
(Adnkronos) – Innovazione e formazione, competenze e programmazione del comparto produttivo: sono le nuove sfide dell’ingegneria clinica per il governo delle tecnologie per la salute e i temi della giornata d’avvio del 26.esimo Convegno nazionale dell’Associazione italiana ingegneri clinici, in corso a Torino fino al 13 giugno presso le Officine grandi riparazioni. Due sessioni hanno coinvolto i partecipanti e stakeholder: ‘Touchpoint ingegneria clinica’, evento aperto alle scuole, università e alle agenzie della formazione avanzata, e ‘Connessioni di Valore: impresa sanità e innovazione’, dialogo con rappresentanti nazionali e regionali della produzione e della programmazione.
Nel primo evento – riporta una nota – proponendo un un excurus storico professionale, Lorenzo Leogrande, presidente del Convegno nazionale Aiic, ha ricordato che “la professione dell’ingegnere clinico, nel tempo si è evoluta. Negli anni ’60 era la figura che si occupava di manutenzione delle tecnologie, ma, dalla riforma sanitaria del 1978 in poi, il ruolo ha seguito l’evoluzione della tecnologia, fino ad arrivare al prodotto, alla sua valutazione. Oggi – ha affermato – non basta far funzionare un dispositivo in sicurezza o acquistare in modo sostenibile: l’ingegnere clinico deve impattare sui processi e il loro utilizzo, ottimizzare i processi. Nel futuro questo professionista non sarà solo parte, ma motore dell’innovazione”.
Paola Freda, già presidente Aiic – prima donna a ricoprire questo incarico nell’Associazione – ha puntualizzato che “per un’autentica formazione, è necessaria la curiosità e l’originalità di essere umani: anche in tempi di intelligenza artificiale ed evoluzione tecnologica galoppante, è l’umano a fare la dfferenza”. Giovanni Poggialini, del direttivo Aiic e coordinatore dei corsi di formazione del Convegno, ha ricordato che ora la responsabilità dell’ingegnere clinico i regge su competenze tecniche più ampie che nel passato: “Partecipare alla progettazione di una sala operatoria, ibridizzarla, riempirla di tecnologia non basta – ha sottolineato – devo sapere quanti pazienti posso curare, come organizzare il sistema perché possa fornire più salute. Questa è la gestione operativa: studiare i processi produttivi dell’azienda sanitaria e fare in modo che i processi produttivi vengano ottimizzati”.
Da qui il concetto di “professione ponte”, proposto dal pro-rettore del Politecnico di Torino, Filippo Molinari, che ha evidenziato come la professione dell’ingegnere clinico si trovi ad essere “un ponte tra chi sviluppa e produce la tecnologia e chi la impiega per risolvere problemi. All’ingegnere clinico è infatti chiesto di occuparsi dell’integrazione della tecnologia in quelli che sono i flussi clinici, diagnostici o terapeutici, che sono necessari per fornire un buon servizio al cittadino. Il mondo della medicina, della salute – ha ribadito – è uno degli ambiti in cui le innovazioni tecnologiche sono più rapidamente assorbite e integrate perché permettono diagnosi più precoci, migliori cure, un valore maggiore in termini di salute. Le nuove tecnologie vanno valutate per quello che effettivamente possono fare, per il valore che apportano”.
Con un contributo scritto efficace e puntuale, l’assessore regionale alla formazione Daniela Cameroni ha ricordato, nella seconda sessione, che per affrontare la trasformazione in atto nell’incrocio tra bisogni di salute e tecnologie avanzate “servono programmazione, visione e una forte collaborazione tra istituzioni, sistema sanitario, università e mondo produttivo. Il Piemonte ha tutte le carte in regola per essere protagonista di questa sfida: eccellenze universitarie, centri di ricerca di livello internazionale, un tessuto industriale innovativo e competenze professionali di altissimo livello. In questo scenario – ha spiegato – il ruolo degli ingegneri clinici è strategico, perché realizza il collegamento tra innovazione tecnologica e bisogni assistenziali, tra ricerca e applicazione concreta. E’ dall’alleanza tra competenze, ricerca, tecnologia e formazione che può nascere la sanità del futuro. Una sanità nella quale l’innovazione nasce sì in corsia, ma cresce grazie alle competenze”.
Intervenendo nella sessione dedicata alla connessione tra innovazione sanitaria, sviluppo industriale e sostenibilità, l’assessore al bilancio ed alle attività produttive regionali, Andrea Tronzano ha precisato, con un suo testo, che oggi il “Piemonte può essere uno dei principali ecosistemi italiani ed europei delle tecnologie per la salute e l’healthtech rappresenta uno degli ambiti nei quali queste azioni possono generare il maggiore valore economico e sociale. Un ruolo particolarmente importante nell’healtech – ha osservato – è svolto dagli ingegneri clinici, che rappresentano il punto di incontro tra bisogni di cura, innovazione tecnologica e capacità organizzativa. La sfida che abbiamo davanti è costruire una governance stabile e una visione condivisa che metta in connessione ospedali, università, centri di ricerca, imprese e istituzioni”.
Per Alessandro Preziosa, presidente Associazione elettromedicali e servizi integrati, confindustria Dispositivi medici, la disanima della situazione deve anche partire dalla capacità dell’ambito produttivo di “essere resiliente in uno scenario particolarmente difficile come quello che abbiamo vissuto negli scorsi anni, segnati da payback, pressione fiscale e varie crisi, non ultime quelle dovute ai conflitti in corso”. Il segnale lanciato da Preziosa è chiaro: “da soli non riusciremo più a sostenere il peso di un mercato che è sempre più esigente, che chiede innovazione continua. Quello che facciamo di mestiere – progettare e introdurre nel mercato tecnologie nuove – deve radicarsi in un ambiente sostenibile, altrimenti facciamo fatica a continuare a inserire i nostri investimenti in ricerca e sviluppo e portarli in un mercato sempre più complesso”.
In questa sessione anche Cesare Mangone, Unione Industriali Torino, Gennario Broya de Lucia, presidente nazionale Conflavoro Pmi Sanità, Alberta Pasquero, Bio Industry Park e Adriano Leli, presidente Fare, hanno messo l’accento sulle problematiche vissute dal mondo produttivo – in particolare Pmi e startup – ma anche sulle opportunità rappresentate dalla dinamicità di alcuni settori imprenditoriali, e dalla capacità del mondo dei provveditori di interpretare l’innovazione in termini di procurement.
In conclusione Mario Alparone, direttore generale FinPiemonte, ha sottolineato come occorra sviluppare un nuovo modello di sanità, perchè quello attuale rischia di non essere più sostenibile. “Un modello – ha chiarito Alparone – non lo si costruisce a tavolino, ma partendo dalle competenze reali, dal cinvgimento strategico di professionisti che sono in grado di offrire già la prima risposta concreta”. In questo senso Mangone ha invitato Aiic a farsi protagonista delle proposta di realizzare “tavoli di confronto” tra professioni, istituzioni, mondo della sanità e mondo produttivo per sviluppare nuove e più avanzate forme di collaborazione tra i protagonisti del comparto delle tecnologie healthcare. Una proposta che è stata ripresa immediatamente da Umberto Nocco, presidente Aiic e Alessio Rebola, coordinatore Aiic Piemonte con estremo favore, a conferma della possibilità che gli ingegneri clinici siano “ponte” tra professioni, ambiti strategici e tra presente e futuro.
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