Mancano medici più o meno su tutto il territorio nazionale. I concorsi, un tempo attesi e a larghissima risposta, ora vanno deserti. La risposta da più lati fornita è l’abolizione del numero chiuso alla Facoltà di Medicina e Odontoiatria. Purtroppo la questione è più complessa di così.

La verità è che la regola del ‘numero chiuso’ non è stata adeguata ai bisogni dell’attualità, anche in considerazione dei numerosi pensionamenti. Di più, accade che i test di ingresso siano poco comprensibili, incentrati su materie non oggetto del programma di studi della scuola secondaria, quando non errati. Anche questo è un fatto.

È vero anche che l’istruzione è diritto fondamentale di tutti, e tutti dovrebbero essere messi nelle condizioni di vivere le opportunità di formazione che meglio riflettono le proprie personali ambizioni e attitudini, di accedere agli studi a prescindere dalle concrete implicazioni nel mercato nel lavoro.
Per altro verso, però, è altrettanto vero che vi sono corsi di laurea altamente specialistici che comportano costi significativi per l’erogazione e la gestione.

Immaginando di abolire la regola del ‘numero chiuso’, da subito tutti i candidati verrebbero ammessi. Quand’anche gli Atenei italiani fossero nelle condizioni di accogliere un numero di studenti notevolmente maggiore di quelli che oggi frequentano la Facoltà di Medicina, quale sarebbe lo scenario più plausibile?
È verosimile prevedere un aumento del tasso di abbandoni dopo uno o due anni. È ciò che accade per ogni Facoltà. Nel corso degli studi possono sorgere altre esigenze o altre opportunità, di studio o di lavoro, o semplicemente ci si può accorgere che il percorso intrapreso non era quello adatto alle proprie inclinazioni o ai propri desideri, complice un meccanismo di orientamento in entrata inadeguato, quando esistente. Un dato tanto naturale quanto poco positivo, perché comporta rallentamenti nel piano di realizzazione delle proprie aspirazioni, nel completamento degli studi o nell’accesso al mondo del lavoro, e la perdita di tempo spesso si traduce in sfiducia e mortificazione. A ogni modo, il tasso di abbandoni sarebbe per certo più alto di quello comunque registrato con il ‘numero chiuso’.
Sempre immaginando l’accesso senza filtro, nonostante gli abbandoni, sarebbe comunque più alto di oggi il numero di studenti ammessi agli ultimi anni, quindi con accesso a laboratori e tirocini. Un fatto di notevole beneficio anche per il potenziale aumento del livello di assistenza della popolazione malata.
Alla fine, un numero maggiore di laureati potrebbe garantire sostituzioni ai medici di famiglia e rispondere alla richiesta di incarichi temporanei di continuità assistenziale.

Poi, però, per tutti i compiti medici è prevista la specializzazione obbligatoria o il corso di formazione in medicina generale. Per coerenza, sarebbe doveroso garantire a tutti i laureati in medicina anche l’accesso agli studi superiori.
Ma questo avrebbe un costo.
Dal 1983, l’Unione europea dispone che i medici che prestano la propria attività professionale, ancorché in formazione, debbano essere remunerati. Ogni specializzando consta al SSN circa 1.800,00 euro al mese e ogni corsista circa 900,00 euro al mese.

Tanto si è discusso, specie prima della crisi sanitaria, del c.d. imbuto formativo. Migliaia di giovani medici restavano costretti nel limbo tra la laurea e il mancato accesso al corso di medicina generale o alla specializzazione. È stato anche questo a incentivare l’esodo dei nostri professionisti all’estero.

Tutto considerato, e tenuto conto dell’esperienza, drammatica, registrata negli ultimi anni, vale chiedersi se, rimosso il numero chiuso per l’accesso alla Facoltà di Medicina, il SSN avrebbe davvero le risorse per garantire a tutti i neolaureati l’accesso alla specializzazione e al corso di formazione in medicina generale, o se non si creerebbero le premesse per un nuovo imbuto formativo, con tutto ciò che comporta in termini di aumento della spesa pubblica, emigrazione all’estero e frustrazione dei migliori talenti.

Ma, anche a voler ignorare questo problema e a immaginare che sia possibile disporre delle risorse sufficienti e pianificare con lungimiranza il numero di posti nelle singole specializzazioni, potranno tutti i nuovi medici trovare poi allocazione all’interno del SSN e presso le strutture private? Per quanti anni consecutivi il SSN e le strutture private riusciranno ad assorbire la mole di professionisti? Saturati i posti disponibili, quelli necessari e perfino quelli utili alla cura di una popolazione, sempre più anziana e fragile, gli altri cosa faranno?

La scelta di eliminare del tutto il numero chiuso alla facoltà di medicina rischia di costruire un ‘tappo’ al mercato del lavoro sanitario per i successivi 25-35 anni, durante i quali, del tutto verosimilmente, si creerebbe la situazione opposta a quella alla quale oggi si cerca di porre rimedio. Intere generazioni di giovani non si iscriverebbero alla Facoltà di Medicina (nonostante l’assenza del numero chiuso) nella certezza di non poter trovare poi un lavoro in Italia. L’alternativa sarebbe cercare migliore fortuna all’estero, e alimentare il fenomeno della fuga dei cervelli. Oppure restare in Italia rinegoziando al ribasso le proprie prestazioni nell’ambito della sanità privata, mendicando l’accesso ad un posto di lavoro.

A conti fatti, è vero che, almeno nel breve periodo, la scelta di abolire il numero chiuso verrebbe sostenuta dalle Università, che così potrebbero aumentare il numero di cattedre e di professori impegnati, con speranza di nuovi fondi e finanziamenti, ma non può non aversi conto dello scenario per il prossimo futuro.

La mancanza di medici, oggi, è generata soprattutto dal blocco decennale del turnover e dal ricambio generazionale in corso. Fra dieci anni il numero di pensionamenti annuali diminuirà drasticamente, quindi ci saranno sempre meno posti da coprire.

Il problema esiste e merita soluzione.
La scelta più lungimirante è quella di ponderare il numero di posti alla facoltà di medicina (aumentato o diminuito a seconda del momento storico e del fabbisogno di professionisti), analizzando flussi, numero di posti, età del personale in servizio, anche facendo ricorso ai preziosissimi dati detenuti in merito dall’Ente di Previdenza dei medici ENPAM.
Allo stesso tempo, è urgente provvedere a una modifica delle modalità di selezione per l’accesso alla Facoltà di Medicina e odontoiatria e alla individuazione di test in grado di selezionare i migliori candidati, scongiurando nepotismi e raccomandazioni, attraverso un sistema di selezione che tenga conto dei programmi delle Scuole secondarie, delle attitudini e delle soft skill dei candidati, con attenzione alla trasparenza e alla imparzialità della selezione. Le prove garantiscano la valorizzazione del Merito.

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