Definito “Il papa filosofo”, Benedetto XVI nelle sue encicliche tuonò spesso contro il relativismo e il marxismo, mostrando il volto conservatore della Chiesa cattolica. Quali sfide attendono oggi la Chiesa di papa Francesco?

Si è prolungata per tutta la settimana appena trascorsa (forse anche troppo) la celebrazione del funerale dell’ex papa o “papa emeritoBenedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger, mettendo fine ad una circostanza storicamente inedita nella modernità, i cui precedenti devono essere fatti risalire al 1415 con Gregorio XII, il quale abdicò per tentare di ricomporre una frattura politica interna alla Chiesa cattolica che aveva, addirittura, visto la compresenza simultanea e conflittuale di tre papi.

Nel nostro caso, perlomeno pubblicamente, i due papi non sono mai stati in una relazione conflittuale, sebbene si sia percepito sin da subito un cambio di indirizzo pastorale e teologico nel passaggio da Benedetto XVI a Francesco, e non soltanto per la scelta allusiva ed evocativa del nome.

Ad ogni modo, nonostante Umberto Galimberti, che pure si era laureato con una tesi su Tommaso D’Aquino, abbia detto di Ratzinger «Non credo che Benedetto XVI sia un grande filosofo né un grande teologo», è indubbio che la produzione bibliografica e le stesse encicliche del papa emerito rivestano un certo interesse filosofico, sebbene si tratti di una filosofia conservatrice, non dissimile da quella di tanti altri accademici che occupano le nostre università, e che andrebbe quantomeno confutata nel merito e nella sostanza.

È sintomatico, infatti, che nell’ultima enciclica, pubblicata da Benedetto XVI nel 2009 e intitolata Caritas in veritate, mentre egli cercava di correggere il tiro, troppo sinistroide nelle sue conseguenze, della Populorum progressio del 1967 di Paolo VI, Ratzinger nel solo primo paragrafo riportava ben undici volte il termine “Verità”. Era evidente, insomma, che pur criticando l’accumulazione capitalistica, ma senza condividere le aperture troppo radicali di Papa Montini, secondo il quale «La proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto»[1], l’interesse filosofico primario di Benedetto XVI fosse quello di legare la sua argomentazione alla necessità di convincere che bisogna obbedire incondizionatamente ad una sola Verità, la sua! Non a caso, infatti, egli affermava che si vive «in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità»[2] e che quello della relativizzazione «È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità» (CV,§ 3).

Dal punto di vista filosofico, dunque, quella di Benedetto XVI è stata una vera e propria crociata culturale lanciata contro il relativismo, cioè contro quella concezione filosofica che non ammetterebbe verità assolute in campo gnoseologico, etico, politico e che ebbe nel filosofo greco Protagora, il quale affermò che «l’uomo è misura di tutte le cose», un insigne precursore. Ratzinger, invece, insistendo su un presupposto antistorico, in piena controtendenza rispetto al pensiero e all’antropologia contemporanei, persegue nella difesa di una essenza metafisica, quasi parmenidea, della verità, sostenendo che «La verità, infatti, è logos, […]. La verità, facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consente loro di portarsi al di là delle determinazioni storiche e di incontrarsi nella valutazione de valore e della sostanza delle cose» (CV, § 4).

Ed è proprio con quest’ultima concezione della Verità, radicata in ultima analisi «nella ragione e nel diritto naturale, cioè a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano»[3] che Benedetto XVI giunge al confronto con il marxismo nella sua prima lettera enciclica del 2006, dal titolo Deus caritas est (Dio è amore). Qui, in maniera del tutto grossolana, Ratzinger oppone il sentimento caritatevole dell’amore cristiano al desiderio di giustizia marxiano, come se questi due principi fossero in contrapposizione. Non solo, da questi presupposti Benedetto XVI concludeva che l’urgenza marxista di creare una società giusta, che andasse ben oltre le elargizioni caritatevoli dei ricchi orientate ad «acquietare la coscienza, conservando le proprie posizioni e frodando i poveri nei loro diritti» (DC, § 26), sia indicativa di una tendenza verso il materialismo e ciò farebbe del marxismo una «filosofia disumana» (DC, § 31).

È un’operazione piuttosto ingenua, per non dire apertamente pregiudizievole, quella di trascinare il marxismo in una forma becera di materialismo, approfittando dell’ipoteca morale negativa che grava sul materialismo inteso come attaccamento ai beni materiali. La “concezione materialistica della storia” esposta da Marx, in realtà, non nega affatto l’importanza delle produzioni spirituali, ma afferma che esse dipendono grossomodo, o sono determinate del tutto, dalle produzioni materiali, storiche e dalle differenti situazioni socio-economiche in cui i soggetti vivono. In nessun punto della produzione bibliografica marxiana viene affermato che i sentimenti e le emozioni di carattere spirituale non abbiano alcun significato, anzi ne La Sacra Famiglia[4] Marx accusava i socialisti di voler eliminare il sentimento d’amore che, invece, è il sale della terra.

Ecco, non spetta a noi distribuire titoli ed attestati di merito o di demerito per filosofi o teologi, quella è un’operazione che lasciamo fare agli accademici. Noi, al contrario, riteniamo che nella pubblica piazza, nell’Agorà, qualsiasi opinione ben argomentata abbia quantomeno la necessità di essere proferita e ascoltata, soprattutto se fa riferimento ad alcuni valori che hanno riscosso anche abbastanza successo, come nel caso di Joseph Ratzinger, di cui i fedeli chiedono a gran voce di farlo “Santo subito”.

Semmai, proprio come invita a fare l’enciclica Deus caritas est, bisogna essere di parte e scegliere, ritenere se sia più proficuo mantenere una società nello status quo attraverso le opere caritatevoli che rendono più sopportabile l’ingiustizia, come vorrebbe una certa Chiesa conservatrice, oppure, seguendo una linea politica più progressista, provare a cambiare le cose, impegnarsi nella predisposizione di un mondo migliore, giacché la possibilità di fallire nella costruzione di una società giusta non è un buon motivo per non provarci.

Ecco, forse ci sbagliamo, ma la simultanea presenza di Benedetto XVI, sebbene in qualità di papa emerito, e di Francesco ci ricordava ancora questo doppio volto della Chiesa cattolica, presa tra un conservatorismo eurocentrico e antirelativistico, da un lato, e un progressismo terzomondista aperto alle differenze e alle altre culture, dall’altro…speriamo solo che le presunte dimissioni di papa Francesco non ci facciano trovare ancora una volta davanti ad una Chiesa incerta sulla strada da intraprendere!

[1] Paolo VI, Populorum progressio, § 23.

[2] Benedetto XVI, Caritas in veritate, § 2.

[3] Benedetto XVI, Deus caritas est, § 28.

[4] Marx, Engels, La sacra famiglia, Editori Riuniti, Roma 1979.


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a cura di Michele Lucivero

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Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari e poi in Forme e Storia dei Saperi Filosofici presso l’Università degli Studi del Salento, dove ha conseguito anche il Dottorato di Ricerca in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione. Ha conseguito anche il Diploma di Scienze Religiose presso l’Istituto “Italo Mancini” dell’Università degli Studi di Urbino. Abilitato all’insegnamento di Filosofia e Storia e specializzato nella Didattica per le Attività di Sostegno presso l’Università di Padova, attualmente è docente di ruolo nella scuola pubblica. Dirige con Michele Di Cintio la collana Pratiche Didattiche e Percorsi Interculturali presso la casa editrice Aracne di Roma, all’interno della quale ha pubblicato e curato diversi volumi di taglio didattico su argomenti storici, filosofici, antropologici e sociologici. Dopo aver trascorso gli ultimi dieci anni a respirare il profumo del muschio montano vicentino dal 2018 è tornato a bearsi dell’aroma della salsedine pugliese. Giornalista pubblicista da giugno 2021