I giovani tra voglia di lavorare (in nero) e pizzo di stato

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Giovani e lavoro nero
Giovani e lavoro nero

I giovani, si sa, non hanno voglia di lavorare. Non vogliono fare sacrifici. Sono choosy, schizzinosi (Elsa Fornero dixit, quella delle lacrime anche per i pensionati). Ma questo, a quanto pare, non vale solo per le ultime generazioni di debosciati ciucciatori del reddito di cittadinanza. Infatti, come dimostra il Fatto, i giornali se ne lamentano da almeno 60 anni!

Scorrendo l’ottimo pezzo di Charlotte Matteini, c’è da sbellicarsi a leggere che le stesse accuse mosse ai nostri giovani, sono toccate prima ai loro genitori, nonni e bisnonni.
E la mancanza di fantasia nelle pensose e paternalistiche articolesse (troppi diritti, troppi sussidi, troppa scuola) è tale che c’è da chiedersi se non siano piuttosto i soloni della carta stampata (e ora anche non stampata) ad avere poca voglia di lavorare, o -quantomeno- di aggiornarsi.
Non tutti i giovani però sono pigri e schizzinosi.
Nella laboriosa Vicenza i problemi stanno agli antipodi: i giovani sono così poco choosy e hanno così tanta voglia di lavorare che corrono a farlo… senza nemmeno un contratto. Basta vedere quanto avvenuto in un locale di contra’ Muscheria (l’ex Illy Caffè), dove 11 dipendenti su 12 sono risultati non in regola per 350 giornate in totale, portando la Gdf ad irrogare sanzioni per circa 96.000 euro.
E che dire, però, del giovane fornaio del Polesine di cui hanno parlato i giornali qualche giorno fa? Quello aveva così tanta voglia di lavorare, che poi non aveva tempo di fare la dichiarazione dei redditi: morale della favola 350.000 euro non dichiarati dal 2019 al 2021.
E chissà cosa deve aver pensato, questo campione di operosità, sentendo la Presidente del Consiglio Meloni parlare non di lotta all’evasione, ma di “caccia al gettito e pizzo di Stato“.
Me lo immagino mentre urla al televisore: “Brava Giorgia! Pizzo! Pizzo… Ma anca Pizza, me racomando!