La storia ufficiale racconta di un insediamento musulmano di origine bellica che avrebbe interessato i territori intorno alla foce del Garigliano e, in particolare, l’antica cittadina di Traetto, identificabile con l’attuale centro di Minturno.

Trentadue anni di colonia militare in cui, come spesso è accaduto nell’Italia meridionale, etnie, tradizioni e lingue si sarebbero intrecciate e contaminate, contribuendo a quella stratificazione culturale che rende così ricco il nostro patrimonio identitario.

Un’evidenza storica oggettiva e verificata che, però, stando a nuovissimi studi ancora in corso, dovrebbe raddrizzare il tiro per quanto riguarda la localizzazione: il territorio interessato, infatti, sarebbe da spostare di qualche chilometro nell’entroterra e, in particolare, nel circondario di Suio-Castelforte. Ma andiamo per gradi.

Il ribāṭ alla foce del Garigliano – Dell’antica Traetto abbiamo già rivisitato tutta la storia: era una cittadina che si era costituita su una zona collinare dell’attuale Minturno quando la popolazione fu costretta a rifugiarvicisi per scappare dalle incursioni longobarde del 580. Quello che era nato come un piccolo e fortuito centro, nel tempo, si consolidò – nonostante l’avvicendarsi delle invasioni e delle contingenze storiche -, tornando a diventare parte di Minturno soltanto nel 1879.

Traetto è stata più volte distrutta e ricostruita: in particolare, con la rinascita post invasione saracena dell’883, la città riprese il nome mutuato da quella scafa che traghettava, appunto, le persone tra le due sponde del Garigliano. I musulmani che vi si stabilirono provenivano dalla Sicilia (che era già sotto il loro controllo da diversi anni) e dal Nordafrica: nella piana del Garigliano costruirono diverse abitazioni, fortificazioni e una moschea, cambiando pian piano i connotati del territorio. Come ricorda lo storico Michele Amari nel suo “Storia dei musulmani di Sicilia“, i confederati di Gaeta e la Repubblica di Napoli imposero la propria voce ma, di fatto, senza creare scontri; anzi, si allude anche a una fantomatica “amicizia”.

Insomma, la longevità di questo accampamento islamico sarebbe da ritrovare proprio nelle complicità cristiane che, avendo riscontrato che gli “invasori” costituivano un gruppo distaccato dalle dinastie degli Aghlabidi e dei Fatimidi, accettarono che si offrissero come mercenari ai giochi politici locali, mescolandosi ai signori campani e longobardi e riuscendo persino ad influenzare la politica dello Stato della Chiesa.

Ma chi aveva fatto in modo che questa comunità si stanziasse così facilmente?

Bisogna scandagliare una serie di antiche faide: nell’881, Atanasio II, vescovo bizantino e duca di Napoli, ingaggiò una guarnigione saracena a cui concesse di stabilirsi verso Agropoli; a causa della sua politica anti-papale e anti-bizantina – e del tradimento della servitù dei monaci -, i saraceni depredarono e incendiarono l’Abbazia di San Vincenzo al Volturno. Nel frattempo, papa Giovanni VIII, a sua volta anti-saraceno, revocò la concessione di Traetto (patrimonium della Chiesa) a Docibile I di Gaeta, donandola a Pandenolfo di Capua, che attaccò i territori del ducato scatenando l’ira dell’ipato che, per ripicca, mandò le truppe saracene di Agropoli sul territorio papale di Fondi; queste truppe si stabilirono nei pressi di Itri, costringendo il papa a rivedere la sua decisone. Ne nacque un ulteriore attacco saraceno a Gaeta: in quell’occasione, molti cittadini vennero uccisi o fatti schiavi. Ed è così che, in cerca di un accordo di pace, i musulmani si “guadagnarono” l’insediamento fortificato sulla foce del Garigliano, continuando a minacciare il papato distruggendone tutti i simboli che trovavano sul proprio cammino, dalle celle monastiche all’intera città di Traetto, ma non solo. Venivano assaliti anche i pellegrini diretti alla città santa, fino a raggiungere il culmine quando l’Abate di Montecassino venne ucciso e l’Abbazia di Farfa venne espugnata e trasformata in un campo-base.

Tra i 903 e il 908 avvennero due tentativi, fallimentari (forse a causa dello scarso appoggio esterno), di rovesciare la situazione fin quando, spingendosi fino all’Adriatico sotto la guida del capo Alliku, i musulmani vennero sconfitti da Landolfo I di Benevento. Da lì si originarono altre incursioni molto violente nel territori circostanti, da Venosa ad Avellino e al contado di Benevento, che si conclusero con un nuovo stanziamento che interessò l’attuale viterbese e l’Umbria (Nepi, Orte e Narni). Non durò molti anni, ma la presenza dei musulmani si fece importante: più razziavano e saccheggiavano e più la colonia cresceva; alcune fonti (come lo storico Liutprando) parlano addirittura di un’area divisa, quasi contesa, tra Romani e islamici, ma ricerche contemporanee stanno svelando un nuovo volto di quest’immagine storica.

La capitolazione della colonia cominciò nel 910, quando papa Giovanni X e Landolfo I misero in piedi una Lega cristiana che vide l’adesione di molte personalità importanti del tempo, da Zoe Carbonopsina, imperatrice bizantina e vedova dell’Imperatore Leone VI, ai duchi di Camerino e del Friuli. Anche le truppe si arricchirono di contributi, dai pugliesi ai calabresi, dai duchi di Napoli e Gaeta al principe di Salerno; forti della competenza militare dello stratega bizantino Niccolò Picingli, a sua volta sostenuto da una flotta inviata dall’imperatore bizantino Costantino VII, marciarono verso Traetto nel 915. Era la battaglia del Garigliano. Dopo tre mesi d’assedio e diverse vittorie riportate dai cristiani, i musulmani diedero fuoco alla loro stessa colonia e capitolarono. Espulsi dal territorio, però, continuarono per oltre un secolo con ripetute scorrerie navali.

Le nuove evidenze – Un nuovo, recentissimo studio portato avanti da Marco Di Branco, storico specializzato nei paesi arabi e nella civiltà bizantina, Gianmatteo Matullo, archeologo, e Kordula Wolf, ricercatrice e referente per l’Alto e Pieno Medioevo, sta facendo luce su moltissimi aspetti di questo pezzo di storia, non senza sorprese.

Rileggendo fonti latine, bizantine e arabe, gli studiosi hanno ridisegnato il profilo della convivenza tra popolazioni locali e saraceni durante lo stanziamento:

“cristiani e musulmani non furono semplicemente nemici, ma spesso si
trovarono a collaborare”.

Si accenna anche a quella collaborazione tra saraceni e ipati di Gaeta che permise la lunga permanenza della colonia, da un lato, e rafforzò la presenza marittima commerciale e difensiva di Gaeta, dall’altro. Erano gli anni degli attacchi provenienti da Capua e Napoli; e, d’altronde, anche quest’ultima poteva contare sui “federati musulmani” di Agropoli. L’ipotesi, quindi, è che i due insediamenti abbiano avuto la stessa origine ma che quello alla foce del Garigliano sia stato conseguenza di una scissione interna del gruppo di partenza.

E ci sarebbero notizie anche di rapporti con l’emirato aghlabita in Sicilia e Africa settentrionale. Insomma, molto più di semplici e disorganizzate “bande di pirati”.

Infine, la questione localizzazione: studiando documenti e attraverso campagne di scavo è stato dimostrato che l’area interessata dallo stanziamento doveva essere più interna, ma sempre nei pressi del Garigliano, nei dintorni di Suio, attuale frazione di Castelforte, alle estreme propaggini dei Monti Aurunci.

Nello studio vengono citati anche interessantissimi ritrovamenti relativi a resti di antiche strutture che sorgevano in località Tamburriello, Monte Castelluccio e Masseria Saracinisco, nella cartografia borbonica suggestivamente appellata Monte Saracinisco.

I segreti da scoprire, però, sono ancora tantissimi.