
Si muove anche la politica nel commentare la vicenda di Tony Boy, pseudonimo di Antonio Hueber, il rapper padovano arrestato nella sua casa di Milano il 23 agosto, dopo una perquisizione, con le accuse di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio (cocaina, marijuana e hashish) e possesso di armi clandestine (una pistola con matricola abrasa e una cinquantina di munizioni). Una vita al limite, quella dei trapper, spesso al centro della cronaca: in questo caso, durante la perquisizione delle forze dell’ordine, Tony Boy, 26 anni, ha fatto una diretta sul proprio profilo Instagram. Diretta che gli è costata cara, perché alle precedenti accuse, si sono aggiunte: una denuncia per ricettazione (legata alla provenienza della pistola), resistenza a pubblico ufficiale e trattamento illecito dei dati per aver trasmesso l’audio degli agenti della Polizia di Stato. Con lui in casa era presente un amico sudanese, denunciato a piede libero per resistenza a pubblico ufficiale.
Besio (FdI) porta il caso Tony Boy in Consiglio regionale del Veneto
A intervenire in Consiglio regionale è Laura Besio, consigliera regionale di Fratelli d’Italia e segretaria della Commissione legalità di Palazzo Ferro Fini, che concentra l’attenzione soprattutto sulla diretta social trasmessa durante la perquisizione delle forze dell’ordine.
“Non spetta a noi sostituirci alla magistratura. Ma quella diretta social merita una riflessione”, afferma Besio, secondo la quale la vicenda pone interrogativi che vanno oltre gli aspetti giudiziari e riguardano il messaggio trasmesso a un pubblico composto anche da giovanissimi.
“Cosa vede un ragazzo guardando le immagini di Tony Boy?”
La consigliera regionale si sofferma in particolare sulla scelta del rapper Tony Boy di trasmettere sui social quanto stava accadendo nella sua abitazione durante l’intervento degli agenti. Una diretta che, sottolinea Besio, è stata successivamente rilanciata sui social diventando rapidamente virale.
“Che cosa vede un ragazzo di quattordici, quindici o sedici anni quando guarda quelle immagini? Vede semplicemente una persona sottoposta a un controllo dell’autorità oppure vede un personaggio che mette in scena, davanti alla propria community, la sfida alle forze dell’ordine come un momento di spettacolo?”, si domanda l’esponente di FdI.
Per Besio il punto riguarda anche la percezione della legalità da parte degli adolescenti: “Quale messaggio passa quando il rapporto con chi rappresenta lo Stato viene trasformato in intrattenimento? Quale cultura della legalità stiamo costruendo se una perquisizione diventa una live, con migliaia di persone che assistono, commentano e partecipano emotivamente e in tempo reale a ciò che sta accadendo?”.
La proposta di un Patto regionale sulla responsabilità digitale
La questione, secondo la consigliera, non riguarda esclusivamente il mondo musicale, ma più in generale il peso assunto da cantanti, influencer e creator nella formazione di opinioni e comportamenti dei più giovani.
“Oggi un cantante, un influencer o un creator può avere una capacità di condizionamento sui ragazzi che in alcuni casi supera quella di qualsiasi altra figura adulta”, osserva Besio.
Da qui l’intenzione di portare il tema all’attenzione della Commissione legalità del Consiglio regionale del Veneto, aprendo un confronto sulla responsabilità dei personaggi pubblici seguiti da una platea di minori.
Tra le ipotesi avanzate c’è quella di lavorare a un “Patto regionale per la responsabilità digitale e la cultura della legalità”, affiancandolo a una maggiore educazione alla lettura critica dei contenuti pubblicati sui social.
Il tema della tutela degli agenti nelle dirette social
Besio pone infine una seconda questione: verificare se le norme attuali siano adeguate a un contesto nel quale qualsiasi intervento delle forze dell’ordine può essere trasmesso in tempo reale e raggiungere immediatamente migliaia di persone.
“Non possiamo vietare di documentare un abuso, ma possiamo e dobbiamo interrogarci sulla diffusione in diretta delle immagini degli operatori impegnati in un’attività di servizio, sulla loro identificabilità e sulla possibilità che quelle immagini vengano utilizzate per esporli, intimidirli o delegittimarne l’operato”, sostiene la consigliera.
L’obiettivo, conclude Besio, dovrebbe essere quello di comprendere se vi siano margini per “rafforzare la tutela degli uomini e delle donne delle Forze dell’ordine senza comprimere i diritti dei cittadini”.





































