Dalle origini della Civiltà il momento più importante della socialità è nella comunicazione.

Fin da bambini si avverte il bisogno di condividere sensazioni ed emozioni e si inizia a comunicare con i gesti, con i pianti, con sguardi e sorrisi, fino a forme di espressione più sofisticate.
Viceversa, l’incomunicabilità segna il fallimento delle relazioni umane.
Per incomprensione finiscono lunghe e promettenti storie d’amore. Più in grande, per la difficoltà di comunicare e trovare punti d’incontro crollano i Governi. I progetti sono destinati ad arenarsi quando quanti dovrebbero unire le forze per realizzarlo resistono al dialogo e confronto.
Nel paradosso, questo succede proprio (e solo) all’Uomo, potenzialmente l’essere meglio capace di comunicare al mondo.

Questo deve far riflettere.
Invece il problema dell’incomunicabilità è sottovalutato. Si tende a non darvi importanza perché nessuno è pronto ad assumersene la responsabilità. La colpa è sempre dell’altro.
Il proprio punto di vista vale di più e non serve metterlo in condivisione o preoccuparsi che altri lo comprendano. Né serve sforzarsi di capire il pensiero altrui.
La continua tensione verso se stessi, che preclude l’opportunità di trovare arricchimento al di fuori del proprio ego, porta alla deriva piani importanti.

Nel 1967, si verificò un evento drammatico che resta ancora nella memoria. In occasione del lancio di prova dell’Apollo 1, il comandante ‘Gus’ Grissom mostrava la propria preoccupazione per le difficoltà di comunicazione tra le diverse componenti del progetto, tra la base e la navicella. La navicella era a pochi metri dalla torre di controllo, eppure i contatti non tenevano. Certo questo non lasciava ben sperare rispetto alla riuscita del progetto, ambizioso. È storia che dopo pochi giorni lui e altri due astronauti persero la vita durante un test di prova.
Siamo abituati a lenti processi burocratici, che zavorrano la realizzazione delle idee, quando dovrebbe lavorarsi a sistemi che facilitino la creatività, il dinamismo, la genialità, la progettualità. Neppure la Nasa, per tornare all’esempio, era riuscita ad alleggerire i meccanismi di trasmissione delle informazioni. S’immagini quanto questo possa valere ancora oggi per tutte le organizzazioni, grandi e piccole. Si riesce a sconfiggere la gravità, ma poi ci si lascia sommergere dalle scartoffie. Lo riconosceva Wernher von Braun, direttore del Marshall Space Flight Center.
Il ripensamento del funzionamento della Nasa iniziò nel 1963, puntando proprio al miglioramento dei sistemi di comunicazione. George Muller, che se ne occupò, premeva molto sulla necessità di prestare attenzione a ogni dettaglio, a ogni tassello, per il perfetto funzionamento della macchina.

In ogni ambito, nella gestione del Governo, nella scuola, nella famiglia, in ogni comunità, la comunicazione è la chiave per la soluzione di ogni problema.

I grandi artisti del passato, da Pirandello a Leopardi, da Leonardo a Bernini, cercavano di trasmettere i propri pensieri e le proprie emozioni comunicando al loro modo, con la penna, con il pennello, con lo scalpello. Carta, tela e pietra raccoglievano idee e sentimenti.

Comunicare vuol dire tante cose. Le parole non sono tutto.
Comunicare vuol dire intercettare le emozioni dell’altro, mettendo in condivisione le proprie.
Comunicare è l’arte più difficile da coltivare, perché postula la capacità di comprendere la disponibilità di chi ascolta a intendere, di coglierne punti di forza e profili di debolezza, ma soprattutto di spogliarsi dell’armatura che protegge il proprio io più vero.
Si fa spesso l’errore di confondere la comunicazione con ciò che in realtà è abuso della libertà di esprimere disappunto, recriminare e giudicare. Perché si è dimenticato cosa sia la vera democrazia.

La scelta o l’incapacità di comunicare non consente a nessun progetto di trovare realizzazione, perché lo priva delle idee.
Ed è solo con le idee che si raggiungono i risultati.
È solo con le idee che si cambia il mondo.

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Fonte: L’ARTE DELLA COMUNICAZIONE – 27 NOVEMBRE 2022

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