
(Adnkronos) – C’è una differenza sostanziale tra uno spettacolo che racconta una cultura e uno che nasce dall’interno di quella cultura. “Terrain”, presentato dal Bangarra Dance Theatre alla Biennale Danza 2026, la compagnia australiana che ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera, appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. Non cerca di rappresentare l’identità delle Prime Nazioni australiane: la incarna.
È forse questo il significato più profondo del riconoscimento assegnato dalla Biennale di Venezia. Il Leone d’Oro non celebra soltanto l’eccellenza coreografica di Bangarra, ma riconosce un modello artistico capace di trasformare oltre 65.000 anni di cultura indigena in un linguaggio scenico contemporaneo senza rinunciare alla propria autenticità. “Terrain”, creato nel 2012 da Frances Rings, oggi direttrice artistica della compagnia, è una delle opere che meglio sintetizzano questa poetica e che al Teatro Malibran ha convinto il pubblico, che ha regalato un’ovazione finale ai danzatori.
L’ispirazione nasce dal Kati Thanda-Lake Eyre, il più grande lago salato dell’Australia, luogo sacro per il popolo Arabunna. Ma sarebbe riduttivo leggere lo spettacolo come una trasposizione coreografica di un paesaggio. Qui il territorio non è uno sfondo né un soggetto narrativo: è un organismo vivente, una presenza spirituale che attraversa i corpi dei diciotto interpreti e ne determina ritmo, energia e qualità del movimento.
La scrittura coreografica di Rings evita qualsiasi forma di descrittivismo naturalistico. L’acqua che arriva e scompare, il vento, il sale, le crepe della terra non vengono imitati, ma evocati attraverso una danza fatta di continue trasformazioni, di tensioni che si accumulano e si dissolvono, di improvvise aperture dello spazio scenico. I corpi sembrano attraversati dalle stesse forze che modellano il paesaggio, alternando una fisicità potente a momenti di sospensione quasi meditativa.
Non esistono protagonisti. La forza di “Terrain” risiede nella coralità. Il gruppo si muove come un unico organismo che continuamente si scompone e si ricompone, rendendo visibile l’idea di comunità come principio fondativo dell’esistenza. È una cifra che distingue profondamente Bangarra dalla tradizione occidentale della danza contemporanea, spesso orientata verso l’individualità del performer. Qui il gesto assume senso solo nella relazione con gli altri e con il territorio.
Determinante è anche l’impianto visivo. Le scenografie di Jacob Nash costruiscono uno spazio essenziale ma estremamente evocativo, dove superfici, riflessi e geometrie richiamano l’immensità del lago salato senza mai indulgere nel realismo. I costumi di Jennifer Irwin dialogano con la materia della scena, mentre il disegno luci di Karen Norris modella il tempo dell’azione con una sensibilità quasi pittorica, facendo emergere colori e ombre come fenomeni naturali.
A sostenere la tensione drammaturgica è soprattutto la partitura di David Page, figura centrale nella storia artistica della compagnia. La sua musica non accompagna la danza: la attraversa. Canti, percussioni, elettronica e silenzi costruiscono un tessuto sonoro che restituisce la dimensione rituale dello spettacolo senza mai cadere nel folklore.
Fondamentale, benché invisibile sulla scena, è il contributo del consulente culturale Reginald Dodd, anziano del popolo Arabunna, il cui sapere ha orientato il processo creativo. È un elemento essenziale per comprendere l’etica di Bangarra: ogni opera nasce da un dialogo con le comunità custoditrici delle storie raccontate. La creazione artistica diventa così anche un atto di responsabilità culturale.
Il risultato è uno spettacolo che rifiuta ogni esotismo. “Terrain” non offre immagini da cartolina dell’Australia indigena, né cerca di spiegare una cultura al pubblico europeo. Chiede piuttosto di modificare lo sguardo, di accettare un’idea del paesaggio come soggetto e non come oggetto, come archivio di memoria, luogo di appartenenza e presenza spirituale.
La lunga ovazione che ha salutato il debutto veneziano testimonia quanto questa proposta riesca a superare ogni barriera geografica o culturale. E proprio in questo risiede il valore politico e artistico del lavoro di Bangarra: dimostrare che il linguaggio della danza può custodire tradizioni antichissime senza trasformarle in reperti museali, restituendo loro una straordinaria vitalità contemporanea. Dopo il Leone d’Oro alla carriera, “Terrain” ha ricordato al pubblico della Biennale perché Bangarra Dance Theatre occupi oggi un posto unico nel panorama internazionale. Non semplicemente una compagnia di danza, ma una comunità artistica che continua a trasformare la memoria in presenza scenica, facendo del teatro un luogo di ascolto, di riconoscimento e di dialogo tra culture. (di Paolo Martini)
—
spettacoli
webinfo@adnkronos.com (Web Info)

































