Dall’opposizione bene/male alla rappresentanza delle minoranze. “Agorà. La Filosofia in Piazza”. L’aggiornamento cognitivo di Masters of the Universe

Master of the Universe
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Il 23 luglio scorso sulla piattaforma Netflix si è celebrato un evento che ha coinvolto milioni di nerd come me di tutto il mondo: la messa in onda di Masters of the Universe: Revelation.

L’autore del programma, Kevin Smith, ha creato un sequel del famosissimo cartone animato degli anni ‘80 basato sulla serie di giocattoli della Mattel, che vedeva lo scontro sul magico pianeta di Eternia tra le forze del male, guidate dal demoniaco Skeletor, e quelle del bene del muscoloso Heman.

Il vecchio Skeletor – per chi non lo sapesse – nella saga cerca di ottenere il potere supremo conquistando il castello di Grayskull, che è sotto la protezione della maga Sorceress, la quale ha istituito come suo campione e difensore il giovane e mingherlino figlio del re di Eternia, Adam, che, alzando la sua spada al cielo e urlando “A me il potere!”, si trasforma nel potentissimo Heman.

Il paradigma simbolico che soggiace al cartone animato degli anni ‘80 è evidente: si assiste all’eterna lotta tra il bene e il male incarnata nei due protagonisti e nei relativi compagni di armi, i quali esprimono anche una visione del mondo e della storia dove alla fine ha la meglio il bene.

Le forze del male, inoltre, appaiono quasi goffe e inerti di fronte alla forza di Heman e spesso sono protagoniste di siparietti comici al limite della stupidità.

Va detto che eravamo negli anni della presidenza Reagan, in cui il male era associato al comunismo russo ormai decadente e si intravedeva già la fine del mondo bipolare che aveva caratterizzato la seconda metà del Novecento o – per dirla con Francis Fukuyama – si credeva di essere giunti alla “fine della storia”[1]. Il negativo, quindi, è qualcosa che non preoccupa e che sta lì per essere velocemente superato e debellato.

Ora accade che la nuova serie del 2021 si apre con un lutto, anzi con due: la morte dei protagonisti durante un assalto nei magici sotterranei del castello di Grayskull, la morte, quindi, di Heman/Adam e Skeletor.

Bene e male non ci sono più, così come non ci sono più i loro monolitici rappresentanti.

Questo evento fa piombare Eternia nel caos e in uno stato nuovo: si registra la fine della magia e si affaccia nell’organizzazione sociale una Tecnosetta guidata dagli ex scagnozzi di Skeletor.

La setta è composta da persone che non credono più nel valore della magia e adorano una “Matrice”, da cui bevono un liquido che le trasforma per metà in macchine mostruose.

Se volessimo dare una lettura più filosofica a questa interessante transizione, allora potremmo dire che nella nuova serie assistiamo alla celebrazione distopica del trionfo di una ragione calcolante e della tecnica che ha innescato l’inizio di un progetto postumano di fusione uomo/macchina a seguito della morte della magia, cioè di quelle narrazioni prerazionali che rimandano all’infanzia e al suo bagaglio di illusioni e speranze.

Di più, nella nuova serie vediamo come i personaggi principali siano le donne – Teela ed Evil-Lyn – che, invece, nella serie degli anni ‘80 erano personaggi di sfondo. Ora, invece, il destino di Eternia è nelle loro mani: addirittura la possibilità di riportare in vita Heman e Skeletor, il bene e male, dipende da loro.

La centralità delle donne è poi accompagnata da una valorizzazione delle minoranze e alla presenza di personaggi di colore con ruoli chiave: in un viaggio nel passato si conosce Re Grayskull che è “black”.

Ma – qualcuno potrebbe chiedersi – perché a 40 anni suonati io abbia perso tempo a vedere e poi a scrivere un articolo su un banale cartone animato? Non sarebbe stato meglio impegnare le mie forze a leggere un libro o ascoltare una conferenza online?

A parere di chi scrive no: innanzitutto perché fa caldo e poi perché – parafrasando Hegel – possiamo dire che un cartoon è il proprio tempo espresso in disegni animati.

[1] F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, UTET, Torino 2020.


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a cura di Michele Lucivero

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Teodoro Custodero (Locorotondo 1980) insegna Filosofia e Storia nella provincia di Padova. Laureatosi nel 2006 all’Università di Bari con una tesi sui “Pensieri” di Pascal, relatore il prof. Roberto Finelli, si è poi abilitato all’insegnamento di Storia e Filosofia (A19) e sostegno presso la SSIS di Bari. Cultore e appassionato della materia fa parte dal 2016 della SFI vicentina e dal 2017 del comitato scientifico della Societas Spinozana. Tiene stabilmente seminari filosofici per la formazione dei docenti e ha al suo attivo 2 pubblicazioni: “Pensieri superflui sullo spirito ai tempi di Facebook”(prefazione di R. Finelli, Pietre Vive Editore, Bari 2015) e “Sul corpo. Con Schopenhauer sull’orlo del nulla”, (Diogene Filosofia, Bologna 2017). I suoi temi di ricerca sono il rapporto mente-corpo nella storia della filosofia, lo studio della filosofia di Spinoza e gli influssi del pensiero di Schopenhauer e Nietzsche sulla psicoanalisi freudiana e junghiana.