
(Adnkronos) – Gestire un’azienda significa sempre più spesso confrontarsi con variabili non controllabili: aumento del costo dell’energia e delle materie prime, inflazione, costo del lavoro, variazioni dei tassi e instabilità geopolitica possono modificare in pochi mesi scenari che a inizio anno apparivano sostenibili. Redigere il budget previsionale in autunno è un’abitudine sana che ogni impresa, piccola o grande, dovrebbe acquisire che consente all’imprenditore di prendere decisioni prima che un aumento dei costi o una riduzione dei margini diventino un problema di liquidità. Lo spiega all’Adnkronos/Labitalia Francesco Schimmenti consulente fiscale di Partner d’impresa, network di commercialisti, avvocati e consulenti del lavoro nato per offrire al mondo delle pmi un sistema di servizi integrati.
Per quale motivo è così importante organizzare il budget previsionale in questo periodo dell’anno? Quali sono i vantaggi?
Perché è l’ultimo momento in cui i numeri si possono ancora cambiare. Con due terzi dell’anno alle spalle, l’imprenditore ha dati abbastanza solidi per capire come chiuderà e ha ancora qualche mese per intervenire. Dopo il 31 dicembre il bilancio si può solo fotografare: le decisioni che incidono sulle imposte del 2026 vanno prese prima. I vantaggi sono tre. Il primo è fiscale: conoscere in anticipo l’utile atteso permette di valutare investimenti, spese e svalutazioni con il tempo di farli bene, non di corsa a fine dicembre. Il secondo riguarda la liquidità. Nella parte finale dell’anno si concentrano uscite consistenti: il secondo acconto delle imposte, l’acconto Iva, le tredicesime. Saperlo per tempo evita di trovarsi scoperti o di chiedere fidi bancari all’ultimo momento. Il terzo guarda avanti: il budget dell’anno in corso è la base per costruire quello del 2027, compresa la scelta su come rinnovare i contratti dell’energia, a prezzo fisso o variabile.
Quali sono le strategie fiscali per ottimizzare il buget previsionale in funzione di un risparmio sui costi dell’energia?
Le leve sono diverse e funzionano meglio insieme. La prima è investire in efficienza o in autoproduzione, per esempio un impianto fotovoltaico per l’autoconsumo. Questi investimenti possono rientrare nell’iperammortamento, che consente di dedurre più del costo sostenuto. Con la maggiorazione del 180%, su 100.000 euro di investimento si deducono in totale 280.000 euro. Per una società di capitali questo vale circa 43.000 euro di Ires risparmiata in più rispetto all’ammortamento normale. Ci sono però alcune avvertenze: il beneficio si distribuisce negli anni di ammortamento, non arriva tutto subito e serve un utile sufficiente ad assorbirlo. Bisogna inoltre rispettare requisiti tecnici e documentali, e per i pannelli anche requisiti di provenienza. La seconda leva strategica è quella di controllare la proposta dell’Agenzia delle Entrate in merito all’adesione al concordato preventivo biennale 2026-2027. Maggiori costi possono comprimere l’utile e dunque il reddito. Va capito bene se c’è un vantaggio nella proposta che l’Agenzia fa e di conseguenza muoversi e fare le scelte corrette di risparmio fiscale. Infine la terza è il welfare. L’impresa può rimborsare ai dipendenti le bollette domestiche di luce, acqua e gas come fringe benefit esente, entro 1.000 euro, che salgono a 2.000 per chi ha figli a carico. Per il dipendente è un aiuto netto, per l’azienda un costo deducibile. Rende molto più di un aumento in busta paga, che sconta tasse e contributi. C’è poi un’ultima strategia ed è il calcolo delle imposte. Se il caro energia ha ridotto i margini, il budget permette di calcolare il secondo acconto di fine novembre sull’utile atteso invece che sull’anno precedente. Così l’azienda non anticipa al fisco liquidità che le serve. Va fatto con prudenza, perché se si sottostima si pagano sanzioni.
Su quali aspetti ruota l’analisi previsionale del budget aziendale?
Dovrebbe basarsi su tre domande: quanto guadagnerò, quanta liquidità avrò, quante imposte pagherò. Si parte dai ricavi attesi nei mesi che restano. Poi si stimano i costi, distinguendo quelli fissi da quelli variabili, e si arriva a una proiezione dell’utile. Accanto al conto economico serve il prospetto di cassa, con incassi e pagamenti mese per mese, le scadenze fiscali e gli impegni con le banche. Per l’energia consiglio di non lavorare con un numero solo ma con almeno due scenari, uno base e uno prudente. È la voce più volatile, e un errore di stima lì si riflette subito su margini e liquidità. Da ultimo, l’analisi deve considerare gli investimenti programmati e il loro effetto fiscale: lo stesso acquisto fatto a dicembre o a gennaio può cambiare in modo significativo le imposte dell’anno.
In questo periodo, con due terzi dell’anno lavorativo alle spalle, è possibile stimare gli utili. Se la proiezione indica un utile molto elevato, quali sono i rischi e i vantaggi dell’anticipare spese di manutenzione o marketing all’anno in corso per abbassare le tasse del 2026?
Anticipare una spesa ha senso solo se quella spesa sarebbe stata fatta comunque. Il conto è semplice: per una società, ogni 10.000 euro di costo deducibile fanno risparmiare circa 2.800 euro tra Ires e Irap. Gli altri 7.200 euro sono un costo vero. Spendere solo per pagare meno tasse impoverisce l’azienda. Il vantaggio reale è un altro. Se una manutenzione o una campagna di marketing erano già previste per i primi mesi del 2027, farle entro dicembre anticipa di un anno il risparmio fiscale trattandosi di costi d’esercizio. I rischi sono tre. Il primo riguarda la competenza: non basta ricevere o pagare la fattura entro il 31 dicembre, la prestazione deve essere conclusa entro fine anno, altrimenti il costo appartiene al 2027. Il secondo sono i limiti di legge. Le manutenzioni ordinarie si deducono subito solo fino al 5% del valore dei beni ammortizzabili, e l’eccedenza si deduce nei cinque anni successivi. Le spese di rappresentanza, da non confondere con la pubblicità, hanno tetti propri e vanno pagate con strumenti tracciabili. Il terzo riguarda cassa e banche: abbattere l’utile riduce le imposte, ma peggiora i numeri su cui le banche valutano l’affidabilità dell’azienda e consuma liquidità che potrebbe servire a inizio anno.
La merce obsoleta o fuori mercato presente in magazzino concorre a formare l’utile ed è soggetta a tassazione. Quali sono i passaggi specifici e le procedure fiscalmente inattaccabili da inviare all’Agenzia delle Entrate per rottamare la merce invendibile entro la chiusura del bilancio?
Una premessa: nessuna procedura è inattaccabile in assoluto, ma una procedura documentata secondo le regole mette l’impresa al riparo dalle contestazioni. Per il fisco, la merce che sparisce dal magazzino si presume venduta. Se la si butta senza prove, l’Agenzia può considerarla ceduta in nero, con imposte e sanzioni. Per affrontare la situazione le strade sono tre: la prima è la distruzione della merce invenduta o obsoleta. Va comunicata almeno cinque giorni prima all’Agenzia delle Entrate e alla Guardia di Finanza competenti, indicando data, ora, luogo, modalità, quantità e valore della merce. Il giorno della distruzione serve un verbale redatto da un notaio, da un pubblico funzionario o dalla Guardia di Finanza presenti. Per lotti di valore complessivo fino a circa 5.000 euro basta una dichiarazione sostitutiva dell’imprenditore. Se lo smaltimento è affidato a terzi, vanno conservati il documento di trasporto e il formulario rifiuti. La seconda è la donazione. La legge antispreco consente di cedere gratuitamente a enti non profit beni non più vendibili, per numerose categorie di prodotti. La cessione non genera ricavi tassabili, non si applica l’Iva e il costo della merce resta deducibile. Servono il documento di trasporto, la dichiarazione dell’ente che riceve i beni e, oltre certe soglie di valore, una comunicazione riepilogativa all’Agenzia. La terza vale per la merce che ha ancora possibilità di essere venduta, anche se a prezzi molto bassi: venderla a stock, oppure svalutarla al valore di mercato. Attenzione però: il fisco riconosce la svalutazione solo se il minor valore è dimostrato con prezzi effettivi, non con una stima soggettiva. In ogni caso tutto deve avvenire entro il 31 dicembre per incidere sull’utile 2026. E il preavviso di cinque giorni significa che la decisione non si può prendere all’ultimo momento, evitando azioni frettolose o mosse dall’urgenza, senza strategia.
6) Per evitare di considerare ricchezza dell’azienda guadagni non ancora incassati è bene fare il controllo degli insoluti. Per trasformare le fatture non incassate in perdite su crediti deducibili, la legge richiede di dimostrare il tentativo di recupero. Oltre all’invio delle Pec di sollecito, quali altre azioni tempestive devono essere attivate in autunno per consolidare questo diritto entro il 31 dicembre?
I solleciti via Pec da soli non bastano. La legge chiede elementi certi e precisi, cioè la prova che il credito non è più recuperabile, non solo che si è provato a recuperarlo. Il primo passo è separare i crediti piccoli. Quelli fino a 2.500 euro (5.000 per le imprese con ricavi sopra i 100 milioni) scaduti da almeno sei mesi sono deducibili senza altre prove. Quindi un piccolo credito scaduto entro il 30 giugno si può dedurre già nel 2026. Per gli importi maggiori bisogna avviare subito l’azione legale: messa in mora tramite avvocato, decreto ingiuntivo, esecuzione. La prova certa arriva da un pignoramento con esito negativo o dall’irreperibilità del debitore. Va detto con realismo che un percorso giudiziario difficilmente si chiude entro dicembre. Avviarlo ora, però, significa poter dedurre la perdita appena la prova arriva, invece di rimandare tutto di un anno. Ci sono poi altre strade. Se il debitore entra in una procedura concorsuale, la perdita è deducibile dalla data di apertura, e conviene insinuarsi al passivo. Con una transazione scritta, in cui il debitore paga una parte e il resto viene stralciato, la parte rinunciata diventa perdita. Con la cessione pro soluto a una società di factoring, lo sconto applicato è una perdita certa e l’azienda incassa subito. A prescindere da tutto questo, ogni anno si può dedurre una svalutazione forfettaria dello 0,5% dei crediti commerciali, fino a un fondo complessivo del 5%. Si tratta di un accantonamento contabile, che permette di ridurre il reddito imponibile. Un dettaglio che spesso si dimentica: insieme alla perdita si può recuperare anche l’Iva della fattura non pagata, con una nota di variazione, dall’apertura della procedura concorsuale o dall’esito negativo del pignoramento.
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