Goffredo Parise a 40 anni dalla morte, un ricordo giovanile di Giovanni: sul colle di Beata Tranquilla la memoria divenne “La grande vacanza”

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Goffredo Parise e “La grande vacanza”
Goffredo Parise e “La grande vacanza”

A quarant’anni dalla morte di Goffredo Parise, avvenuta a Treviso il 31 agosto 1986) il ricordo di un ragazzo riporta alla luce i luoghi, gli incontri e i personaggi che avrebbero alimentato La grande vacanza. Dalla collina di Madonna delle Grazie alla rivelazione, molti anni dopo, nella libreria di Virgilio Scapin: il viaggio nella memoria dietro il secondo romanzo dello scrittore vicentino.

Goffredo Parise, un viaggio retrospettivo dietro le quinte di “La grande vacanza”

Goffredo Parise
Goffredo Parise

C’è un’immagine rimasta impressa per decenni nella memoria visiva della splendida collina della Madonna delle Grazie, un fermo immagine che profuma di nostalgia, carta carbone e giovinezza. È quella di un giovane uomo che, nelle prime ore del mattino, sale faticosamente il pendio spingendo una vecchia bicicletta da donna. Sul manubrio oscilla una borsa di pezza, un fardello apparentemente leggero che nasconde in realtà il peso specifico di un’intera vocazione letteraria.

Una volta posato il mezzo, quel ragazzo estrae dalla borsa una piuttosto malandata macchina da scrivere e va a sedersi su una delle panchine in muratura del piccolo piazzale. Lì, all’ombra protettiva delle fronde di un giovane rovere, lo attende Maria “l’americana”, seduta sulla sua seggiolina. I due conversano fitto, con la naturalezza affettuosa che legherebbe una nonna al nipote.
Per gli ospiti di quel luogo, quella presenza era diventata un rito solare. Quel luogo solitario sulla  collina, dominato da un piccolo santuario mariano e da una struttura che tutti credevano un luogo di villeggiatura, si era rivelato essere in verità l’ospizio “Beata Tranquilla”.

Un microcosmo di solitudini, lagnanze e storie spezzate dove Claudio — questo il nome scelto dal giovane scrittore per il suo alter ego — si era ritrovato dopo avervi accompagnato l’anziana nonna. Mosso da una triste ma feconda curiosità, Claudio aveva iniziato ad ascoltare i vecchietti, a raccogliere le loro confidenze, intuendo che tra quelle mura non abitava solo il tramonto della vita, ma la materia viva per un grande romanzo.
Attorno a quella macchina per scrivere, “aggeggio magico” mosso da dita agili capaci di imprimere lettere dell’alfabeto su un foglio arrotolato che usciva da un rullo prodigioso, si formava ogni mattina un capannello. I vecchietti si avvicinavano per curiosare, rapiti dal ticchettio frenetico e da quelle operazioni che il giovane pareva inventarsi sul momento.

Tra i curiosi c’era anche Giovanni, un ragazzino del posto in vacanza dal collegio. Nonostante la differenza d’età, tra Claudio e Giovanni nacque un’amicizia immediata e solidale, capace di illuminare la malinconia profonda di quel luogo di tristezze. Giovanni attendeva l’amico ogni mattina al culmine della collina e lo invitava anche a casa sua lì poco distante, diventando il testimone silenzioso della genesi di un’opera. Sotto gli occhi del ragazzo prendevano forma le disavventure di Costantina, con le sue mani rattrappite, e le vicende di Toni “Sprea”, il calzolaio del paese vicino ben visibile nella valle accanto.

In quella commedia umana non poteva mancare l’Arturo, il postino dell’ospizio e instancabile portaordini, sempre pronto a eseguire commissioni in cambio di una mancia utile a procurarsi sigari e sigarette, fumati in modo così bizzarro da strappare un sorriso persino al volto più cupo.
Poi, come ogni estate che si rispetti, giunse la fine della vacanza. Avendo terminato il suo compito e salutato i suoi vecchietti e l’amichetto Giovanni, Claudio ripose la macchina nel sacco di pezza e tornò ai suoi impegni in città. Il sipario calò su Beata Tranquilla e le strade dei due amici si separarono per lunghissimo tempo.
Il cerchio di questa storia si è chiuso solo molti anni più tardi, quando un Giovanni già adulto, desideroso di scoprire se fosse rimasta una traccia scritta di quei mattini trascorsi sulla collina, decise di fare visita a un amico comune: il celebre libraio e scrittore vicentino Virgilio Scapin.
Fu proprio nella libreria di Scapin, tra l’odore penetrante di carta antica e scaffali carichi di memorie vicentine, che il mistero si sciolse. Il libraio, con quel sorriso sornione che ne caratterizzava lo spirito arguto, non ebbe bisogno di troppe parole. Allungò il braccio verso una mensola dedicata alle edizioni d’antiquariato e ne trasse un volumetto pubblicato da Neri Pozza nel 1953. Il titolo, impresso con caratteri eleganti sulla copertina sobria, recitava “La grande vacanza”. L’autore: Goffredo Parise.
Sfogliando quelle pagine con le dita tremanti per l’emozione, Giovanni si ritrovò improvvisamente proiettato indietro nel tempo, travolto da un flusso di ricordi rimasti intatti per decenni. Le parole di Goffredo Parise avevano operato la magia più grande della letteratura: trasformare la cronaca effimera di un’estate in un mito universale. Tra le righe ritmiche di quel suo secondo romanzo, che la critica dell’epoca faticò a comprendere appieno per via della sua natura visionaria e surreale, non c’erano solo i fantasmi dell’ospizio di Madonna delle Grazie, trasfigurato nel colle di Beata Tranquilla.  C’era Claudio il protagonista che non era altri che lui, Goffredo,  “Edo” per gli amici  C’era lui, Giovanni, il ragazzino del collegio, immortalato per sempre nella giovinezza della sua estate più bella.
“Edo” aveva preso la sofferenza, la noia la decadenza di quel microcosmo collinare e le aveva sublimate attraverso una prosa lirica e crudele al tempo stesso, tipica di quel realismo magico che avrebbe segnato la sua prima produzione.

Nell’avvicinarsi, lunedì 31 agosto, del quarantesimo anniversario della scomparsa di Goffredo Parise, la testimonianza di quell’antica amicizia e le lucide interpretazioni di Virgilio Scapin ci restituiscono non solo la genesi di un capolavoro ma il ritratto più autentico di un autore che ha saputo guardare la fragilità umana con gli occhi della poesia.