M. Avagliano, M. Palmieri, Il dissenso al fascismo. Gli italiani che si ribellarono a Mussolini (1925-1943), il Mulino, Bologna 2022. Una recensione in margine alla presentazione del volume con l’ANPI-BAT.

La lettura dell’articolato testo di Mario Avagliano e Marco Palmieri su Il Dissenso al fascismo. Gli italiani che si ribellarono a Mussolini, che abbiamo avuto il privilegio di presentare su invito dell’ANPI BAT, stimola numerose riflessioni su ciò che è stato il composito universo antifascista durante il ventennio più sventurato della storia italiana.

Tuttavia, sarebbe interessante, muovendosi su un altro piano di lettura del testo storico, provare a fare un divertente esperimento attualizzante, cioè provare ad immaginare cosa accadrebbe se l’attuale governo dovesse limitare le libertà di stampa, di circolazione e di espressione (cosa che noi crediamo non possa più accadere!), dovesse modificare l’architettura dello Stato (cosa che non sta accadendo!), dovesse modificare il codice penale (circostanza che escludiamo categoricamente!) e instaurare una qualche forma di fascismo postmoderno. Ecco, in tal caso, proviamo ad immaginare, le persone che ci circondano come si comporterebbero? Come reagirebbero i nostri familiari, le nostre amiche, i nostri colleghi di lavoro, i maestri e le professoresse davanti all’imposizione di un giuramento di fedeltà a questo fascismo postmoderno?

Ecco, crediamo che sia piuttosto facile distinguere nettamente le persone che conosciamo tra quelle che potrebbero entrare subito in aperto dissenso con il fascismo, rimettendoci la pelle, e quelle più pusillanimi, che potrebbero mostrarsi, invece, più accondiscendenti con il regime.

In realtà, l’immagine del dissenso al regime che Avagliano e Palmieri ci restituiscono è molto più ricca della semplice dicotomia fascismo/antifascismo, infatti nel variegato e multiforme ventaglio delle opzioni di dissenso, oltre alle categorie già note dell’afascismo e del criptofascismo, ci sono atteggiamenti riconducibili, ad esempio, ad un antifascismo popolare, molto difficile da individuare, dal momento che la paura rende la gente criptica, per cui, per quieto vivere, non si espone pubblicamente a causa delle ritorsioni. Vi era anche un antifascismo dormiente, tipico di quelli/e che, notoriamente liberali e progressisti/e, ad un certo punto abbandonano l’attività politica, ma di cui è nota la contrarietà al regime, per cui mostrano insofferenza al regime, sebbene non la esprimano pubblicamente. Vi era, inoltre, un antifascismo popolare, che si esprimeva soprattutto attraverso barzellette, satire, caricature, ma anche un antifascismo da osteria, espresso perlopiù attraverso esternazioni, invettive anche veementi contro il governo, che però poi venivano quasi sempre ritrattate con la scusa di essere imputabili all’effetto dell’alcool.

Ad un certo punto dell’evoluzione del regime, emerse anche un antifascismo economico-sociale, dovuto principalmente agli effetti della grande depressione sulla società, che vide una grande mobilitazione di massa di operai e ceti sociali affamati, ma che non mostrò un intento direttamente politico-ideologico. Un po’ romantico, ingenuo e disperato apparve, invece, l’antifascismo solitario, legato ad atti singoli di persone stanche del regime, le quali tentavano strade individuali affinché gli altri potessero prendere consapevolezza del momento storico deleterio per l’Italia. Non meno romantico fu l’antifascismo intellettuale, legato principalmente alla figura di Benedetto Croce, estensore del Manifesto degli intellettuali antifascisti all’indomani delle “leggi fascistissime” del 1925-’26. A Croce facevano riferimento anche gli intellettuali che cercarono di simulare una posizione di accondiscendenza nei confronti del regime pur di conservare la possibilità di lavorare in segreto per la causa dell’antifascismo: si trattava di mettere in scena strategie per una “dissimulazione onesta”, un’espressione in voga nella filosofia secentesca in piena opposizione ai regimi assolutistici.

Interessante è anche l’immagine del mondo della scuola e dell’università che emerge dal testo di Avagliano e Palmieri. Certamente le operazioni di propaganda e intimidazione toccavano anche i/le docenti e i/le maestri/e, tuttavia un dato inconfutabile è che soltanto 12 accademici su 1225, un po’ per servilismo e un po’ perchè completamente organici al fascismo, si rifiutarono di prestare giuramento, mentre nelle scuole vi fu un’opposizione più rumorosa, con testimonianze clamorose di dissenso, come quella di Tommaso Fiore, già sindaco di Altamura e docente a Liceo classico di Molfetta, e della veneta Lina Merlin, detta la «pacefondaia», che si rifiutò di giurare con una dichiarazione davvero coraggiosa, che poi gli valse l’allontanamento dall’insegnamento.

La ricostruzione storiografica di tutto ciò che ruota intorno al dissenso, nelle sue svariate forme, è funzionale alla comprensione di tutti di stati d’animo e di tutte le posizioni che confluiranno poi nelle forze della Resistenza e nella lotta di Liberazione dal nazi-fascismo. Si tratta di un lavoro davvero certosino, estremamente complesso dal punto di vista archivistico, condotto a partire dalle testimonianze raccolte di prima mano, dai diari, dalle lettere private per finire poi ai motti, alle canzoni popolari, ai rapporti della polizia segreta.

Insomma, un testo che dovremmo necessariamente leggere, anche per comprendere strategie d’azione per un eventuale ritorno (è solo un’ipotesi surreale!) di un fascismo in salsa postmoderna.

Presentazione Il dissenso al fascismo con M. Avagliano, M. Lucivero e il sen. Francesco Boccia
Presentazione Il dissenso al fascismo con M. Avagliano, M. Lucivero e il sen. Francesco Boccia

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a cura di Michele Lucivero

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Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari e poi in Forme e Storia dei Saperi Filosofici presso l’Università degli Studi del Salento, dove ha conseguito anche il Dottorato di Ricerca in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione. Ha conseguito anche il Diploma di Scienze Religiose presso l’Istituto “Italo Mancini” dell’Università degli Studi di Urbino. Abilitato all’insegnamento di Filosofia e Storia e specializzato nella Didattica per le Attività di Sostegno presso l’Università di Padova, attualmente è docente di ruolo nella scuola pubblica. Dirige con Michele Di Cintio la collana Pratiche Didattiche e Percorsi Interculturali presso la casa editrice Aracne di Roma, all’interno della quale ha pubblicato e curato diversi volumi di taglio didattico su argomenti storici, filosofici, antropologici e sociologici. Dopo aver trascorso gli ultimi dieci anni a respirare il profumo del muschio montano vicentino dal 2018 è tornato a bearsi dell’aroma della salsedine pugliese. Giornalista pubblicista da giugno 2021