I No Global avevano ragione. “Agorà. La Filosofia in Piazza”: a 20 anni dalla Diaz, Cottarelli e Giochi Preziosi su globalizzazione e delocalizzazione

I No Global avevano ragione
I No Global avevano ragione
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Nei giorni scorsi abbiamo assistito ad una insolita inflazione di titoli, servizi e documentari sui fatti del G8 di Genova di 20 anni fa, quando una marea di manifestanti, perlopiù giovani studenti, insieme ad associazioni e ONG si coordinarono per protestare pacificamente contro il summit dei “Grandi della Terra”, riunitisi proprio a Genova dal 20 al 22 luglio sotto la direzione di Silvio Berlusconi per decidere sulle sorti del mondo intero.

E mentre i Grandi, tra cui stranamente uno accanto all’altro vi erano anche Vladimir Putin, George W. Bush e Tony Blair, prendevano le loro decisioni nell’interesse della popolazione mondiale, fuori, per le strade della città di Genova, qualcosa andò storto, la manifestazione prese una brutta piega, un gruppo di fanatici, forse infiltrati, rinominati per la circostanza “Black Blocs”, alzò il tiro e si lasciò andare a gravi devastazioni e da quel momento in poi la situazione precipitò drammaticamente perché era interesse del Governo in carica dare al mondo intero l’immagine di uno Stato forte, capace di gestire il dissenso e l’opposizione.

Non è il caso di ritornare su questa spiacevole pagina storica della gestione del nostro paese, anche perché la morte di Carlo Giuliani pesa ancora sulla coscienza di chi diede l’ordine di sparare, così come pesa ancora sull’immagine dell’Italia intera la condanna all’unanimità della Corte europea dei Diritti dell’uomo del 7 aprile 2015 che ammette la violazione dell’articolo 3 sul “divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti” avvenuta durante la squallida irruzione nella scuola Diaz, in cui le forze dell’ordine picchiarono selvaggiamente e senza apparente motivo ragazzi e ragazze accampatisi per trascorrere la notte. Poi L’Italia è stata nuovamente condannata nel 2017 per i fatti avvenuti presso la caserma di Bolzaneto, per i quali ha patteggiato.

Ed è per questo, allora, che, lasciando da parte i fatti di cronaca giudiziaria, vorremmo tornare sulle istanze espresse da quelle ragazze e da quei ragazzi che si riunirono a Genova 20 anni fa sotto lo stendardo dei “No Global” e che adesso, da adulti, saranno ormai disillusi e presi all’interno di un sistema statale e mediatico che prima li ha condannati, giudicati come violenti, facinorosi e poi li ha annichiliti all’interno degli ingranaggi del meccanismo dell’economia di mercato con il premio di consolazione di un discreto benessere.

Eppure, dopo 20 anni siamo costretti ad ammettere che quei ragazzi e quelle ragazze avevano ragione, non erano fanatici né violenti, ma visionari che avevano l’arroganza di presentare ai Grandi del mondo un’istanza utopica e sognatrice su un’ipotesi di mondo migliore realmente possibile. Essi lottarono contro il presunto assunto scientifico, quello dell’homo oeconomicus, che dietro l’illusione del benessere e della libertà per tutti, garantisce l’esercizio del potere solo a pochi, di fatto solo a chi in virtù di quell’egoismo liberista accumula un patrimonio che è esclusivamente personale, secondo l’immagine che gli stessi Berlusconi, Putin e Bush davano al mondo intero.

Quei ragazzi e quelle ragazze 20 anni fa manifestarono oltre la zona rossa contro il tritacarne della finanza, chiedevano di arginare l’ethos dell’efficienza sviluppista e di porvi rimedio con la proposizione di un nuovo umanesimo, di un internazionalismo che non fosse una mera globalizzazione e americanizzazione dei consumi su larga scala; chiedevano un nuovo ordine mondiale che non fosse appannaggio di logiche economiche di delocalizzazione nei paesi a basso costo della manodopera, ma avvenisse all’insegna dello scambio culturale e del rispetto reciproco delle differenze; chiedevano di prestare attenzione all’ambiente e al cambiamento climatico, ignorato dalla logica della produzione capitalistica, molto prima che Greta Thunberg sconvolgesse le coscienze del mondo intero.

E ciò che più brucia, a chi poi quelle istanze ha condiviso sin dalla prima ora, è che solo oggi anche economisti non certo di estrazione marxista-leninista come Carlo Cottarelli sostengono che «Quei movimenti guardavano in avanti e chi allora guidava l’economia e la finanza internazionale si rendeva solo in parte conto dell’entità dei fenomeni che stavano accadendo». È il liberaldemocratico Cottarelli ad ammettere che i temi che i No Global avanzavano, riguardanti l’attenzione all’ambiente, le disuguaglianze economiche e sociali, la cancellazione del debito, l’imposizione di una tassa minima globale per evitare che le imprese, sfruttando l’assunto del liberismo di seguire la legge della domanda e dell’offerta anche sul costo del lavoro, si spostassero in paesi senza regole, sfruttando anche i lavoratori, erano temi importanti, resi ancora più urgenti dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008 e la crisi pandemica da Covid-19.

Ed è un imprenditore come Enrico Preziosi della Giochi Preziosi, non un veterocomunista qualunque, ad affermare, dopo la batosta dei suoi 5.500 container bloccati in Cina, che è stato un errore delocalizzare, inseguendo i bassi costi della mano d’opera. Ed è Preziosi che lascia intendere, pur senza ammetterlo, che le soluzioni ai problemi globali debbano essere politiche, non economiche, cioè non soggette alla rincorsa del profitto immediato, considerando che adesso si trova a dover pagare sei volte il prezzo che pagava qualche tempo fa per sbloccare i container per la campagna natalizia dei giochi per i nostri bimbi.

Dispiace ammetterlo dopo 20 anni e dopo le condanne per tortura e dopo una caterva di conseguenze negative per le nostre generazioni, ma speriamo che almeno il monito di persone che contano e sanno contare, come Cottarelli e Preziosi, su un mondo più equo, solidale, giusto e sulle conseguenze che la delocalizzazione ha generato sull’economia globale possa essere adeguatamente ascoltato.

Del resto, auspichiamo, soprattutto per i tifosi nerazzurri, che Cottarelli, insieme a Luciano Ligabue, Bonolis, Amadeus, Mentana, Lerner e gli altri amici della Interspac S.r.l., possano ascoltare Preziosi, quando, da patron del Genoa, afferma: «Cedere club come l’Inter a investitori cinesi non ha giovato all’Italia. Quando le nostre squadre hanno bisogno di risorse Pechino non sembra rispondere» e così riportare l’Inter in Italia per mezzo di un azionariato popolare, quantomeno ci potremmo consolare con questo interessante esperimento di socialismo liberista applicato al mondo del calcio!


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a cura di Michele Lucivero

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Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari e poi in Forme e Storia dei Saperi Filosofici presso l’Università degli Studi del Salento, dove ha conseguito anche il Dottorato di Ricerca in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione. Ha conseguito anche il Diploma di Scienze Religiose presso l’Istituto “Italo Mancini” dell’Università degli Studi di Urbino. Abilitato all’insegnamento di Filosofia e Storia e specializzato nella Didattica per le Attività di Sostegno presso l’Università di Padova, attualmente è docente di ruolo nella scuola pubblica. Dirige con Michele Di Cintio la collana Pratiche Didattiche e Percorsi Interculturali presso la casa editrice Aracne di Roma, all’interno della quale ha pubblicato e curato diversi volumi di taglio didattico su argomenti storici, filosofici, antropologici e sociologici. Dopo aver trascorso gli ultimi dieci anni a respirare il profumo del muschio montano vicentino dal 2018 è tornato a bearsi dell’aroma della salsedine pugliese. Giornalista pubblicista da giugno 2021