Oscurità, presenze, impatti. “Filosofia in Agorà”: la mostra Breath Ghost Blind di Maurizio Cattelan a Milano

Cattelan, Breath, Cane e uomo
Cattelan, Breath, Cane e uomo

Immaginate una stanza buia, come nei vostri incubi peggiori, ma più in grande. Questo è il primo impatto con l’ultima mostra di Maurizio Cattelan nell’Hangar Bicocca di Milano: Breath Ghost BlindRespiro, Fantasma, Cieco. Una narrazione artistica, piuttosto che tre opere d’arte separate, al tal punto che risulta difficile poter dire quale sia la prima e quale la seconda o la terza.

Anzi, la prima impressione che si ha è che proprio l’oscurità e lo spazio vuoto siano le vere protagoniste della mostra. Un’oscurità assordante, fatta di silenzio e circondata da una presenza inquietante, illumina una scultura posta a terra. Un faro evidenzia un uomo disteso di spalle e più ci si avvicina, più si riconoscono le forme di un essere umano rannicchiato con accanto il suo cane. A prima vista sembra un barbone, con il suo cane, in un dialogo silenzioso ed eterno, come anche il bianco della scultura suggerisce. Non si tratta di un manichino, come nelle altre opere di Maurizio Cattelan, pieno di colori e più vicino alla realtà. Si tratta, invece, di una forma umana ma lasciata in bianco, il che rimanda all’eternità di forme contingenti ed eccedenti al tempo stesso.

Questa è Breath (Respiro). Una scultura non fatta di due blocchi contrapposti, ma da un uomo e un cane, da una relazionalità che, nel suo silenzioso dialogo, va oltre il tempo, fino a giungere all’origine oscura della notte dei tempi. Come a dire che, all’origine di tutto, nel brodo primordiale del caos nasce un silenzio vicendevole. E nella vicendevolezza della silenziosa relazione a cui assistiamo, nascono le vicende del tempo, il respiro del quotidiano. Un’immagine serena e tranquilla, che ci affascina per la penombra e il biancore.

Potremmo rimanere lì per molto tempo, se non fosse che, intorno a noi, sentiamo aleggiare una presenza inquietante. Infatti, sulle pareti dell’Hangar e sulle travi in alto, Cattelan ha collocato migliaia di piccioni. Fermi, fissi, immobili, nella penombra segnano una presenza difficile da scansare e da cui guardarsi.

Questa è Ghost (Fantasma), la quale rappresenta non solo dei piccioni come ne possiamo incontrare tanti, ma una presenza da cui guardarsi. Non si tratta, allora, di guardare un’opera ma, paradossalmente, di guardarsene, come se da un momento all’altro, qualcuno degli uccelli possa prendere vita e muoversi, in altre parole, diventare presente. Il gioco del fantasma, nell’opera, è proprio nell’attesa di questo passaggio: dalla presenza al presente.

Mentre eravamo in visita alla mostra, qualcuno ha affermato che Cattelan avrebbe potuto colorare a terra degli escrementi di piccione oppure inserire una registrazione di un verso d’uccello, o ancora robotizzarne qualcuno o lasciarne qualcuno vero all’interno. Tutte cose che avrebbero dissolto la presenza da cui ci sentivamo circondati, in un presente, in qualcosa che accade nel tempo e, in questo senso, passa. La differenza, infatti, fra una presenza che percepiamo e un oggetto presente è proprio nella percettibilità temporanea dell’oggetto. In altre parole, se in Ghost qualcuno di quei piccioni, in qualsiasi modo, avesse lasciato una traccia visibile, l’effetto artistico sarebbe passato e dissolto.

Ed è da questa presenza che siamo accompagnati, come un Virgilio nel vuoto dell’inferno dantesco, all’ultima opera: Blind. Un aereo incastonato in un gigante obelisco, entrambi di colore nero. Un’opera dedicata interamente al ventesimo anniversario del crollo delle Torri Gemelle (2001-2021).

Blind, La torre con l'aereo
Cattelan, Blind, La torre con l’aereo

Dal buio dell’Hangar si giunge ad una stanza illuminata, con un contrasto contrario a quello che fino ad ora abbiamo incontrato. Se fino a questo momento, infatti, siamo stati coinvolti da uno spazio oscuro e da opere illuminate, davanti a Blind, siamo in uno spazio illuminato e un’opera oscura.

E, nei paradossi di Maurizio Cattelan, l’unica opera visibilmente marcata si intitola Blind (Cecità). Come se quell’impatto di vent’anni fa ci avesse aperto gli occhi, avesse tolto il velo della nostra cecità e ci avesse messo dinanzi ad un mondo ingiusto e violento. Un impatto che (ac)cade nel tempo e che dischiude una nuova epoca storica.

Interessante e casuale ciò che ci ha detto un addetto alla sorveglianza del museo quando cercavamo di tornare indietro nel percorso della mostra: «Non si può tornare indietro!» Ovviamente, lo ha detto per motivi di sicurezza, ma è una verità profonda che ci permette di decifrare la narrazione di Cattelan: non si torna indietro. Ci percepiamo figli e figlie di una oscurità piena di fantasmi e tenerezza, in ricerca di una storia fatta ormai di macerie dinanzi a cui la nostra cecità si è risvegliata.

Origini, presenze, impatti senza poter tornare indietro, ma che fanno parte della nostra storia e dinanzi a cui ci resta solo una scelta: lamentarci o ricostruire. Una narrazione, quella di Maurizio Cattelan, per tornare ad abitare questa contemporaneità.


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a cura di Michele Lucivero

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Matteo Salòs Losapio (Bisceglie, 21 giugno 1991), originario della comunità parrocchiale di san Pietro in Bisceglie. Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari e in Teologia presso la Facoltà Teologica Pugliese. È membro della redazione della rivista di filosofia “Logoi.ph” e della redazione del giornale «Cercasi un fine». Socio fondatore di Associazione 21 e del progetto PoliSofia, per la divulgazione del sapere filosofico, in questi anni si è occupato prevalentemente di filosofia russa del Novecento. Da qualche anno si occupa anche di filosofia della città, di urbanistica e di architettura attraverso il suo sito ww.makovec.it. Da un anno è collaboratore parrocchiale presso la comunità della SS. Trinità in Barletta.