Prima di raccontare la storia di Sarah mi sembra importante accennare alla disforia di genere (o incongruenza di genere, o transessualità) che “è una condizione caratterizzata da una intensa e persistente sofferenza causata dal sentire la propria identità di genere diversa dal proprio sesso”.

Dove il sesso è l’insieme di tutte le caratteristiche biologiche che contraddistinguono l’essere femmine o l’essere maschi (sesso biologico), mentre il genere si riferisce a caratteristiche dipendenti da fattori culturali, sociali, psicologici che definiscono comportamenti considerati tipici per l’uomo e per la donna. Il sentire di appartenere intimamente all’uno o l’altro genere costituisce l’identità di genere.

Per concludere questa premessa, va detto che, di recente l’OMS ha tolto l’incongruenza di genere dal novero delle malattie mentali. Dunque l’incongruenza di genere non è una malattia  ed è stata inserita in un nuovo capitolo, quello della salute sessuale per “portare a una migliore accettazione sociale degli individui” e “migliorare l’accesso alle cure perché riduce la disapprovazione sociale”. In Italia esiste da tempo l’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere (ONIG).

Sembra dunque chiaro che la transessualità non è dettata da un capriccio o da una alterazione della psiche, ma è qualcosa di connaturato a quel determinato individuo, che quindi va aiutato a raggiungere la sua serenità, accettandone, anche sul piano legale, la sua collocazione nel genere a cui si sente di appartenere.

E’ finalmente quello che sta succedendo a Sarah, il nome, con cui una giovane avellinese si sta facendo chiamare da molto tempo, nonostante il nome maschile sulla carta d’identità.

Infatti, racconta Antonio E. Piedimonte su “La Stampa” del 25 settembre, “dopo la sentenza di ieri, la giovane avellinese non dovrà più sopportare gli sguardi straniti di chi non riusciva a conciliare la ragazza che aveva di fronte con ciò che leggeva sulla carta d’identità: un nome maschile. Ora potrà essere considerata a tutti gli effetti come una donna anche dallo Stato italiano”.

A rendere possibile la gioia di Sarah “è stata una sentenza del Tribunale di Avellino, che ha accolto la richiesta di riconoscimento del cambio di sesso anagrafico anche senza intervento chirurgico. E, di conseguenza, ha ordinato all’ufficiale di stato civile del Comune di ‘effettuare la rettificazione di attribuzione del sesso nel relativo registro da maschile in femminile, con il cambiamento del nome’.

Così facendo, i giudici irpini hanno accolto la tesi presentata dai legali e dunque hanno ritenuto di dare la priorità al rispetto del diritto alla salute, ‘garantito dall’equilibrio psico-fisico derivante dal riconoscimento del genere percepito. Un passo non da poco, specie per chi ha vissuto il disagio di una profonda dicotomia psicofisica (disforia di genere)’.

Nell’intervista, in cui risponde con molta franchezza, Sarah ricorda che “sin da piccolina avevo le idee chiare. Io ero una bambina anche se il corpo diceva altro, e lo stesso, purtroppo, facevano tutti”.

Verso i sette anni i genitori la portarono dallo psicologo che minimizzò, parlando di una “fase”. Cosa che non era affatto. A quel punto i genitori capirono questa figlia e l’accettarono così com’era. Ma all’esterno questo non accadde, neppure tra i coetanei, neppure tra i più piccoli. Su questo Sara è categorica; “Io sono stata bullizzata dall’asilo sino alle scuole superiori”.

Alla domanda del giornalista su come abbia affrontato questa situazione, che ha tutta l’aria di essere stata insostenibile, Sarah riconosce di aver avuto determinazione e forza, provando anche molto dolore. Decisivo l’aiuto di madre e sorella “e di chi ha saputo ascoltarmi”. Perché ella osserva che, oltre alle aggressioni causate dall’ignoranza e dai pregiudizi, “c’è che una ragazza transessuale deve fare i conti anche con lo specchio. Ci si vede sempre sbagliate. Si vive in un vortice di depressione costante. Conosco tante persone che non hanno retto e si sono rifugiate nella droga o nella prostituzione. Io ho resistito e combattuto”.

E continua a farlo, perché il suo percorso non termina qui. Se a 17 anni ha cominciato il percorso di transizione e a 18 quello ormonale, adesso, grazie alla sentenza, potrà operarsi. E, quanto ai suoi sogni per il futuro, ha quello di diventare truccatrice nel mondo dello spettacolo, continuando così a lavorare nel campo dell’estetica, in cui già opera a Roma, dove vive adesso.

L’intervista volge alla fine, perché la stessa Sarah congeda il giornalista, scusandosi perché “sono appena rientrata e vorrei farmi qualcosa da mangiare. Come vede, sono una ragazza normale che dopo il lavoro deve cucinare”.

E’ un’intervista che a me ha comunicato molta tenerezza e una fortissima ammirazione per questa giovane che, fin da bambina, si è trovata a percorrere un territorio accidentato quasi sempre privo di sentieri segnati, ma solo illuminato dal sostegno di chi l’ha capita fino in fondo (compresi avvocati e giudici), e che adesso ha conquistato lo spazio per poter vivere finalmente di fronte a tutta la società la vita che sente davvero sua.

Auguri, carissima Sarah. E grazie per aver reso pubblica la tua storia, perché la tua testimonianza aiuterà certamente tante altre persone che si trovano nella tua situazione e incoraggeranno i loro familiari e amici a sostenerle senza riserve.
E’ quello che mi sento di dire e spero che dicano anche i passanti che hanno letto queste mie noterelle.

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