Giovani che rivendicano il diritto a restare in Italia e ad essere ascoltati nella serata promossa da Pd Vicenza e organizzata da Karam (Volti italiani)

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Diritto a restare
Victoria Karam, Giovanni Crisanti, Pietro Galeone, Gaia Zorzi e Fausto Terrana

L’Indice Sintetico dei Flussi Migratori (Isfm), riportato nel Rapporto “Giovani Expat” del CNEL, certifica che per ogni giovane che arriva in Italia da un’economia avanzata, ne partono 14,5 verso l’estero. Da questa assunzione ha preso il via il convegno “Diritto a restare. Per un paese che non respinge ma attrae”, organizzato da Victoria Karam (Volti italiani) e promosso da Pd Vicenza e sezione provinciale, L’associata, Cives e Volti italiani.

La serata, che ha raccolto un ottimo successo di pubblico, si è tenuta presso la Fondazione Monte di Pietà, alla presenza del suo presidente Giovanni Diamanti.

A dibattere con la moderatrice Gaia Zorzi, fondatrice di Cives – account Instagram dedicato alla politica e all’attualità – sono stati: Giovanni Crisanti, fondatore de L’associata, organizzazione giovanile nata a Roma nel 2018 da un gruppo di studenti universitari e professionisti; Pietro Galeone, economista e professore all’Università Bocconi, e Fausto Terrana, presidente Giovani Democratici siciliani.

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I relatori Giovanni Crisanti, Pietro Galeone e Fausto Terrana, con la moderatrice Gaia Zorzi

Cervelli in fuga in cerca di una possibilità di crescita

L’introduzione alla serata è stata fatta da Victoria Karam che ha riportato la propria situazione, quella di italiana che vive a Bruxelles e lavora come assistente parlamentare: «Vivo e lavoro all’estero ma preferirei restare qui. I giovani vanno fuori per ricerca di lavoro, tipo di stipendio e maggiori possibilità di crescita».

Giovanni Crisanti ha parlato della propria creazione, ovvero L’associata, nata otto anni fa per impulso di studenti universitari per parlare delle problematiche della città di Roma, espandendosi poi a quelle nazionali; Crisanti ha raccontato la sensazione che ha provato nel vedere i suoi colleghi fondatori, uno dopo l’altro, trasferirsi all’estero in diversi paesi. Il motivo principale sono i salari: «Siamo l’unica economia OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) che dal 1990 a oggi ha visto scendere i salari reali».

Ai salari bassi si aggiunge il fatto che molti ragazzi sono insoddisfatti del lavoro che fanno e poco propensi a rimanere in un’azienda che non li gratifica, in cui non possono formarsi e compiere avanzamenti di carriera, ottenendo anche posizioni manageriali.

Un altro dato fornito da Crisanti è quello riportato all’inizio, ovvero che per ogni giovane che arriva in Italia da un paese ad economia avanzata, ne partono 14,5, dunque non vi è solo il problema di chi se ne va dall’Italia, ma anche il fatto che non ci sono giovani attratti a venire a lavorare nel nostro Paese.

Per contrastare la cosiddetta “fuga dei cervelli”, il Consiglio dei ministri ha inserito nella Manovra 2027 un bonus da 2.500 euro per i giovani lavoratori under 30, con una tassazione agevolata all’1%. «Non sono questi i modi di tenere i giovani in Italia, servono misure più strutturare: dal diritto alla casa al diritto alla salute, fino a misure per contrastare lo spopolamento dei paesi» conclude Crisanti.

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Il pubblico presente

Diritto a restare: come attirare i giovani italiani che vivono all’estero?

Pietro Galeone, economista e professore all’Università Bocconi, ha esordito parlando del salario come modalità di attrazione di un giovane italiano che vive all’estero: «Un giovane che non viene pagato non è valorizzato anche da altri punti di vista, significa che quell’impresa non lo sta formando, mentre all’estero si hanno prospettive di carriera migliori». Molti giovani in Italia, invece, sono costretti a chiedere l’aiuto dei genitori fino a che non hanno uno stipendio fisso e che permetta loro di mantenersi in autonomia.

Galeone ha parlato della struttura delle aziende in Italia e degli incentivi alle piccole medie imprese creati negli anni dai Governi che si sono susseguiti; secondo il professore, dunque, le imprese non fanno investimenti nella produttività e nella verticalizzazione della produzione perché è conveniente per loro “rimanere piccole”. Ma nelle imprese con pochi dipendenti, è difficile avanzare di carriera e assumere posizioni di rilievo, altra motivazione per cui i giovani si trasferiscono.

Dal 2009 a oggi la produttività reale in Italia è aumentata di 5 punti percentuali, mentre i salari nello stesso periodo sono diminuiti di 6 punti percentuali: nonostante ci sia maggiore produttività (quantità di valore aggiunto per ora lavorata), essa non è “riconosciuta” attraverso il salario reale. Un altro dato citato dall’economista è che la quota del PIL che viene riconosciuta ai lavoratori attraverso il salario è passata da 62% nel 1975 al 51% oggi.

«C’è una frustrazione evidente nel mondo del lavoro, perciò chiediamo che la produttività sia riconosciuta tramite un aumento di salario o attraverso una diminuzione delle ore di lavoro, riducendo l’orario lavorativo» chiosa Galeone che evidenzia come il Paese non sia in grado di “trattenere” i lavoratori qualificati e ad alta produttività, ma anche di attirare quei ricercatori in fuga dall’America dopo il taglio dei fondi all’istruzione.

Manifestazioni e scioperi: come rispondere a ciò che non va?

Fausto Terrana, presidente Giovani Democratici siciliani, ha analizzato la genesi degli scioperi delle ultime settimane, in Italia partiti dagli autotrasportatori del sud inizialmente «oscurati dai media». In Francia a cominciare la protesta sono stati gli studenti per motivi legati all’edilizia scolastica, mentre in Spagna per la crisi abitativa, gli affitti e gli sfratti.

In piazza sono scesi anche gli agricoltori, Terrana ha riportato un dato eclatante: l’82% dei fondi PAC (Politica Agricola Comune) va al 20% delle imprese più ricche, ovvero a chi ha più ettari, mentre il restante va all’1%, che spesso sono giovani che iniziano il lavoro agricolo con passione ma con un piccolo appezzamento di terra. Terrana ha poi parlato del carovita e delle bollette, dando come soluzione avviare una vera transizione alle rinnovabili.

Crisanti ha ripreso la parola per descrivere le possibili soluzioni per rispondere al “diritto a restare” e ai giovani nelle piazze: il sostegno ai locatari affinché affittino le case a lungo termine, gli incentivi al trasporto pubblico, la riduzione dei costi dell’energia, un salario minimo e una fiscalità agevolata per i giovani e i meno abbienti. Ha concluso citando maggiori fondi a istruzione e ricerca e a cultura e sport come strumenti di progressione sociale. E poi, necessaria è l’interruzione della “catena degli stage”, affinché dopo il primo stage in un’azienda, i giovani possano essere assunti con un contratto regolare e mantenersi.

Spazio infine alle domande di un pubblico che si è mantenuto interessato e attento fino alla fine del dibattito e si è complimentato per la competenza dei relatori sui temi sociali e sul diritto a restare dei giovani.