A Spazio Aperto la presentazione della favola illustrata nata dall’esperienza a bordo dell’Handala. Il racconto parla ai più piccoli, ma interroga soprattutto gli adulti sulla guerra e sulla responsabilità di educare alla pace.
Sabato 10 ottobre, davanti a un pubblico partecipe riunito a Spazio Aperto, la sede di incontri, libri e informazione promossa da L’Altra Stampa e dalle testate VicenzaPiù in viale Verona 35 a Vicenza. Antonio Mazzeo ha presentato Mi chiamo Handalino, la favola illustrata da Lelio Bonaccorso che trasforma un viaggio verso Gaza in un racconto di paura, solidarietà e disarmo. Una parte del ricavato delle copie sostiene l’ospedale Al-Awda, presidio della rete sanitaria e comunitaria non profit della Striscia di Gaza. Dopo le copie acquistate durante la serata, il volume resta disponibile in anteprima presso Spazio Aperto.
La presentazione ha costituito una parte di rilievo della giornata vicentina di Antonio Mazzeo tra militarizzazione, appalti militari e solidarietà con Gaza. Nel passaggio dal lavoro di ricerca alla favola non c’è, secondo l’autore, una separazione: Mi chiamo Handalino prosegue la riflessione sull’educazione alla pace, sulla militarizzazione della scuola e sulla capacità degli adulti di spiegare la guerra ai bambini senza ferirne la sensibilità.
Mazzeo ha raccontato che il libro nasce anche dal bisogno di elaborare la rabbia e il dolore provati nel luglio 2025, quando l’Handala, diretta verso Gaza con aiuti e doni, fu fermata a meno di quaranta miglia nautiche dalla Striscia. Fino a poche ore prima dell’intervento militare, l’equipaggio era convinto di poter raggiungere la destinazione. La brusca fine del viaggio viene descritta nella favola come il furto di un sogno, affidato alle parole di un vecchio marinaio.
Al ricordo dell’assalto si unisce un interrogativo maturato da Mazzeo come insegnante: come possono ragazzi apparentemente simili a quelli incontrati ogni giorno a scuola diventare esecutori distaccati della violenza come militari israeliani? Da qui la critica ai modelli educativi che disumanizzano il nemico e abituano a considerare la guerra una condizione normale. La risposta proposta dal libro non è una lezione astratta, ma una storia capace di coinvolgere bambini, genitori, nonni ed educatori.
Mi chiamo Handalino, dal viaggio dell’Handala alla favola di Conigliopoli
Handalino è un piccolo peluche rosso. Nella storia appartiene a Greta, una bambina salentina che vede nel porto di Gallipoli una nave colorata pronta a partire per Gaza. A bordo ci sono aiuti e tanti giocattoli donati dai bambini pugliesi ai loro coetanei palestinesi. Greta decide di separarsi dal suo peluche più caro e lo convince a salire sulla “barca di Babele”, abitata da persone di Paesi e lingue diverse.
Il protagonista attraversa il Mediterraneo, scopre il mare, le stelle e i delfini, incontra la figura di Handala creata dal vignettista palestinese Naji al-Ali e comprende perché quel bambino dei fumetti sia rappresentato di spalle. Quando all’orizzonte compaiono le luci del Sinai, la meta sembra vicina; arrivano però le navi dei pirati, che assaltano l’imbarcazione, distruggono gli aiuti e fanno prigionieri i viaggiatori.
Handalino trova riparo accanto al vecchio marinaio, che gli racconta un’altra favola: quella di Conigliopoli, una città felice invasa da militari decisi a costruire un missile nucleare. I conigli vengono separati, imprigionati e costretti a lavorare, mentre Coniglio Clown riesce a fuggire e cerca il modo di liberare la città. La soluzione arriva dai coniglietti, chiamati a sciogliere un enigma e a pronunciare, quindi, insieme la parola “pace”. Il missile esplode senza distruggere: dal cielo cadono caramelle, dolci e carote.
Questa storia affonda anche nelle esperienze di Mazzeo nei movimenti contro i missili Cruise a Comiso, negli anni Ottanta. Anche la filastrocca dei “conigli pacifisti” riprende parole nate allora nei campi e nei laboratori del movimento per la pace. Il libro unisce così memoria personale, storia collettiva e linguaggio infantile, evitando di nascondere la violenza ma cercando immagini che permettano ai più piccoli di riconoscerla e rifiutarla.
La forma definitiva è maturata dopo mesi di laboratori teatrali con bambini ed educatori. Mazzeo ha riferito di aver incontrato domande molto nette: perché gli adulti non fermano ciò che accade ai bambini dall’altra parte del Mediterraneo? Per l’autore, quelle domande smentiscono l’idea che l’infanzia viva inconsapevole dentro una bolla. I bambini percepiscono la guerra e avvertono anche l’impotenza di chi dovrebbe proteggerli.
Le tavole di Lelio Bonaccorso accompagnano la narrazione rendendo visibili il viaggio, i personaggi e i simboli palestinesi. Mazzeo considera la favola adatta ai lettori più giovani, ma anche agli adulti che devono trovare parole responsabili per parlare di conflitti e genocidi. È questo il senso più profondo emerso a Spazio Aperto: la pace non viene presentata come una formula consolatoria, ma come un apprendimento che comincia dall’ascolto, dalla memoria e dalla capacità di non voltarsi dall’altra parte.






































