“No al welfare aziendale, vogliamo i soldi in contanti”. Questo il senso espresso dall’Unione Sindacale di Base Alto Vicentino Ambiente, contenuto all’interno di un comunicato stampa diffuso oggi.

“Alcuni colleghi segnalano pressioni dalle loro aziende perché rinuncino al premio di produttività in busta paga e lo destinino al cosiddetto welfare aziendale. Si chiama così un coacervo di beni e servizi (buoni pasto, sanità integrativa, trasporti casa-lavoro ecc.) che dovrebbero appunto accrescere il “benessere del lavoratore”. In realtà esso degenera nel caso migliore in una forma di elusione fiscale, affogata in rapporti concertativi fra sindacati e aziende, e comunque non è affatto conveniente come raccontano.

Per la stragrande maggioranza dei dipendenti privati il fisco è generoso coi premi o incentivi di produttività, di risultato ecc. fino al limite di 3.000 euro (e in certi casi 4.000) euro l’anno. Chi li incassa direttamente, paga 9,19% di contributi previdenziali e poi solo 10% d’imposta invece che dal 23 al 43% dell’Irpef. Chi invece li destina al welfare, evita addirittura ogni contributo o imposta. Quindi apparentemente questa seconda opzione gli conviene (e per carità di patria non infieriremo sulla terza possibile destinazione, ovvero alla previdenza integrativa). In realtà la faccenda è più complessa per una normativa perversa, sancita dalla legge di bilancio 2017, che dà i suoi frutti indigesti con qualche ritardo, cioè solo dopo essere stata recepita nei contratti collettivi di lavoro.

Infatti col premio di produzione nel welfare, il datore di lavoro non versa più la sua parte di contributi previdenziali. Ecco perché tante pressioni sui dipendenti! Da i padroni e dai confederali, Cgil, Cisl, Uil, Fiadel!  È vero che essi così risparmiano il 10% d’imposta, ma perdono versamenti previdenziali dell’azienda a loro favore in misura di regola superiore al 20%. Quindi la convenienza non c’è o, meglio, non c’è per NOI. Per l’azienda certo che c’è! E per i Confederali?!

Per concludere, se l’ottica è pochi, maledetti e subito, allora meglio il premio in busta paga, perché comunque i soldi nel welfare non si recuperano mica subito. Anzi, diventa spesso difficile utilizzarli tutti. Ma pure con un orizzonte di lungo termine è meglio in busta paga, perché è molto probabile ottenere nel complesso di più. Infatti i contributi previdenziali, del lavoratore o dell’azienda, non sono mica soldi persi. Fanno maturare una pensione più alta. Non sarebbe però giusto gettare la croce solo addosso alle aziende per i consigli viziati da un conflitto di interessi. Come quasi sempre, la colpa prima è del legislatore e a monte dell’esecutivo, nella fattispecie il governo Renzi. La legge di bilancio 2017 reca la sua firma! La legge di stabilità 2016 del Governo Renzi ha eliminato tutte le tasse previste sui fondi destinati a questo tipo di benefit, rinunciando ad un notevole introito fiscale. Lo Stato , avendo meno entrate fiscali , a sua volta destinerà meno fondi a sanità , istruzione e pensioni pubbliche, perché integrate privatamente dai dipendenti che hanno accesso al welfare aziendale. Il risparmio del 10%, per il lavoratore è un falso regalo: invece di destinare i nostri soldi alla fiscalità generale ci stanno incentivando a indirizzarli verso strutture private per poter smantellare lo stato sociale pubblico. In realtà stiamo pagando due volte per lo stesso servizio. Il welfare aziendale è funzionale al disfacimento dei servizi pubblici fondamentali , un apripista alla loro privatizzazione mascherata da riforma progressista. A spartirsi la torta del welfare aziendale sono in tanti. Innanzitutto lo Stato , che rinunciando ad una parte degli introiti fiscali può giustificare la riduzione dello stato sociale. In secondo luogo ci sono aziende che vendono reti welfare, società in espansione che vivono dei fondi regalati dallo Stato alle imprese. 

A fianco di queste aziende ci sono anche fondi pensionistici integrativi, casse assicurative, scuole private: tutte realtà che come PARASSITI si nutrono sulla distruzione dello stato sociale, accaparrandosi parte delle nostre trattenute. Si tratta di un risparmio notevole per le aziende, perché di fatto abbassano gli stipendi integrandoli con benefit pagati dagli stessi lavoratori con la fiscalità generale. Alla pressione delle aziende si somma anche quello dei Sindacati Confederali, che gestendo quote di welfare aziendale attraverso gli enti bilaterali, possiede veri e propri interessi economici nella sua diffusione. Il modo migliore per contrastare enti bilaterali e welfare aziendale è LOTTARE per aumenti salariali, in busta paga, e per uno stato sociale universale.

Parassitismo confederale. Non ci sono cifre chiare a riguardo, ma quelle poche che ci sono dimostrano come gli enti bilaterali e la cogestione del welfare aziendale costituiscano una fetta importante dei bilanci sindacali. Nel 2013 è uscito un rapporto su previdenza integrativa e Enti Bilaterali: già allora si contavano 536 fondi previdenziali con un giro di 104 miliardari di euro (6%del PIL) e 260 fondi di sanità integrativa. Si tratta di fondi aperti o di categoria, si parla comunque di enti privati , difficilmente controllabili. Sempre nel 2013 , 10 mila persone risultavano impiegati in questo settore. Tra questi molti sindacalisti o ex sindacalisti. Il sindacato incassa i gettoni di presenza per la partecipazione ai CDA o Gestione. Grossa parte dei contributi versati dagli stessi lavoratori finisce proprio nelle spese di gestione. Giusto per fare un esempio. Il fondo Cometa (metalmeccanici) ha speso per i suoi organi 250 mila euro annui più 1,1 milioni per il personale!

I lavoratori non devono accettare la logica del baratto degli aumenti salariali in cambio di fondi da destinare al welfare”.