Il mostro, Monster/Suicide/America: una canzone del 1969 del gruppo canadese Steppenwolf)

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Era il 1969 quando uscì un disco del gruppo canadese Steppenwolf, noto per alcune canzoni come “Born to be wild” (usata nella colonna sonora di Easy Rider) e “Magic Carpet Ride”. Il disco si intolava “Monster” (Il mostro) e la prima canzone dal titolo “Monster/Suicide/America” era, di fatto, un atto di accusa contro gli Stati Uniti (e il suprematismo bianco).

Il mostro, Monster/Suicide/America

“Monster…” è una delle canzoni più dure e spietate di un’epoca piena di pulsioni antisistema. Un vero pugno nello stomaco del conformismo e dell’indifferenza che durava più di nove minuti e che esprimeva la rabbia e la presa di coscienza di una generazione che si sentiva tradita e voleva guardare in faccia il mostro che era stato allevato nella “nazione più democratica del mondo”.

Naturalmente il brano e, soprattutto, i versi scritti e cantati da John Kay furono criticati e osteggiati dal potere. A distanza di più di 55 anni, però, la canzone, che venne diffusa dalle radio solo in forma amputata in versione di soli 4 minuti circa, mantiene ancora la sua dirompente “intelligente brutalità” e risulta estremamente attuale.

Oggi come allora assistiamo a guerre di sterminio scatenate dalla furia coloniale e imperialista di un “potere bianco occidentale” sempre più distante dalla democrazia di cui si fa paravento.

Come allora il Vietnam, oggi l’Iran, la Palestina, il brutale assedio che sta soffocando il popolo cubano (solo per citare alcuni esempi) sono la dimostrazione palese che il mostro esiste ancora e che continua a seminare morte contro chi  non si vuole adeguare al pensiero unico e chi si oppone ai padroni del mondo, siano essi governi della parte più ricca del mondo o multinazionali private che detengono ricchezze e potere assoluto.

L’indignazione, forse, non basta a fermare questa deriva suprematista alla quale stiamo assistendo, ma è necessaria per stimolare un pensiero critico  e libero. E, soprattutto raggiungere la consapevolezza che non dobbiamo accettare l’imposizione secondo la quale “è più facile immaginare la fine del mondo piuttosto che la fine del capitalismo” (titolo del primo capitolo di “Realismo Capitalista” scritto da Mark Fisher).

In copertina si può ascoltare Monster/Suicide/America e questo è il testo:

Parte I – Il mostro

Un tempo i religiosi, i perseguitati e gli stanchi

Inseguivano la promessa di libertà e speranza

Vennero in questo paese per costruire una nuova visione

Lontano dalla portata di regno e papa

Come buoni cristiani, alcuni bruciavano le streghe

Più tardi alcuni presero schiavi per accumulare ricchezze

Ma ancora da vicino e da lontano, per cercare l’America

Vennero a migliaia, per corteggiare il selvaggio

Ma lei sorrideva pazientemente, e partorì loro un figlio

Per essere il loro spirito, e la luce guida

E una volta che i legami con la corona furono spezzati

Verso ovest, in sella e su carri, andarono

E finché la ferrovia collegò oceano a oceano

Molte furono le vite giunte a una fine

Mentre minacciavamo, rubavamo e compravamo la nostra patria

Iniziammo il massacro dell’uomo rosso

Il blu e il grigio (Nord e Sud) lo calpestarono

Lo presero a calci come un cane

E quando la guerra fu finita

Lo riempirono come un maiale (da macellare)

E sebbene il passato abbia la sua parte di ingiustizia

Gentile era lo spirito in molti modi

Ma i suoi protettori e amici hanno dormito

Ora è un mostro e non ubbidirà.

Parte II – Il suicidio

Lo spirito era libertà e giustizia

E i suoi custodi sembravano generosi e gentili

I suoi leader avrebbero dovuto servire il paese

Ma ora non gli prestano più attenzione

Perché il popolo è ingrassato ed è diventato pigro

E ora il loro voto è una barzelletta senza senso

Ciarlano di legge e ordine

Ma è tutto solo un eco di ciò che gli è stato detto

Sì, c’è un mostro scatenato

Ha messo le nostre teste in un cappio

E se ne sta lì a guardare

Le nostre città si sono trasformate in giungle

E la corruzione sta strangolando la terra

La polizia sta sorvegliando il popolo

E il popolo non riesce proprio a capire

Non sappiamo come fare i fatti nostri

Perché il mondo intero deve essere proprio come noi

Ora stiamo combattendo una guerra laggiù

Non importa chi vincerà

Non possiamo pagare il costo

Perché c’è un mostro scatenato

Ha messo le nostre teste in un cappio

E se ne sta lì a guardare.

Parte III – America

America, dove sei ora?

Non ti interessa dei tuoi figli e delle tue figlie?

Non sai che abbiamo bisogno di te ora

Non possiamo lottare da soli contro il mostro.

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Giorgio Langella
Giorgio Langella è nato il 12 dicembre 1954 a Vicenza. Figlio e nipote di partigiani, ha vissuto l'infanzia tra Cosenza, Catanzaro e Trieste. Nel 1968 il padre Antonio, funzionario di banca, fu trasferito a Lima e lì trascorse l'adolescenza con la famiglia. Nell'ottobre del 1968 un colpo di stato instaurò un governo militare, rivoluzionario e progressista presieduto dal generale Juan Velasco Alvarado. La nazionalizzazione dei pozzi petroliferi (che erano sfruttati da aziende nordamericane), la legge di riforma agraria, la legge di riforma dell'industria, così come il devastante terremoto del maggio 1970, furono tappe fondamentali nella sua formazione umana, ideale e politica. Tornato in Italia, a Padova negli anni della contestazione si iscrisse alla sezione Portello del PCI seguendo una logica evoluzione delle proprie convinzioni ideali. È stato eletto nel consiglio provinciale di Vicenza nel 2002 con la lista del PdCI. È laureato in ingegneria elettronica e lavora nel settore informatico. Sposato e padre di due figlie oggi vive a Creazzo (Vicenza). Ha scritto per Vicenza Papers, la collana di VicenzaPiù, "Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante" e ha curato "Quirino Traforti. Il partigiano dei lavoratori". Ha mantenuto i suoi ideali e la passione politica ed è ancora "ostinatamente e coerentemente un militante del PCI" di cui è segretario regionale del Veneto oltre che una cultore della musica e del bello.