Quanto tempo passate a scrutare le stelle, a sondare il cielo notturno e a perdervi nell’immensa e luminosa oscurità in cui si ritrovano periodicamente avvolte le nostre città?

I ritmi della vita moderna e le nuove tecnologie, forse, ci hanno un po’ distratto da questo tipo di passatempi; una buona abitudine che per i nostri antenati era un vero e proprio culto e che ci ha permesso di scoprire tantissime cose sul nostro mondo, sul nostro modo di vivere e anche sulle civiltà che ci hanno preceduto. Basta pensare alla disposizione “cosmica” delle piramidi egizie che, secondo una famosa teoria, seguirebbe la costellazione di Orione. Per non parlare dei misteri che ruotano attorno a Stonehenge e alla presunta correlazione con il solstizio d’estate. Uno studioso italiano è riuscito a dimostrare, con un certo grado di certezza, che qualcosa del genere si trovi anche sul territorio italiano e, per la precisione, nel Lazio: sarebbero le città saturnie a custodire questo segreto.

Le “cosmiche” città saturnie – Le città saturnie sono cinque: Alatri, Anagni, Arpino, Atina e Ferentino, un tempo chiamata Antino (l’unica a non aver conservato l’antico nome con capolettera “A”). Lo strano aggettivo che le definisce affonda le radici nella leggenda: sarebbero state tutte fondate dal dio Saturno durante l’età dell’oro, quel mitico tempo di prosperità e abbondanza in cui gli uomini hanno vissuto in pace e, perciò, senza bisogno di rifarsi a regolamentazioni e leggi.

I cinque centri appartengono tutti alla provincia di Frosinone e sono uniti da un comune disegno: imponenti cinte murarie poligonali all’interno delle quali, nel Medioevo, si sono sviluppate le diverse città. Un tassello importantissimo della loro storia di cui si conosce davvero molto poco al momento. La peculiarità è che questi megaliti appaiono incastrati alla perfezione senza l’utilizzo di cementi o malta. E questo fa tornare alla mente l’altrettanto misteriosa cisterna del rospo idolatrato che si trova all’interno delle mura ciclopiche dell’acropoli del Circeo su cui pure sono state avanzate suggestive ipotesi a base di stelle e ruoli “cosmici”.

In effetti, dalle ricerche del dottor Giorgio Copiz, pioniere italiano in materia di archeoastronomia nonché funzionario responsabile dell’Ufficio Cultura dell’Amministrazione Provinciale di Frosinone, è emerso che le mura megalitiche e le stesse città della Pentapoli saturnia seguirebbero il tracciato della costellazione dei Gemelli.

La scoperta – Tutto è avvenuto per caso: mentre Copiz realizzava una mappa archeologica della Ciociaria, notò che tutte le città delimitate dalle gigantesche mura disegnavano sul territorio la stessa sagoma della costellazione dei Gemelli, come una sorta di riproduzione del cielo in terra. Incuriosito, con una penna cominciò ad unire sulla cartina geografica (siamo all’incirca negli anni ’80) tutte le località toccate dalla cinta muraria, ritrovando – con non poco sgomento – altre costellazioni, come quelle del Leone e del Sagittario. La conclusione fu spontanea: il cielo, ai tempi dei nostri più antichi antenati, era di certo più limpido di quanto non lo sia oggi ai nostri occhi e, d’altra parte, era piuttosto comune un tipo di architettura di questo tipo tornando di parecchi secoli (se non millenni) indietro nel tempo. Le civiltà del passato vivevano in sintonia con i ritmi della natura e con le sagome che riuscivano a intravedere tra le stelle, incoraggiate dalla spiritualità che le guidava e dalla religiosità che seguivano: ogni percorso luminoso della volta celeste, per loro, poteva rappresentare una divinità, un animale sacro, persino mostri ed eroi. E non c’è motivo che faccia escludere che qualcosa del genere non sia accaduto anche in Italia.

L’ipotesi – Come per le mura ciclopiche dell’acropoli del Circeo (che riprodurrebbero la costellazione del Toro), l’ipotesi avanzata dall’archeologia classica è che la grande opera megalitica che ha a lungo protetto la Pentapoli saturnia risalga all’epoca dei Pelasgi, popolazioni pre-elleniche venute dal mare che colonizzarono l’Italia centrale a più riprese e in piccoli insediamenti tenendo conto proprio della disposizione delle stelle. L’intero circondario, insomma, sarebbe diventato la loro roccaforte a imitazione dell’impianto architettonico delle città micenee dell’antica Grecia che, in effetti, appare molto simile.

I resti delle antiche mura – Due chilometri e dieci metri di spessore, le mura megalitiche di Alatri sono state anche punto di avvistamento (soprattutto nel picco più alto, il cosiddetto pizzo pizzale, a 21 metri di quota) e di fortificazione; ma, probabilmente, hanno anche ospitato gli studiosi del cosmo. Sono proprio i vertici di questa acropoli a replicare, con buona approssimazione, la costellazione dei Gemelli.

Un ruolo difensivo e di presidio devono averlo avuto anche i torrioni in megaliti che spuntano fra le mura di Arpino, secondo Tito Livio esistenti già quattro secoli prima di Cristo.

La geometria della cinta muraria di Anagni, invece, è quella che ricorda di più i modelli greci: la buona notizia è che gli arcazzi, cioè gli archi di megaliti che, probabilmente, erano deputati a sorreggere maestose ed imponenti strutture, hanno superato egregiamente la prova del tempo.

Le mura di Atina sono quelle che incuriosiscono maggiormente gli studiosi: una misteriosa triplice fortificazione di megaliti a cui non si è ancora trovata spiegazione; qui è anche dedicata una delle piazze principali al dio Saturno e, sul suo antico tempio, oggi sorge la cattedrale della città.

Ma la struttura più interessante, forse, è proprio quella di Ferentino: in alcuni punti, si notano sovrapposizioni di diversi stili di costruzione, tra strati romani e medievali e, ad intervallare le mura, sei grandi porte molto scenografiche, tra cui la porta pentagonale – che ricorda quelle di Argo e Micene con la cuspide nel centro – e la porta sanguinaria, così chiamata, secondo alcuni, perché scandiva il transito dei condannati a morte.

Resta il mistero di queste edificazioni a base di giganteschi blocchi di pietra sistemati ad incastro fra loro in un singolare equilibrio architettonico: secondo il mito, un’opera impossibile da realizzare per dei semplici mortali. Roba da ciclopi (da cui, appunto, l’appellativo “ciclopiche”) o da giganti.