Tribunale di Vicenza vieta il Catcalling. “Filosofia in Agorà”: all’origine delle molestie vi è una differenza culturale tra universo maschile e femminile?

Catcalling vietato
Catcalling vietato
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È senz’altro una decisione singolare ma, al tempo stesso, encomiabile quella del Tribunale di Vicenza di darsi un regolamento interno, voluto da un “Comitato per il benessere organizzativo”, composto principalmente da donne dipendenti della stessa amministrazione, con il quale si vietano alcuni comportamenti molesti e provocatori.

Si tratta di un decalogo imposto a tutti i dipendenti, con il quale si vietano «pizzicotti e carezze», «proposte in cambio di vantaggi», «le profferte sessuali», ma anche, in maniera più sottile, si proibiscono gli «sguardi insistenti», «le allusioni alla vita sessuale», le battutine, «gli apprezzamenti rozzi», «i discorsi a doppio senso», insomma tutto ciò che, al di fuori della routinaria e necessaria pratica forense, possa essere riconducibile al “Catcalling” e al “Body shaming”.

Quelle del Catcalling e del Body shaming sono questioni molto delicate, anche perché, annidandosi in pratiche linguistiche e atteggiamenti culturali dell’universo simbolico maschile, presentano forme e caratteristiche diverse, talvolta attuate inconsapevolmente e goliardicamente dagli uomini, così come presentano diverse sfumature di intendere quello che, in fondo, viene percepito dall’altra “metà del cielo”, cioè l’universo simbolico femminile, come un riferimento insistete e fastidioso ad una dimensione sessuale che vuole, e deve, rimanere privata.

Tuttavia, per evitare fraintendimenti a causa dell’uso delle parole straniere nel nostro linguaggio comune, occorre innanzitutto chiarire cosa s’intende con Catcalling e, magari, cercare di capire se ci sono termini italiani, appartenenti alla nostra cultura linguistica, quindi più vicini a chi parla, in grado di esprimere lo stesso concetto o comportamento.

E, a ben vedere, il termine c’è e, invece di chiamare in causa i gatti (Cat), in italiano quelle che vanno rubricate come “molestie di strada” si richiamano a volatili tanto belli quanto stupidi, già pregiudicati dalla ripetizione sterile e non ragionata. I volatili coinvolti sono i pappagalli, infatti, con “Pappagallismo”, s’intende quel «comportamento da “pappagalli della strada”, proprio cioè di chi, in modo insistente e grossolano, importuna le donne per la via», un vocabolo che risalirebbe, addirittura, al 1942, ben prima che si diffondesse la moda di confondere gli universi simbolici e semantici della gente comune con termini anglofoni, quando, anzi, vi era la tendenza a tradurre in italiano anche i nomi degli autori stranieri e si studiava Federico Nietzsche e Carlo Marx, abitudine d’altri tempo che oggi conserva solo il filosofo Diego Fusaro – e chissà come mai!

A pensarci bene, probabilmente, pappagallismo sarebbe pure più efficace dal punto di vista dello stigma morale di un comportamento riprovevole che si esprime, ad esempio, anche solo attraverso un fischio o uno sguardo insistente e prolungato, con tanto di rotazione della testa a 180°, rivolto ad una donna in minigonna che passa davanti ad un manipolo di uomini seduti al bar, dove si rilassano in seguito ad una stressante giornata di lavoro (per loro, non per la donna, che pure ha finito la sua giornata di lavoro e deve correre a recuperare i figli o le figlie e preparare la cena).

Eppure, bisogna dire le cose come stanno: quante volte ci siamo sbellicati dal ridere davanti a pappagallismi portati sullo schermo come fossero gesti fighi e simpatici, magari anche apprezzati dalla passante, che si volta e ammicca senziente? Quante volte, per emulazione, il Gerry Calà di turno fuori dal pub ha preso coraggio e, nel giubilo collettivo dei compagni, si è profuso in fischiettii politonali nei confronti della “bella bionda”? Certo, magari capita poi che la reazione è ben lungi dell’essere ammiccante, anzi è di assoluta indifferenza o, nel caso peggiore, si rimedia qualche improperio da parte della ragazza, infastidita e preoccupata per la sua incolumità, circostanza ancora più esilarante per il manipolo di maschietti.

Ebbene, provate ad andare in Francia e a fare i fenomeni fischiettanti con i vostri amichetti fuori dal pub e vi vedrete recapitare una notifica di sanzione amministrativa che va dai 90 ai 750 euro comprensiva di corso di aggiornamento in “riabilitazione civica” presso i servizi sociali, perché in Francia il Catcalling è reato, non solo una policy aziendale o di un ente amministrativo.

Ed è proprio qui che si annida la differenza tra la percezione del fenomeno in paesi come l’Italia e paesi come la Francia, così come è in questa differenza di percezione collettiva che si consuma la distanza tra quello specifico universo simbolico della cultura maschile, che trae divertimento dall’infastidire la donna, ridotta ad oggetto muto delle molestie machiste, e l’universo simbolico femminile, sempre più indipendente, autonomo e deciso a lasciarsi alle spalle l’idea che la donna sia un mero oggetto sessuale in grado di soddisfare, magari con simulata espressione di sollucchero, le voglie maschili.

Forse se cominciassimo ad usare il termine pappagallismo e a definire pappagallini tutti quei maschietti che scambiano il fischietto o la battuta a sfondo sessuale come un espediente simpatico e piacevole per approcciare una donna, allora, probabilmente, daremmo la giusta connotazione morale ad una pratica becera, ad una molestia sgradevole e triviale che l’universo culturale maschile deve comprendere ad accettare in quanto tale, imparando ad ascoltare ciò che le donne hanno da dire.

E forse, magari, prendendo le distanze da quella infima mentalità, da quella rozza subcultura maschilista e paternalista, sulla quale la coniazione del termine “pappagallismo” proprio nel 1942, nel momento in cui cominciava la parabola discendente della cultura fascista, intendeva probabilmente mostrare tutto il suo disappunto, potremmo riscoprire la raffinatezza della nobile cultura dell’Ars amatoria, insieme alla riscoperta di Ovidio, quando consigliava agli uomini, in tempi in cui forzare una donna al rapporto sessuale era piuttosto comune, di adottare tecniche un po’ più raffinate per conquistare il gentil sesso, piuttosto che ripetere insulsi fischiettii come quei fastidiosi e stupidi pappagallini.


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a cura di Michele Lucivero

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Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari e poi in Forme e Storia dei Saperi Filosofici presso l’Università degli Studi del Salento, dove ha conseguito anche il Dottorato di Ricerca in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione. Ha conseguito anche il Diploma di Scienze Religiose presso l’Istituto “Italo Mancini” dell’Università degli Studi di Urbino. Abilitato all’insegnamento di Filosofia e Storia e specializzato nella Didattica per le Attività di Sostegno presso l’Università di Padova, attualmente è docente di ruolo nella scuola pubblica. Dirige con Michele Di Cintio la collana Pratiche Didattiche e Percorsi Interculturali presso la casa editrice Aracne di Roma, all’interno della quale ha pubblicato e curato diversi volumi di taglio didattico su argomenti storici, filosofici, antropologici e sociologici. Dopo aver trascorso gli ultimi dieci anni a respirare il profumo del muschio montano vicentino dal 2018 è tornato a bearsi dell’aroma della salsedine pugliese. Giornalista pubblicista da giugno 2021