Insegnanti a crocette al posto di educatori. “Filosofia in Agorà”: il Ministero dell’Istruzione sblocca il concorso per docenti

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Test a crocetta, credits skuola.net
Test a crocetta, credits skuola.net

Dopo due anni, finalmente il Ministero dell’Istruzione ha dato avvio al concorso per insegnanti di scuole medie e superiori; un classico “concorsone” all’italiana bandito due anni fa, abbandonato e ora “sbloccato” in fretta e furia. Nel frattempo, sono cambiate anche le prove da sostenere per i candidati: uno scritto a risposta multipla con “soglia di sbarramento” al 70% per accedere ad un orale incentrato sulle metodologie didattiche (si tratta di una lezione da preparare ed esporre alla commissione). Per i cosiddetti “precari storici”, insegnanti che aspettano da anni (spesso decenni) la stabilizzazione, sono previsti ulteriori e non meglio precisati canali per abilitazione e ruolo.

Spiegato così, il discorso è poco chiaro ai non addetti ai lavori; al contrario, tutto appare molto più preciso e frustrante ai precari del mondo della scuola. Purtroppo, infatti, per insegnare non vengono richieste abilità psicologiche o pedagogiche, bensì una sommaria cultura generale per superare l’ennesimo (inutile) test a risposta multipla.

Così, ad esempio, per insegnare lettere in un istituto professionale bisognerà studiare un programma talmente vasto da comprendere l’intera cultura occidentale (consultare l’Allegato A per credere); mentre i colleghi di materie STEM, che hanno già affrontato il concorso in estate, lamentano poco tempo (100 minuti) per calcoli e problemi molto complessi.

Bizantinismi e nozionismi alla “Chi vuol essere milionario?” che forniscono una percezione distorta del lavoro dell’insegnante che, prima di tutto, dovrebbe essere un educatore adatto a gestire la complessità della nostra società e le richieste di aiuto e sostegno della Generazione Z, soprattutto in un’epoca difficile come la nostra.

Concorsi pubblici come questo, sebbene abbiano il pregio di snellire le procedure di reclutamento, sono viziati da un’idea di scuola come ufficio postale, come “parcheggio” per famiglie e ufficio di collocamento per disoccupati. Inoltre, dal 2014 in Italia non vengono più organizzati corsi di abilitazione universitari per insegnanti, salvo per quelli di sostegno (altra categoria bistrattata e marginalizzata).

Gli insegnanti, in sostanza, non frequentano nessuna scuola di formazione o specializzazione prima di iniziare a lavorare, ma vengono buttati nella mischia e ottengono il ruolo dopo molto precariato “senza titolo”, oppure superando un quizzone simil-televisivo.

Ci dobbiamo, dunque, chiedere che senso abbia selezionare il personale scolastico in questo modo: la scuola non è l’ufficio del catasto, gli alunni non sono documenti da protocollare, ma esseri umani in formazione, materiale prezioso e delicatissimo. Selezioni di questo tipo non valorizzano in alcun modo le competenze e le capacità del docente, bensì contribuiscono a consolidare l’idea dell’insegnamento come professione di ripiego: il tutto a discapito di migliaia di studenti che ogni giorno richiedono docenti aggiornati e motivati.

Abbiamo bisogno di dircelo in faccia ogni giorno, perché tra le mura scolastiche si fa il lavoro più bello del mondo, anche in condizioni bislacche come queste.


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a cura di Michele Lucivero

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