
2 giugno. Mentre l’Italia celebra la nascita della Repubblica e i valori della Costituzione, le cronache raccontano guerre, disuguaglianze, sfruttamento e la tragedia dei quattro braccianti pakistani uccisi in Calabria. Una riflessione sul significato autentico della ricorrenza nazionale.
2 giugno, la festa più autentica sarebbe guardare in faccia la realtà
Ogni anno il 2 giugno richiama gli italiani alla memoria di una scelta storica che cambiò il volto del Paese. Il referendum del 1946 segnò la nascita della Repubblica e l’avvio di un percorso che avrebbe portato alla Costituzione, ai diritti democratici e alla ricostruzione morale e materiale dell’Italia dopo la tragedia della guerra.
È giusto celebrare questa ricorrenza.
È giusto ricordare chi ha combattuto per la libertà, chi ha creduto nella democrazia e chi ha costruito istituzioni che ancora oggi, sia pure spesso miancciate, rappresentano il fondamento della nostra convivenza civile.
Ma proprio il 2 giugno, forse più che negli altri giorni dell’anno, dovrebbe essere l’occasione per confrontare quei principi con la realtà che abbiamo davanti agli occhi.
Le notizie che arrivano dall’Italia e dal mondo non consentono infatti di rifugiarsi nelle sole celebrazioni.
C’è la guerra in Ucraina. C’è la tragedia permanente di Gaza. Ci sono le migliaia di morti dimenticati lungo le rotte migratorie. Ci sono le disuguaglianze crescenti che separano pochi privilegiati da milioni di persone che vivono condizioni sempre più difficili.
E c’è una notizia che in queste ore dovrebbe interrogarci profondamente.
Quattro braccianti (tre afghani e un pakistano) sono morti in Calabria in circostanze che gli investigatori ritengono riconducibili a un omicidio di una ferocia sconvolgente. Secondo le prime ricostruzioni, gli uomini sarebbero stati bloccati all’interno di un veicolo poi dato alle fiamme.
Sarà la magistratura ad accertare responsabilità e dinamica. Ma già oggi una domanda riguarda tutti noi.
Che cosa significa celebrare una Repubblica fondata sul lavoro quando il lavoro continua a essere luogo di sfruttamento, ricatto e morte?
L’articolo 1 della Costituzione non afferma che la Repubblica è fondata sul profitto o sulla competizione senza regole. Afferma che è fondata sul lavoro. Un principio che dovrebbe tradursi in dignità, sicurezza e rispetto per ogni persona.
Per questo il 2 giugno non dovrebbe essere soltanto una giornata di esibito orgoglio nazionale. Dovrebbe essere anche e soprattutto una giornata di verifica. Una giornata in cui chiederci quanto siamo fedeli ai valori che diciamo di celebrare.
Quanto siamo fedeli all’uguaglianza. Quanto siamo fedeli alla solidarietà. Quanto siamo fedeli alla pace. Quanto siamo fedeli alla dignità del lavoro.
Non si tratta di sminuire la Festa della Repubblica. Al contrario. Si tratta di prenderla sul serio. Perché la Repubblica non vive nelle parate, nelle dichiarazioni ufficiali o nelle formule di circostanza. Vive nella capacità di indignarsi davanti alle ingiustizie. Vive nella tutela dei più deboli. Vive nella difesa della libertà e della dignità umana.
Se il 2 giugno serve ancora a ricordarci tutto questo, allora la sua celebrazione conserva intatto il proprio significato.
Se invece diventa soltanto una ricorrenza da onorare con parole rituali, mentre distogliamo lo sguardo dalle tragedie del presente, rischia di perdere proprio quella forza morale che nel 1946 le diede origine.






































