Cassazione dà ragione a Coppoli sul crocifisso in aula. “Filosofia in Agorà”: la “Scuola Buona” è inclusiva, ma anche interculturale

La Scuola buona inclusiva e interculturale
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Quando lo abbiamo intervistato il 28 agosto sulla questione del green pass obbligatorio per il personale scolastico, Franco Coppoli ci aveva anticipato che era in attesa di conoscere la sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione su una questione per lui molto importante, che, tra le altre cose, si poneva nel solco di una battaglia volta a ridimensionare il ruolo del Dirigente Scolastico nell’irrogare provvedimenti disciplinari nei confronti dei suoi dipendenti.

La questione oggetto della contesa, che Coppoli considera una battaglia civile, risale al 2009, quando all’insegnante di Terni balenò in mente l’idea di rimuovere a più riprese il crocifisso dal muro dell’aula in cui insegnava, dal momento che gli sembrava discriminatorio che ci fosse un determinato simbolo religioso all’interno di una scuola pubblica di uno Stato laico. Coppoli venne sanzionato con la sospensione dall’insegnamento per un mese e contestualmente gli venne sospeso anche lo stipendio, ma lui non si arrese e con il sostegno del suo sindacato, i COBAS Scuola, e dell’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) intraprese una lunga azione legale.

E, finalmente, ieri, venerdì 10 settembre 2021, Coppoli ha conosciuto la decisione dei giudici (annunciata in un comunicato stampa dei Cobas), i quali gli hanno dato sostanzialmente ragione, annullando, intanto, la sanzione che gli era stata comminata, ma, soprattutto, riconoscendo, la legittimità di ciò che, nel merito, era già stato espresso nei gradi precedenti di giudizio e cioè che vi è una sorta di contraddizione, di incompatibilità in uno Stato che si dichiari laico nell’imporre un simbolo religioso negli edifici pubblici per poi sanzionare chi si permette di rimuoverlo.

Ora, accenniamo solo per inciso ad un ragionamento, inteso come esercizio filosofico svolto per analogia, che siamo sicuri Coppoli apprezzerebbe, inerente al fatto che si potrebbe ritenere altrettanto incompatibile in uno Stato liberale imporre ai cittadini e alle cittadine l’obbligo del green pass per svolgere il lavoro per il quale essi sono ritenuti competenti e hanno speso una vita di sacrifici, sanzionando e minacciando il licenziamento, quando poi tale obbligo si esercita sull’assunzione di un vaccino che non è obbligatorio, ma volontario. Ma lasciamo da parte queste divagazioni filosofiche ai vari Cacciari, Agamben, allo storico Alessandro Barbero e ultimamente anche a Marco Travaglio e cerchiamo, invece, di capire perché secondo Coppoli la questione della rimozione del crocifisso dagli uffici pubblici è una battaglia di civiltà, come la giurisprudenza gli ha riconosciuto.

Chiariamo subito che Franco Coppoli è un uomo di sinistra e crediamo di fargli solo onore scrivendo che è uno dei pochi convinti e fieri militanti comunisti rimasti in circolazione, così come dobbiamo chiarire che le battaglie dell’UAAR sono molto spesso indirizzate contro la Chiesa cattolica, così come è stata, e lo è ancora, la battaglia per lo sbattezzo, sulla quale anche un suo insigne presidente onorario, il matematico Piergiorgio Odifreddi, ha espresso in passato delle perplessità.

Tuttavia, pur rinnovando la stima al collega, che si è fatto carico di una sfida storica, e apprezzando il ruolo dell’UAAR all’interno del contenitore del pluralismo culturale italiano, la nostra posizione è leggermente diversa da quella di Coppoli e da quella degli atei razionalisti ed è improntata all’architettura di uno spazio, anche all’interno degli uffici pubblici, quali sono le scuole, in cui i soggetti, che sono sempre “pieni”, “situati”, encumbered come sostiene Michael Sandel[1], e non possono svuotarsi della loro cultura e dei loro valori, contribuiscano insieme alla costruzione di una società interculturale.

Per essere più espliciti, chiari e sintetici sulla questione: se il modello di gestione della diversità religiosa e del pluralismo culturale è quello assimilazionista della laïcité francese, dove l’assenza di interferenze religiose all’interno delle scuole, degli uffici e degli spazi pubblici viene interpretata come una netta separazione tra pubblico e privato, circostanza di cui sono capaci storicamente solo gli occidentali, allora si rischia, a nostro avviso, di andare incontro a quei fenomeni di radicalismo, già osservati nelle periferie parigine, laddove alcuni soggetti, complice la mancata integrazione sostanziale, vengono forzatamente spinti in un privato che per le loro culture non esiste, è una inconcepibile idiozia (nel senso greco di idiòtes, cioè di separazione, di “rifugio nel privato”), per cui pretendono poi che il loro riconoscimento sia pubblico in maniera radicale.

D’altro canto, se la rimozione di un solo simbolo religioso debba dare adito, come chiosa la signora Barbara D’Urso nell’intervista a Coppoli su Canale5 ieri pomeriggio, alla mera esibizione di tutti gli altri simboli religiosi, magari compresi quelli dei pastafariani, dei culti ufologici, di Scientology, delle psicosette e perfino di quelli satanici, allora rischiamo di infilarci in un sentiero che assomiglia molto a quello del multiculturalismo comunitario anglosassone e che sfocia in una forma altrettanto radicale di monoculturalismo plurale in cui ognuno è libero di perseguire i propri valori e la propria cultura, finanche di chiedere di praticare l’infibulazione alle proprie figlie con il consenso dello Stato.

A nostro avviso la battaglia di civiltà che si gioca nella scuola, intesa come ufficio pubblico, non termina ora, anzi con maggior forza deve prendere delle iniziative concrete proprio a partire dalla sentenza che Coppoli si è procurato, giacché la scuola è, al tempo stesso, anche uno spazio pubblico in cui le narrazioni personali degli alunni e delle alunne che la vivono, vagamente riconducibili a quelle che sono le culture e le religioni monolitiche da manuale, devono interagire e generare i presupposti per l’intercultura.

Siamo convinti, infatti, che il miglior antidoto contro le derive fondamentaliste, il pensiero unico ancorato nel passato e la sottile influenza culturale esercitata dall’imposizione di un solo simbolo religioso sia riposto nelle concrete esperienze interculturali, cioè nella condivisione delle storie personali, nel dialogo sui temi, sui valori, sui pilastri etici necessari per costruire una società futura più equa, civile e solidale. Solo nell’interazione e nello scambio narrativo dei ragazzi e delle ragazze nelle nostre classi è possibile constatare che tutti i soggetti, pescando nelle rispettive culture, ammettono soluzioni plausibili ai medesimi problemi, indebolendo tutte le pretese veritative esibite come univoche[2].

Crediamo, del resto, che su questo punto la sentenza sul “caso Coppoli” si sia espressa in maniera magistrale e costituisca un concentrato di saggezza filosofica e giuridica, l’essenza della phronesis greca, da assurgere a programma della prospettiva interculturale: «La laicità italiana non è “neutralizzante”: non nega le peculiarità e le identità di ogni credo e non persegue un obiettivo di tendenziale e progressiva irrilevanza del religioso, destinato a rimanere nell’intimità della coscienza dell’individuo. La laicità della Costituzione si fonda su un concetto inclusivo e aperto di neutralità e non escludente di secolarizzazione: come tale, riconosce la dimensione religiosa presente nella società e si alimenta della convivenza di fedi e convinzioni diverse. Il principio di laicità non nega né misconosce il contributo che i valori religiosi possono apportare alla crescita della società; esso mira, piuttosto, ad assicurare e valorizzare il pluralismo delle scelte personali in materia religiosa nonché a garantire la pari opportunità sociale e l’uguaglianza dei cittadini. La nostra è una laicità aperta alle diverse identità che si affacciano in una società in cui hanno da convivere fedi, religioni, culture diverse: accogliente nelle differenze, non esige la rinuncia alla propria identità storica, culturale, religiosa da parte dei soggetti che si confrontano e che convivono nello stesso spazio pubblico, ma rispetta i volti e i bisogni delle persone. Ed è una laicità che si traduce, sul piano delle coscienze individuali, nel riconoscimento a tutti del pari pregio dei singoli convincimenti etici nella costruzione e nella salvaguardia di una sfera pubblica nella quale dialogicamente confrontare le varie posizioni presenti nella società pluralista» (p. 37, i corsivi sono nostri).

[1] Cfr. M. Sandel, Il liberalismo e i limiti della giustizia, Feltrinelli, Milano 1982.

[2]  Cfr. P. D’Ignazi, Educazione e comunicazione interculturale, Carocci, Roma 2005.


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a cura di Michele Lucivero

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Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari e poi in Forme e Storia dei Saperi Filosofici presso l’Università degli Studi del Salento, dove ha conseguito anche il Dottorato di Ricerca in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione. Ha conseguito anche il Diploma di Scienze Religiose presso l’Istituto “Italo Mancini” dell’Università degli Studi di Urbino. Abilitato all’insegnamento di Filosofia e Storia e specializzato nella Didattica per le Attività di Sostegno presso l’Università di Padova, attualmente è docente di ruolo nella scuola pubblica. Dirige con Michele Di Cintio la collana Pratiche Didattiche e Percorsi Interculturali presso la casa editrice Aracne di Roma, all’interno della quale ha pubblicato e curato diversi volumi di taglio didattico su argomenti storici, filosofici, antropologici e sociologici. Dopo aver trascorso gli ultimi dieci anni a respirare il profumo del muschio montano vicentino dal 2018 è tornato a bearsi dell’aroma della salsedine pugliese. Giornalista pubblicista da giugno 2021