Il conflitto tra Russia e Ucraina sta mettendo sempre più in evidenza, anche nelle analisi filosofiche di Donatella Di Cesare e sociologiche di Alessandro Orsini, l’assenza di un ruolo cardine dell’Europa nella gestione strategica degli eventi funesti e sta permettendo che la guerra, la violenza e il nazionalismo ritornino a devastare il cuore del territorio europeo, a decimare la nostra popolazione.

È passato quasi un secolo da quando, nel pieno degli anni ’40 del secolo scorso, davanti al dilagare della Seconda guerra mondiale, la filosofa spagnola Maria Zambrano scriveva delle pagine memorabili ma, al tempo stesso, rassegnate sul Vecchio Continente, raccolte in L’agonia dell’Europa[1].

Seguendo le suggestioni della Zambrano, possiamo affermare che ad un secolo dallo scoppio del tragico evento mortifero della Prima guerra mondiale, partito dalla polveriera balcanica e allargatosi a tutto il mondo, l’Europa non ha ancora con-vinto. Non possiamo non constatare che dalla Prima guerra mondiale, che ha decretato la fine degli Imperi e l’avvio di una stagione caratterizzata dallo Stato nazionale, fino ad oggi l’Europa non ha saputo costruire un’idea condivisa e una strategia politica unitaria nell’interesse comune dei suoi cittadini.

Si è accettato, invece, di volta in volta, di allacciare relazioni economiche sempre più vantaggiose con soggetti esterni, con gli Stati Uniti, con la Cina, con gli oligarchi russi o i paesi arabi di turno, ormai padroni di mezza Europa, lasciando che le popolazioni europee venissero sopraffatte da risentimenti e rivendicazioni nazionalistiche, spesso fomentate ad hoc per dividere, frammentare e governare meglio i corpi docili ideologizzati a dovere.

E così le moderne classi politiche borghesi e liberali dell’Europa, smantellata l’idea che accompagnava la compagine aristocratica e nobile dell’Impero, non hanno più con-vinto. Anzi, la nascita dell’Europa avviene proprio nell’alveo dell’affermazione di uno Stato-Nazione che, al di là della gestione burocratica e altrettanto elitaria, diremmo ormai censitaria, dell’amministrazione, si stava lentamente erigendo ideologicamente su confini, differenze, demarcazioni di lingua, discriminazioni di cultura, distinzioni di popoli.

La fine degli Imperi centrali, quello asburgico di Vienna, quello russo di Mosca e quello turco di Istanbul, ha determinato il moltiplicarsi delle classi politiche, tutte presunte liberali, ma tutte rigorosamente nazionali, tendenzialmente nazionalistiche, classi politiche che hanno, di fatto, condotto le popolazioni e i loro eserciti verso la Prima, la Seconda e, molto probabilmente, anche verso la Terza guerra mondiale.

L’abbandono della logica imperiale in favore della logica nazionale ha comportato la dismissione dell’idea di una garanzia super partes, diremmo quasi confederale, che sanciva una sorta di equivicinanza di tutte le popolazioni tra loro e, al tempo stesso, una sorta di equidistanza di tutti i soggetti dalla politica, aristocratica, ma convintamente cosmopolita e illuminata.

La fine dell’idea di Impero, a Vienna, Mosca e Istanbul, ha comportato la fine dell’idea che le popolazioni di lingua e cultura diversa potessero vivere insieme all’interno di una compagine multiculturale.

La compresenza pacifica di slavi, germanofoni, magiari, italiani in una Vienna che è centro culturale indiscusso di tutto il ‘700 e oltre, la compresenza di tutte le varianti slavofone in una Mosca affascinata dalla cultura europea francese e tedesca, nonché la convivenza pacifica di fedeli delle tre religioni del Libro in un mosaico di culture, lingue e tradizioni diverse in una Istanbul che diventa emblema della multiculturalità vengono lacerate da risentimenti identitari e derive nazionalistiche che si manifestano insieme alla stessa nascita dell’idea di nazione.

La fine degli Imperi e la nascita delle Nazioni, di fatto, hanno generato quell’Europa che non ha più con-vinto. Quell’Europa avrebbe potuto vincere insieme, con-vincere, invece è nata già morta, frammentata nelle macchinose istituzioni della rappresentanza, ansiose di apparire democratiche, ma che mancavano proprio di quel piglio super partes che caratterizzava l’Impero, anzi erano assolutamente nazionalistiche, chiamate a gestire direzioni politiche in ragione della propria potenza economica e militare.

«Al risentimento spetta la prima parte di quell’azione distruttrice che solo più tardi viene consolidata dalle armi. L’Europa, come ogni realtà storica vittoriosa e splendente, ha avuto la virtù di produrre subdoli nemici, di generare il rancore nelle scure caverne in cui esso cresce. Oggi, quel rancore si accumula e si estende con tremendo impeto negativo; corrode, disfa, cancella, va trasformando il mondo in uno spazio vuoto e desolato»,  scriveva Maria Zambrano negli anni ’40.[2].

I drammi della Prima e della Seconda guerra mondiale portano all’agonia dell’Europa, al suo suicidio, alla gestione violenta del conflitto con le armi. La guerra sul territorio europeo, voluta, bramata e osannata dai vari nazionalismi, allontana l’egemonia politica e culturale dal Vecchio Continente e la fa migrare verso ovest. Gli Stati Uniti diventano per tutto il Novecento il fulcro della speranza di rinascita, il centro politico e culturale, l’immaginario di un tentativo di riscatto personale e sociale che coincide con lo stesso sogno americano, l’American way of living, mentre Vienna tramonta in favore delle anonime località delle istituzioni europee, Mosca declina sotto i colpi delle lacerazioni sovietiche e Istanbul soccombe tra gli anfratti delle divisioni all’interno dello stesso Islam.

Eppure, torna alla mente quella concezione eliodromica dell’egemonia politica e culturale: si tratta dell’immagine della nascita della civiltà che, secondo il filosofo tedesco Hegel, ha avuto inizio ad est, con le civiltà cinese e indiana, ma si è mossa poi lentamente verso ovest, come il movimento (dromos, δρόμοςè) del Sole (Hḕlios, Ἥλιος), lambendo la Mezzaluna fertile per finire la sua corsa in Europa.

Certo, sbagliava Hegel a pensare che la corsa del Sole potesse arrestarsi all’Europa, infatti se il Novecento è stato il secolo dell’egemonia statunitense, la crisi economica del 2008 e la potenza del petroldollaro hanno sancito l’egemonia cinese e araba in tutto il mondo, ricominciando l’ennesimo ciclico ricorso storico.

Oggi l’Europa si presenta ad un appuntamento importante con la storia. La gestione del conflitto russo-ucraino, una gestione che tutti ci auguriamo possa avvenire all’insegna della pace e della costruzione di un nuovo Impero multiculturale, non economico e non nazionale, è l’occasione di tornare al centro del processo civile e culturale. Ovviamente il compito è arduo e meriterebbe una classe politica veramente illuminata.

[1] M. Zambrano, L’agonia dell’Europa, Marsilio, Venezia 1999.

[2] Ivi, pp. 29-30.


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a cura di Michele Lucivero

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