La necropoli di Fossa: un tesoro sepolto per duemila anni

Necropoli di Fossa
(Foto flickr: Colombaie)

La morte è da sempre il più grande mistero dell’esistenza di qualsiasi essere vivente. Più spesso ci si interroga su cosa ne sarà della propria anima, meno di frequente ci si interessa di cosa sarà del proprio corpo. Sarà che le leggi della natura sono chiare, sarà che quel “polvere ritornerai” non lascia spazio a ulteriori ipotesi. Chissà se si ponevano domande simili gli antichi Vestini, abitanti dell’Abruzzo prima della conquista romana, se mai avrebbero immaginato che le loro tombe e i loro resti sarebbero stati oggetto di grande interesse per studiosi e visitatori, e che il luogo di sepoltura dei propri cari sarebbe stato conosciuto come la necropoli di Fossa.

Scoperta per caso nel 1992, la necropoli di Fossa vanta un importante caratteristica. Le sue tombe, alla data dell’inizio degli studi che la vedono ancora oggi protagonista, erano intatte. Ciò significa che, a differenza di tante altre sepolture antiche (basti pensare a esempi famosi e autorevoli come le piramidi di Giza), è stato il tempo soltanto ad apportare cambiamenti alla loro conformazione. Nessun tesoro trafugato da tombaroli senza scrupoli dunque: i corredi funerari e i resti umani sopravvissuti al deterioramento erano ancora lì  come li avevano riposti millenni prima. Alluvioni e agenti atmosferici hanno ricoperto il complesso, custodendo per quasi duemila anni un tesoro (più di 500 tombe su una superficie di 3500 mq) nascosto sotto i detriti.

Necropoli fossa
(Foto FB: Caf L’Aquila)

Di chi sono i resti nelle tombe della necropoli di Fossa?

I Vestini erano un popolo italico autoctono, stanziato nell’odierno Abruzzo, più precisamente nella zona che si estende dalla Valle dell’Aterno, in provincia dell’Aquila, fino alle coste del Mare Adriatico.

Gli studi antropologici condotti su ciò che resta delle spoglie dei defunti possono rivelare numerose e interessanti informazioni sulla vita degli abitanti di questa zona. Dai corredi sappiamo che erano abili artigiani, e che qui si lavorava il ferro; in alcune tombe, inoltre, erano presenti dei lettini in osso, con i quali probabilmente venivano trasportati i defunti dal centro abitato, che distava alcuni chilometri dalla necropoli. Dagli scheletri, invece, si può dedurre che fossero dediti all’agricoltura, come testimoniano le lesioni alle vertebre.

Il complesso funerario

Tomba a Camera necropoli di fossa
Una tomba a camera (foto FB: Renato Gaudieri)

Gli studi hanno anche rivelato un utilizzo prolungato, quasi millenario, della necropoli. Le sepolture presenti nella necropoli, in linea con il suo lungo periodo di attività, sono di vario tipo.

Le più antiche sono le cosiddette tombe “a tumulo”: accumuli di terra e detriti delimitati da pietre e sassi disposti in fila attorno al suo perimetro, all’interno dei quali si ricavava lo spazio necessario ad inserire la cassa con il feretro. Una particolarità delle sepolture più antiche riservata solo ai defunti di sesso maschile, è la presenza di una fila di menhir, posti in ordine dal più alto al più basso. Una delle teorie sulla loro funzione, forse la più “romantica”, è che questi grossi massi, piantati in verticale nel terreno, rappresentassero una sorta di processione funebre. I tumuli, con il passare dei secoli, divennero di diametro sempre più stretto, fino a scomparire attorno al VI secolo.

Un altro tipo di sepoltura, sicuramente più tarda, è la tomba “a camera“. Si tratta di vere e proprie costruzioni in pietra contenenti la bara lignea, insieme con l’immancabile corredo funebre. Come nel periodo più arcaico, quest’ultimo era composto, per gli uomini, da armi e oggetti personali come rasoi, mentre per le donne da gioielli. Le tombe a camera, rispetto a quelle a tumulo, hanno consentito una conservazione decisamente migliore dei corpi al proprio interno.

È solo in un periodo più tardo che nella necropoli si diffonde l’uso dell’incinerazione. Le ceneri del defunto venivano deposte all’interno di un’olla coperta da una pietra piatta, come da consuetudine romana, dimostrando così l’assimilazione ai costumi dei conquistatori.

Aspirante giornalista, laureata con lode in Lingue presso La Sapienza di Roma. Nata a Formia nel 1998 e vissuta tra l’Abruzzo e il Lazio (con una breve parentesi in Siberia), sogno di far conoscere luoghi e storie agli altri e a me stessa. Amo scrivere, in italiano, da prima ancora di saperlo fare e amo parlare, ma nelle altre cinque lingue che studio e conosco. Non esiste ambito al mondo di cui non mi sia interessata, mi interessi o mi interesserò in futuro.