potrebbero raggiungere il cervello usando cellule del sistema immunitario come trasportatori: la strategia è stata studiata a Padova.
Un gruppo dell’Istituto di Ricerca Pediatrica Città della Speranza e dell’Università di Padova ha realizzato un modello sperimentale della barriera ematoencefalica umana per valutare una nuova modalità di somministrazione dei virus oncolitici. Questi agenti sono ingegnerizzati per individuare e distruggere selettivamente le cellule tumorali.
Il lavoro, pubblicato su Materials Today Bio, riguarda uno dei principali ostacoli alla cura dei tumori cerebrali: la barriera che regola il passaggio delle sostanze dal sangue al cervello protegge il sistema nervoso, ma può impedire anche l’arrivo dei farmaci. La ricerca completa altri filoni dedicati al glioblastoma e alle terapie sperimentali.
Virus antitumorali contro il glioblastoma trasportati dai monociti
Il gruppo coordinato dalla professoressa Elisa Cimetta, responsabile del BIAMET Lab nell’area di Biotecnologie mediche dell’IRP, ha integrato il modello microfluidico della barriera ematoencefalica con strutture tridimensionali di glioblastoma. In questo ambiente di laboratorio i ricercatori hanno osservato il comportamento dei monociti, cellule appartenenti al sistema immunitario.
I risultati indicano che i monociti possono trasportare un virus terapeutico attraverso la barriera, raggiungere le cellule tumorali e attivare l’azione prevista. L’approccio punta quindi a usare un vettore cellulare naturale per accompagnare l’agente antitumorale fino al bersaglio, limitando una delle difficoltà che rendono il glioblastoma particolarmente complesso da trattare.
Lo studio resta in una fase preclinica: le osservazioni sono state ottenute in un modello sperimentale e non corrispondono ancora a una terapia disponibile per i pazienti. Il passaggio successivo sarà comprendere meglio efficacia, sicurezza e riproducibilità del sistema, oltre a ottimizzare il trasporto mirato verso il sistema nervoso centrale.
Per i ricercatori il risultato rappresenta una base utile per sviluppare strategie più precise contro tumori oggi difficili da curare. La possibilità di combinare modelli microfluidici umani, strutture tumorali tridimensionali e cellule immunitarie consente inoltre di studiare i meccanismi di attraversamento della barriera in condizioni più vicine alla biologia umana. Foto: IRP Città della Speranza, professoressa Elisa Cimetta.






























