La battaglia delle donne per affermarsi come qualcosa di altro dall’uomo ha origini bibliche. La donna nasce dalla costola di Adamo, la sua origine dipende da un uomo e forse anche per questo ha sete di conoscenza, di sapere chi è in relazione al mondo. Dalla leggendaria cacciata dall’Eden le donne hanno strenuamente cercato di definirsi (in)dipendentemente dall’uomo e parimenti a lui. Il tutto nell’amara consapevolezza che c’è sempre stato bisogno di qualcosa di cui “armarsi” (verginità, matrimonio) o qualcosa da conquistare (diritto di voto, istruzione, lavoro).

Partendo dalla verginità, Maddalena Campiglia è stata, nel ‘500 veneto, paladina della verginità da vivere non come una costrizione, bensì come un efficace mezzo per ottenere l’indipendenza femminile dal genere maschile. Anche Elvira Poli, terza laureata “ingegnera” in Italia, mise in evidenza con sarcasmo la necessità della donna di affermarsi nella sua identità: “Io non so se con l’operazione di fabbricare mediante una costoletta dell’uomo l’elemento donna, il Creatore avesse inteso di offrire al maschio solo un aiuto e una compagnia di egual valore; io non credo, ma se così fosse bisogna riconoscere che la donna gli è sgusciata dalle mani”.

In ogni caso è indubbio che il cristianesimo abbia contribuito, almeno in passato, a plasmare l’ideale della verginità come espediente per preservare il proprio valore tanto che sono sorti sulle montagne del Kosovo fenomeni come quello delle vergini giurate, donne che decidevano di vestire i panni di un uomo, rinunciando così definitivamente alla propria identità di genere per sposare quella maschile. Il giorno seguente il giuramento, avevano conquistato il proprio posto in una società marcatamente patriarcale, in cui alle donne erano riconosciute solo due funzioni: quella riproduttiva e quella di comandante delle faccende domestiche, come scritto nel Kanun (il codice consuetudinario albanese).

Altra occasione di emancipazione per le donne è sempre stato, per un certo verso, il matrimonio. Anche se nei fatti spesso segnava la sottomissione al marito in effetti era il “rito di passaggio” per uscire dalla propria famiglia d’origine e diventare una donna adulta e indipendente. Capitava spesso così di identificare nella possibilità di avere una propria casa da gestire e dei figli l’unica via per l’autonomia e la realizzazione di sé . Nessuno spazio di sogno per una realizzazione sociale.

Passando poi al diritto di voto, ha sempre avuto un significato emblematico per la donna: parità di genere e possibilità di salvaguardare i propri diritti o, qualora necessario, possibilità di cambiare le cose. Per capire quanta strada le donne abbiano fatto in questo campo basti pensare all’antica Grecia in cui, al pari degli schiavi, non facevano parte della societas. Entrare in società ha significato per le donne doversi guadagnare ogni diritto a suon di battaglie. Da qui la figura della suffragetta che se un tempo indicava una donna impegnata insieme ad altre ad ottenere il diritto di voto, oggi si riferisce più genericamente a una donna impegnata in una battaglia per i propri diritti. Oggi come ieri le donne scendono in piazza per difenderli e per essere rappresentate.

Anche l’istruzione si configura come un mezzo di emancipazione sociale. Caso emblematico sono le battaglie di Malala Yousafzai e la privazione esistenziale cui sono sottoposte le donne sotto il regime dei talebani. Essere colte, istruite, intelligenti è un mezzo non solo per sfuggire alla misera, ma anche per poter elevare la condizione sociale della propria famiglia e per provare a cambiare le cose per tutte.

Infine il lavoro. Se le donne hanno combattuto per anni per poter lavorare, oggi si ritrovano a combattere per avere lo stesso stipendio, gli stessi diritti, le stesse possibilità di avanzamento di carriera. Le “business woman” di oggi non vogliono rinunciare alla piena realizzazione lavorativa e gridano a gran voce che l’essere madre non diventi un ostacolo (o meglio una scusa). Basti pensare allo scalpore di ogni notizia di un indeterminato concesso a seguito dell’annuncio di una gravidanza o al rapporto di Save The Children “Le Equilibriste. La maternità in Italia 2022” secondo il quale nel primo semestre 2021 il 42,6% delle mamme tra i 25 e i 54 anni non è occupata e il 39,2% con 2 o più figli minori è in contratto part-time.

Domenica sarà la festa della mamma. La speranza è che alle donne sia concesso sempre più di essere mamme, single, lavoratrici, dirigenti, politiche, scienziate o qualunque cosa scelgano di essere (anche più di una) senza battaglie, senza limitazioni e senza giudizi.