Appelli istituzionali di Draghi, Mattarella e Papa Francesco a vaccinarsi. “Filosofia in Agorà”: una questione di comunicazione e di conoscenze

Appelli istituzionali a vaccinarsi
Appelli istituzionali a vaccinarsi
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Dopo il mortifero appello a vaccinarsi del 22 luglio del Presidente del Consiglio Mario Draghi, molte altre cariche dello Stato e personalità pubbliche si sono spese a favore della campagna vaccinale, mentre risulta sempre più defilata, forse perché ci si è accorti che è stata fallimentare e poco incisiva, la figura del Generale Figliuolo in livrea medagliata con la piuma sul berretto.

Di sicuro, il videomessaggio del 18 agosto di Papa Francesco si muove su un registro completamente diverso rispetto a quello di Draghi, infatti, mentre quest’ultimo evocava la morte nella frase «L’appello a non vaccinarsi è un invito a morire», lanciando una inutile sfida controfattuale ai no-vax, che di fatto, nel momento in cui non si ammalano, non muoiono, Papa Francesco, come ci ha abituato durante questo suo pontificato, si gioca la carta dell’amore, sostenendo che «Vaccinarsi è un atto d’amore»…si sa amor vincit omnia!

Sul tema si è espresso ieri, 20 agosto, anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale, in maniera più istituzionale davanti al popolo di Comunione e Liberazione al consueto meeting di Rimini ha lanciato il suo slogan conciliante: «Il vaccino è un dovere, serve il coraggio della responsabilità», puntando sul senso morale della responsabilità civica per la costruzione di una comunità coesa e solidale.

Controverso, tuttavia, è sembrato, all’interno del discorso di Mattarella, il riferimento ai medici e a chi svolge “mansioni sociali”, vale a dire gli insegnanti, uniche categorie di lavoratori alle quali è stato imposto l’obbligo vaccinale. A parte il fatto che in una società organica, in cui vi è un alto grado di differenziazione sociale in virtù della divisione del lavoro, tutte le “mansioni” sono “sociali”, nel senso che tutte le categorie lavorative svolgono un ruolo fondamentale per mantenere la coesione, ciò che a molti non è apparso chiaro è come mai, se il vaccino è l’unica soluzione contro la pandemia, non si sia ancora stabilito un obbligo vaccinale per tutta la popolazione, in modo da stroncare sul nascere ogni incertezza e indecisione.

E, allora, è evidente che la campagna vaccinale, partita in maniera libera e consenziente, si è arenata davanti al surplus comunicativo e informativo, che ha mandato la popolazione in tilt con un overloading cognitivo, cioè un sovraccarico di informazioni. In questo modo ciascun? cittadin? è stat? costrett? a gestire con le proprie capacità e competenze una marea di informazioni molto contrastanti, veicolate da scienziate, medici, giornaliste, statistici, soubrettes e ballerini gli uni accanto alle altre.

Tuttavia, la pessima gestione informativa non è stato l’unico elemento a rallentare la campagna vaccinale, infatti nei discorsi di molte persone che non si sono vaccinate vi è in filigrana una forma di risentimento, se non proprio di sfiducia e diffidenza, nei confronti dello Stato, il quale offrirebbe gratuitamente l’antidoto per uscire dalla pandemia. Vi è, in sostanza, a monte, una precomprensione emotiva, più che razionale, la quale impedisce di cogliere gli effetti positivi di un vaccino, storicamente incontestabili, e che attiva, come reazione, un muro cognitivo che si abbevera a qualsiasi fonte, purché si presenti con le insegne dell’antistatalismo, dell’anti-istituzionalismo.

E ieri pomeriggio ho avuto la conferma, nel mio piccolo, del funzionamento dello schema cognitivo di persone con scarsi strumenti conoscitivi e con una precomprensione emotivamente orientata messe davanti alla libertà di scelta.

Per rinfrescarmi dall’afa canicolare, sono andato al mare con la mia famiglia. Quando sono arrivato sul posto, il parcheggio era piuttosto vuoto e, conoscendo molto bene quella zona, sono andato a parcheggiare dove da lì a poco sarebbe arrivata l’ombra, così da potermi assicurare circa tre ore su quattro di ombra. Mentre sistemavo la mia auto, è arrivata una signora e il parcheggiatore l’ha invitata gentilmente a raggiungerlo per sistemare la sua auto accanto alla mia, in modo da seguire una logica all’interno del parcheggio, che si sa, è sempre molto utile soprattutto nel momento in cui bisogna uscire dagli ingorghi dei parcheggi senza una ratio, ma anche per beneficiare della preziosa ombra nelle ore più calde della canicola.

Ebbene, la signora ha piazzato la sua auto come un fungo nel bel mezzo del parcheggio, dove nell’immediatezza le sembrava più comodo per uscire, e da lì non si è più mossa, rispondendo all’invito del parcheggiatore che non avrebbe fatto quei passi in più per mettere la macchina fino in fondo per un’ombra che, secondo lei, non era poi così sicuro che sarebbe arrivata.

Questa vicenda mi ha fatto riflettere molto sui meccanismi cognitivi delle persone, sugli atteggiamenti davanti all’asimmetria informativa e sulla gestione dell’informazione in generale. Ho rivisto, in sostanza, la stessa differenza di atteggiamento davanti al vaccino.

Non nego di aver vissuto un anno e mezzo di pandemia nella convinzione che un vaccino sarebbe stato la soluzione al contagio dilagante e su questo pesava indubbiamente la conoscenza del passato, la consapevolezza, da storico, che in passato l’unico modo di sconfiggere le pandemie è stato per mezzo dei vaccini. Che poi si potessero trovare altre soluzioni, come le trasfusioni di plasma, gli aerosol, tutto sarebbe stato utile, ma era il vaccino quello che, personalmente, attendevo.

Con questa precomprensione emotiva, dettata da elementi conoscitivi, nel momento in cui si è affacciata l’ipotesi della disponibilità di un vaccino e che i nostri Stati ricchi avrebbero fatto di tutto per comprarli e offrirli alla popolazione, non posso nascondere di aver tirato un sospiro di sollievo, anche perché tra genitori, suoceri, zii e parenti il Covid-19 aveva già colpito duramente, lasciando un triste segno anche in termini di assenze.

Certo, trafficando un po’ con la lingua greca, ero anche consapevole che il vaccino non era altro che un farmaco e, come qualsiasi pharmakon, avrebbe avuto sicuramente degli effetti positivi, in quanto medicamento, ma avrebbe anche potuto sortire effetti negativi, come è nell’etimologia di pharmakon, che vuol dire anche veleno.

Ecco, tutte queste cose sapevo quando ho accettato consapevolmente e responsabilmente di vaccinarmi con l’AstraZeneca nel pieno della campagna denigratoria a suo carico e, ovviamente, ho accettato anche le conseguenze della mia scelta, così come in questo momento sono consapevole degli effetti della nimesulide, ma quando ho l’emicrania, il che capita almeno una volta a settimana, so anche che per stare meglio, devo sciogliere quella bustina nell’acqua senza battere ciglio perché so che funziona, giocandomi il rischio di possibili effetti collaterali a lungo termine.


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a cura di Michele Lucivero

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Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari e poi in Forme e Storia dei Saperi Filosofici presso l’Università degli Studi del Salento, dove ha conseguito anche il Dottorato di Ricerca in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione. Ha conseguito anche il Diploma di Scienze Religiose presso l’Istituto “Italo Mancini” dell’Università degli Studi di Urbino. Abilitato all’insegnamento di Filosofia e Storia e specializzato nella Didattica per le Attività di Sostegno presso l’Università di Padova, attualmente è docente di ruolo nella scuola pubblica. Dirige con Michele Di Cintio la collana Pratiche Didattiche e Percorsi Interculturali presso la casa editrice Aracne di Roma, all’interno della quale ha pubblicato e curato diversi volumi di taglio didattico su argomenti storici, filosofici, antropologici e sociologici. Dopo aver trascorso gli ultimi dieci anni a respirare il profumo del muschio montano vicentino dal 2018 è tornato a bearsi dell’aroma della salsedine pugliese. Giornalista pubblicista da giugno 2021