22 settembre 1266: Vicenza diventa città-satellite di Padova. Quel mercoledì di inizio autunno è il giorno nefasto che segna la perdita della libertà dei vicentini. La città consegna al podestà padovano le chiavi delle porte e le fortezze. Con il Comune patavino è siglato un “patto di custodia”, che comporta la occupazione militare di Vicenza da parte di truppe della città vicina e la sua supremazia politica e amministrativa a fronte del pagamento di tributi pesantissimi. Vicenza perde la propria indipendenza. La riconquisterà – per pochi giorni – seicento anni dopo, nel 1848. (qui tutte le puntate di “La Vicenza del passato”, ndr)

Dopo la caduta di Ezzelino da Romano, torna il libero Comune anche a Vicenza. La città vive anni di frenetico rinnovamento sotto la guida di un podestà foresto, eletto con incarico annuale e affiancato dagli organismi rappresentativi della popolazione, e con la pregnante influenza di un vescovo che è quasi un signore, Bartolomeo detto da Breganze (pur senza aver alcun rapporto con il centro dell’alto vicentino). Si redige il Regesto dei beni pubblici, si ricostruiscono gli edifici del potere, cosa che il tiranno non aveva fatto dopo il sacco delle truppe imperiali. E si riequilibrano i pesi dei ceti urbani perché tornano nei loro palazzi i casati (che si erano ritirati nei feudi e nei castelli del territorio) che si riappropriano progressivamente del ruolo centrale nella vita della città a scapito dei gruppi sociali emergenti (mercanti, artigiani, notai) a cui Ezzelino aveva concesso più spazio politico.
Lo sviluppo edilizio in città. Sorgono contemporaneamente tre grandi chiese
È il momento, anche, di un nuovo sviluppo edilizio. Ben poco è rimasto degli edifici privati dell’epoca, distrutti nei secoli successivi e ricostruiti nelle forme degli stili via via alla moda, ma quasi tutto è arrivato fino ad oggi dell’edilizia religiosa. Negli anni successivi alla fine della tirannia sono infatti edificate tre nuove chiese, in cui si insediano gli ordini mendicanti e che diventano centri polarizzanti di tre dei quattro quartieri dell’abitato.

Attorno al 1264 si costruisce la chiesa di San Michele, a ridosso dell’omonimo ponte sul fiume Retrone. È un’offerta della cittadinanza in ringraziamento per la liberazione dal tiranno, morto nel giorno dedicato al santo nel 1259. La gestione della chiesa e dell’annesso convento è assegnata agli Eremitani di Sant’Agostino. Purtroppo, la chiesa è demolita nel 1812.

Esiste ancora, invece, quasi al limite est di corso Palladio, il Tempio di Santa Corona, sede dei Domenicani, ordine a cui appartiene il vescovo Bartolomeo. Il Comune ne delibera la costruzione nell’ottobre del 1260 per accogliere la reliquia della Corona del Cristo, regalata al presule dal re di Francia. Dell’edificio duecentesco rimane ben poco in conseguenza di successive ristrutturazioni.

Ultima a sorgere è la Chiesa di San Lorenzo, appannaggio dei Francescani, presso la Porta Nova. Il cantiere dura vent’anni ed è finanziato anche con un terzo dei beni confiscati agli eretici catari.
Il patto di custodia con il Comune di Padova
Vicenza diventa città-satellite di Padova per propria scelta. Ed è una scelta strana perchè Padova è guelfa (filopapale) mentre Vicenza è ghibellina e tifa per l’imperatore. Nel XIII secolo, la scelta di campo ha un grande peso politico e nelle alleanze e questa alleanza è anomala anche sotto questo profilo. Ciò nonostante, nel 1259 i vicentini chiedono alla città confinante (capofila nella rivolta contro i da Romano) di fornire loro un podestà, ma questi favorisce accordi che penalizzano territorialmente Vicenza proprio a favore di Padova. L’anno dopo, quindi, il nuovo podestà è richiesto a Venezia. Succedono podestà di varia provenienza ma la situazione vieppiù peggiora tant’è che, diventata Vicenza ingovernabile, nel 1264 la città conclude un patto di custodia proprio con il Comune patavino e, nel febbraio di quell’anno, un nuovo podestà padovano, Rolando da Englesco, occupa militarmente Vicenza. Una mossa inspiegabile che testimonia il caos che esisteva sotto i Berici.

I padovani non sono certo sprovveduti e il nuovo podestà fa approvare nuovi statuti che gli assegnano un potere quasi assoluto, solo formalmente limitato dal Maggior Consiglio. Contemporaneamente è esautorato l’invadente vescovo Bartolomeo e, così, si chiude la morsa sui vicentini, vittime di sè stessi. Capiscono, troppo tardi però, di aver sbagliato tutto, cercano di ribellarsi e riescono a nominare un podestà veneziano, che resta in carica pochi mesi. Accade, infatti, di nuovo l’incredibile perché il Maggior Consiglio, nel timore dell’espansionismo veronese, richiamano i padovani, che tornano definitivamente il 22 settembre 1266.

Per Vicenza, stavolta, è finita davvero. Padova abroga gli statuti vicentini e impone i propri, il podestà di Vicenza è nominato dal Maggior Consiglio patavino. Se era stata richiamata Padova per difendersi da Verona, si cade dalla padella nella brace perché il Comune euganeo si appropria di Bassano e dei territori vicentini sulla riva sinistra della Brenta. I podestà e, in seguito, i signori padovani si appropriano di terre, castelli e poderi. A fronte di questa “custodia” Vicenza deve pagare tributi ingenti e, non avendo mezzi sufficienti, deve ricorrere all’usura arricchendo, ben più di quanto avvenuto nei decenni precedenti, le famiglie che l’esercitano.

I furbi padovani indeboliscono le casate vicentine, sempre rissose e divise, favorendo - a danno di quelle - i populares e i centri del territorio. Sotto questo giogo l’economia cittadina va a rotoli, Vicenza s’impoverisce e non conta più nulla nel Veneto di fine Duecento, schiacciata dalle confinanti città, non solo Padova ma anche Treviso e Verona che, intanto hanno preso ben altra strada.

Vicenza diventa città-satellite di Padova e lo rimane per oltre quarant’anni, senza ricavarne alcunchè. L’unico apporto all’abitato della “dominante” è la costruzione di un castello a protezione della uscita orientale dalla città, il ponte sul Bacchiglione e porta San Pietro, al solo fine di presidiare la via verso i propri territori.

Perpetuando la triste abitudine, per liberarsi dagli opprimenti vicini Vicenza non lo farà in proprio ma con una nuova dedizione: a Verona.

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Gianni Poggi risiede e lavora a Vicenza. È iscritto all’Ordine dei giornalisti. Le sue principali esperienze giornalistiche sono nel settore radiotelevisivo. È stato il primo redattore della emittente televisiva vicentina TVA Vicenza, con cui ha lavorato per news e speciali ideando e producendo programmi sportivi come le telecronache delle partite nei campionati del Lanerossi Vicenza di Paolo Rossi, i dopo partita ed il talk show «Assist». Come produttore di programmi e giornalista sportivo ha collaborato con televisioni locali (Tva Vicenza, TeleAltoVeneto), radio nazionali (Radio Capital) e locali (Radio Star, Radio Vicenza International, Rca). Ha scritto di sport e di politica per media nazionali e locali ed ha gestito l’ufficio stampa di manifestazioni ed eventi anche internazionali. È stato autore, produttore e conduttore di «Uno contro uno» talk show con i grandi vicentini della cultura, dell’industria, dello spettacolo, delle professioni e dello sport trasmesso da TVA Vicenza. Ha collaborato con la testata on line Vvox per cui curava la rubrica settimanale di sport «Zero tituli». Nel 2014 ha pubblicato «Dante e Renzo» (Cierre Editore), dvd contenente le video interviste esclusive a Dante Caneva e Renzo Ghiotto, due “piccoli maestri” del libro omonimo di Luigi Meneghello. Nel 2017 ha pubblicato per Athesis/Il Giornale di Vicenza il documentario «Vicenza una favola Real» che racconta la storia del Lanerossi Vicenza di Paolo Rossi e G.B. Fabbri, distribuito in 30.000 copie con il quotidiano. Nel 2018 ha pubblicato il libro «Da Nobile Provinciale a Nobile Decaduta» (Ronzani Editore) sul fallimento del Vicenza Calcio e «No Dal Molin – La sfida americana» (Ronzani Editore), libro e documentario sulla storia del Movimento No Dal Molin. Nel 2019 ha pubblicato per Athesis/Il Giornale di Vicenza e Videomedia il documentario «Magico Vicenza, Re di Coppe» sul Vicenza di Pieraldo Dalle Carbonare e Francesco Guidolin che ha vinto nel 1997 la Coppa Italia.