
(Adnkronos) – Fino a 200 mila euro persi in quattordici anni, con il rischio di un’ulteriore penalizzazione di 3 mila euro nel solo 2027. E’ il bilancio dei ripetuti interventi sulla rivalutazione delle pensioni medio-alte che, dal 2012 a oggi, hanno progressivamente eroso il valore degli assegni di chi ha versato contributi previdenziali elevati durante la propria vita lavorativa. Un processo che non riguarda soltanto il reddito dei pensionati di oggi, ma solleva una questione più ampia di equità e di fiducia nella tenuta del sistema previdenziale, soprattutto per le giovani generazioni. Per i pensionati della dirigenza, i ripetuti blocchi e le limitazioni alla perequazione automatica hanno determinato una perdita di potere d’acquisto superiore al 21%. Un fenomeno che, seppure con effetti più contenuti, interessa anche una vasta platea di pensionati provenienti dalle alte professionalità, sia del settore pubblico sia di quello privato. E che rischia di aggravarsi ulteriormente nel 2027, qualora venissero confermate le disposizioni contenute nel disegno di Legge di Bilancio.
Le simulazioni indicano, per il prossimo anno, un divario rispetto alla piena indicizzazione del 2,07% per una pensione da 5.500 euro lordi mensili e del 2,24% per una da 10.000 euro, secondo le ipotesi di calcolo adottate. A rendere concreta la portata di queste penalizzazioni sono le elaborazioni sui singoli profili pensionistici. Per un Quadro Superiore/Dirigente con una pensione di 5.500 euro lordi mensili, la perdita cumulata dal 2012 raggiunge circa 96 mila euro, l’equivalente di 17 mensilità nette. Nel solo 2027 si stima un’ulteriore perdita di 1.530 euro. Per le pensioni di importo più elevato, il conto può arrivare a sfiorare i 200 mila euro, ai quali potrebbero aggiungersi altri 3 mila euro nel 2027.
“Quattordici anni di penalizzazioni hanno già prodotto perdite molto rilevanti e ora, con la prossima Legge di Bilancio, rischiamo di aggiungerne altre. Non possiamo continuare a chiedere sacrifici sempre agli stessi cittadini, soprattutto a chi ha lavorato per decenni, versando contributi proporzionati alle proprie retribuzioni e rispettando tutte le regole”, dichiara Stefano Cuzzilla, presidente di Cida.
“Parliamo di pensionati – prosegue – che continuano a dare un contributo determinante anche alle entrate fiscali del Paese: la fascia di riferimento sostiene da sola il 46,33% dell’Irpef complessivamente versata sui redditi da pensione. La solidarietà è un principio fondamentale del nostro sistema previdenziale, ma non può diventare la giustificazione per penalizzazioni ripetute a carico delle stesse categorie. Non chiediamo privilegi, chiediamo il rispetto di un patto: quello tra lo Stato e chi ha costruito la propria pensione attraverso una vita di lavoro e contributi. Perché se quel patto viene progressivamente indebolito, non si penalizzano soltanto i pensionati di oggi, ma si mette in discussione la fiducia dei lavoratori di domani”.
A pesare sugli assegni è soprattutto l’effetto cumulativo delle mancate rivalutazioni. E’ il cosiddetto effetto palla di neve: ogni adeguamento parziale all’inflazione riduce la base sulla quale vengono calcolate le rivalutazioni successive, ampliando progressivamente il divario rispetto a una pensione pienamente indicizzata. Le perdite, quindi, non si esauriscono nell’anno in cui vengono applicate le limitazioni, ma si consolidano nel tempo, con conseguenze permanenti sul valore della pensione.
Per fermare questo progressivo impoverimento, Cida chiede la soppressione dell’articolo 55 del disegno di Legge di Bilancio, invitando il Governo a valutare una diversa allocazione delle risorse già previste dalla manovra. Anche in un contesto di risorse limitate, le scelte di politica previdenziale devono rispondere a criteri di equità, tutelare il potere d’acquisto delle pensioni e garantire il rispetto dei diritti maturati.
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