
La proposta di legge che introduce una condizione di procedibilità per i reati commessi da agenti in servizio solleva interrogativi delicati. Tra tutela delle forze dell’ordine e principio di uguaglianza davanti alla legge, il giudizio resta sospeso in attesa del testo definitivo.
Ogni valutazione sul merito della proposta di legge presentata da Fratelli d’Italia (leggi “Agenti sotto processo solo su richiesta del ministro, arriva lo ‘scudo’ di Fratelli d’Italia“) dovrà essere formulata con cautela e solo dopo l’esame puntuale del testo normativo definitivo. Al momento, infatti, il dibattito pubblico si fonda su anticipazioni, bozze e dichiarazioni politiche, sufficienti però a far emergere una domanda di fondo che tocca principi costituzionali essenziali: con tutto il rispetto dovuto e ribadito anche qui alle forze dell’ordine, si sta introducendo una categoria di cittadini “speciali” di fronte alla legge?
Legge: poliziotti giustamente tutelati o privilegiati dalla proposta FdI
La proposta prevede l’introduzione di una condizione di procedibilità per determinati reati commessi da appartenenti alle forze dell’ordine e alle forze armate nell’esercizio delle loro funzioni. In sostanza, l’azione penale non partirebbe automaticamente, ma solo a seguito di una richiesta del ministro competente. Non si tratterebbe, secondo i promotori, di uno scudo penale o di una immunità, bensì di una tutela procedurale pensata per evitare l’iscrizione automatica nel registro degli indagati in contesti operativi complessi.
Il punto di partenza, condiviso trasversalmente, è il riconoscimento del ruolo svolto dalle forze dell’ordine. Poliziotti e militari operano spesso in situazioni di forte tensione, assumendo decisioni in pochi istanti e sotto pressione, con responsabilità che nessun altro cittadino è chiamato ad assumere. Da qui l’esigenza, sostenuta dai proponenti, di garantire strumenti di tutela che evitino una sorta di “processo anticipato” fondato su automatismi procedurali.
È però sul piano dei principi che emergono, ripetiamo senza avere il testo a disposzione, le perplessità più forti. Il primo nodo riguarda l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Se l’avvio dell’azione penale dipende dalla funzione svolta dall’indagato e da una valutazione preventiva legata al suo ruolo istituzionale, il rischio percepito è quello di una differenziazione sostanziale tra cittadini comuni e appartenenti alle forze dell’ordine. Non un privilegio dichiarato, ma un trattamento giuridico diverso nei fatti.
Il secondo nodo è istituzionale. L’eventuale coinvolgimento di un’autorità politica nella fase che precede l’esercizio dell’azione penale solleva interrogativi sull’equilibrio tra i poteri dello Stato e sul principio di obbligatorietà dell’azione penale. Anche se l’intento fosse quello di rafforzare le garanzie, la scelta dello strumento potrebbe produrre effetti che vanno oltre le intenzioni dichiarate.
Resta poi una questione di percezione pubblica, tutt’altro che marginale. In una fase storica segnata da una forte polarizzazione del dibattito sulla sicurezza, ogni intervento che sembri collocare le forze dell’ordine su un piano giuridico distinto rischia di alimentare sfiducia e contrapposizioni, anche a danno degli stessi operatori in divisa.
Proprio per questo, ogni giudizio definitivo andrà formulato solo dopo aver letto e valutato il testo effettivo della proposta, nella sua formulazione finale. Sarà lì che si potrà capire se l’intervento legislativo riuscirà davvero a bilanciare tutela operativa e principi costituzionali o se, al contrario, rischierà di far apparire i poliziotti non solo come servitori dello Stato, ma come cittadini posti su un gradino diverso davanti alla legge.


































