
Legambiente Veneto torna a lanciare l’allarme sulle condizioni in cui versano il Bacchiglione, fiume che attraversa Vicenza, e del suo affluente Retrone.
Recentemente, la sigla ambientalista ha presentato i dati di “Operazione fiumi“, campagna itinerante che, per il sesto anno consecutivo, ha mappato lo stato di salute dei due corsi d’acqua.
Legambiente parla di “inquinamento diffuso” che necessiterebbe una accelerazione sulla depurazione del capoluogo e dei comuni limitrofi, a giudicare dai livelli di contaminazione fecale da 10 a 100 volte superiori alla soglia di riferimento tranne che in un punto. Riscontrate anche concentrazioni di Pfas, presumibilmente dovute all’utilizzo passato o presente di queste sostanze nell’industria locale.
“Operazione fiumi” ha visto anche quest’anno il supporto tecnico di Arpav, che ha svolto le analisi sui campioni raccolti dai volontari, nonché il contributo di COOP Alleanza 3.0 e BCC Veneta Credito Cooperativo, infine il patrocinio delle Autorità Distrettuali di Bacino del fiume Po e delle Alpi Orientali.
“Nel mese di maggio – ha spiegato Legambiente – i volontari e volontarie di tutto il Veneto hanno effettuato una serie di campionamenti alla ricerca di Escherichia coli (batteri fecali), glifosate e PFAS. Cinque sono i punti campionati nel Bacchiglione (Caldogno, Vicenza e Debba nel vicentino, Selvazzano Dentro, Ponte San Nicolò e Pontelongo nel padovano), due nel Retrone (Creazzo e Vicenza) e uno nel Tesina (a Torri di Quartesolo), per la prima volta, allo scopo di comprendere al meglio l’apporto degli affluenti alle criticità che cronicamente emergono sul Bacchiglione.
Per Bacchiglione e Retrone “persistono forti criticità” secondo Legambiente “con concentrazioni di Escherichia coli molto elevate in tutti i punti monitorati intorno alla città di Vicenza e nel suo hinterland (Caldogno e Creazzo) con valori a 4 o 5 cifre, ben oltre il riferimento di 1000 MPN/100mL.
Si salva invece l’affluente Tesina, con valori di batteri fecali contenuti, probabilmente grazie alla depurazione efficace dei Comuni a nord-est di Vicenza. Il Bacchiglione riesce comunque a smaltire il carico fecale, grazie alla sua capacità di autodepurazione nel tratto sinuoso e più naturale a valle; il punto di monitoraggio a Selvazzano Dentro, nel padovano, rivela infatti una presenza molto contenuta di Escherichia coli. La situazione tende a peggiorare a sud della città di Padova, per via del contributo del canale Roncajette che raccoglie le acque non depurate della parte nord della città. Desta preoccupazione infine il punto monitorato a Pontelongo, che presenta valori di 24.000 MPN/100mL, ben oltre il valore guida”.
Inoltre, allo scopo di avere un quadro completo sullo stato di salute delle acque, Legambiente ha analizzato anche il quadro che emerge dai monitoraggi svolti nel 2025 dall’Agenzia Regionale per la Protezione e la Ricerca Ambientale del Veneto, per valutare lo stato ecologico e chimico dei corsi d’acqua appartenenti al bacino idrografico del fiume Bacchiglione, in 59 stazioni dedicate alla qualità chimica e 8 alla qualità biologica.
“I risultati – spiegano gli ambientalisti – evidenziano una situazione ancora critica dal punto di vista chimico, dovuta soprattutto alla diffusa presenza di PFOS lineare in concentrazioni superiori ai limiti stabiliti dalla normativa vigente. Sono stati inoltre registrati due superamenti della concentrazione media annua di nichel disciolto nei torrenti Timonchio e Rostone Ovest, nonché il superamento dei limiti relativi al pesticida Dichlorvos nel Canale Roncajette.
Nel tratto del sistema Retrone-Bacchiglione che si sviluppa da Vicenza verso valle, i superamenti dei limiti per il PFOS sono riconducibili al noto inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) che interessa le acque superficiali e sotterranee delle province di Vicenza, Verona e Padova e che ha origine principalmente nel sito industriale contaminato dell’ex Miteni di Trissino”.
Nelle aree situate a nord e a est di Vicenza, non direttamente collegate al sito ex Miteni, la presenza di PFAS appare invece associata a scarichi industriali, impianti di depurazione o ad altre fonti non ancora identificate, con contaminanti trasportati anche attraverso le acque sotterranee: “Ciò indica un utilizzo passato o presente di PFAS nell’industria locale, inquinanti che l’attuale depurazione evidentemente non riesce ad intercettare”, precisa Legambiente.




































